Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-6.

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando saro’ andato e vi avro’ preparato un posto, ritornero’ e vi prendero’ con me, perche’ siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesu’: «Io sono la via, la verita’ e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Il commento di don Antonello Iapicca
 
Che cosa oggi “turba il nostro cuore”, sottraendoci la pace e la gioia? Il Vangelo di oggi mette in relazione il turbamento al non avere un posto dove poter essere. Quello che mette a soqquadro le nostre esistenze e’ la precarieta’, il non avere un posto, un luogo all’interno del cui perimetro “essere” noi stessi, in modo unico e inequivocabile. Per questo spendiamo la vita per trovare e conquistarci un posto nel cuore degli altri, delle persone più vicine o di quelle meno prossime; un posto nella societa’, nella scuola, nel lavoro, nella Chiesa; un posto sicuro che ci definisca e ci strappi all’anonimato che spegne gioie e speranze. Lo studio, gli amori, le amicizie, tutto e’ spinto e mosso dal desiderio di trovare e abbrancare una ragione per vivere, di una meta da raggiungere, di un posto nel mondo. Ma sbagliamo direzione, viviamo e cerchiamo di vivere nel luogo inadeguato e che non ci si addice. Per questo non siamo mai tranquilli, ci manca sempre qualcosa,  perche’ viviamo come orfani, figli che hanno perduto il Padre. Ogni luogo che ci costruiamo, spesso con fatica, o che gli altri e gli eventi ci presentano, non ci sembra mai il nostro, ovunque ci sentiamo in trappola. Abbiamo paura delle relazioni stabili e durature, vorremmo firmare per tutto un contratto a tempo indeterminato ma ci stufiamo di tutto e di ogni cosa svanisce presto il sapore. Le voglie e i desideri crescono a dismisura, alimentati e indotti dal mondo, e tutto ci va stretto: non possiamo digerire il verso che prende il lavoro, facciamo fatica ad accettare la relazione con i figli, con chi ci è accanto. In fondo, non sopportiamo neanche noi stessi. E questo ci accade perche’ abbiamo smarrito la nostra origine, e, come il figliol prodigo, abbiamo dimenticato la casa di nostro Padre, la nostra casa, cercando l’essere in altri luoghi. Così, “non potendo conoscere” quello autentico, ogni nostro cammino è sballato, “non sappiamo” dove sia la verita’ e la prendiamo per pura menzogna e questa per verita’, mentre la vita che viviamo sa di corruzione e di morte. Per questo siamo turbati quando la morte appare sull’orizzonte della nostra vita, e gli eventi ci impongono di abbandonare progetti e desideri per rimetterci in gioco, un una nuova e imprevista dimensione. E scopriamo quanto effimero sia stabilire obiettivi e agitarsi, e gettarsi a capofitto nello sforzo di raggiungerli, se tutto questo costituisce l’essenza e la sostanza della nostra esistenza. Un refolo di vento contrario e crolla tutto. Mentre, invece, e’ proprio la morte, il frantumarsi delle certezze e il cammino nella precarieta’ che la vita ci presenta, che rivelano il nostro posto, l’unico che ci si addice. La storia ci obbliga a guardare in alto, a scrutare l’orizzonte per cercare il compimento che, dietro ai sussulti della carne, il nostro cuore desidera, il posto preparato da Dio per noi fin dall’eternita’: “L’uomo può vivere rivolto verso l’alto, egli e’ capace dell’altezza. Di più: l’altezza che sola corrisponde alla misura dell’uomo e’ l’altezza di Dio stesso. A questa altezza l’uomo puo’ vivere e solo da questa altezza possiamo comprenderlo davvero. L’immagine dell’uomo e’ elevata, ma noi abbiamo la liberta’ di tirarla verso il basso e strapparla oppure di lasciarci elevare, innalzare verso l’alto. Non si comprende l’uomo se ci si chiede solo da dove viene. Lo si comprende solo se ci si chiede anche dove puo’ andare. Solo dalla sua altezza risulta chiara davvero la sua essenza. E solo quando questa altezza viene percepita, nasce un rispetto incondizionato verso l’uomo, un rispetto che lo considera sacro anche in tutte le sue profonde umiliazioni. Solo partendo da qui si puo’ imparare ad amare l’umanita’ in se’ e negli altri” (Card. J. Ratzinger, Omelia sull’Ascensione, Immagini di speranza: Le feste cristiane in compagnia del Papa).

L‘unico luogo della nostra vita e’ dunque il Cielo, il “luogo” dove Gesù è andato per prepararci il nostro posto: e’ il più alto di tutti perche’ vi unisce il piu’ basso nello slancio infinito della Croce sulla quale Gesu’ ha rivelato “la via, la verita’ e la vita”. In Lui, la misericordia del Padre ha cercato Adamo, ogni uomo che, schiavo della superbia, si e’ cacciato nell’oscura solitudine della terra senza Cielo, il figlio minore che piu’ si e’ allontanato dal Paradiso: con la Croce Gesu’ ha riaperto per lui le porte della sua casa abbandonata disobbedendo, dove il Padre aveva pensato, eterna e piena, la sua vita; sulla Via Dolorosa ha ripulito e ricostruito la via che ad essa conduce, soffocata e interrotta dai detriti franati dalla concupiscenza e dei criteri mondani; con la resurrezione ha fatto brillare la luce della verità dissipando le tenebre della menzogna. E proprio oggi Gesu’ “ritorna” da noi, per portarci con Lui. Ritorna negli eventi e nelle persone dove non possiamo trovare la vita, perche’, una volta introdotti nella cella del vino, il luogo della sua intimita’ preparato per noi, e ricolmi del suo amore, possiamo fare della storia e del prossimo il nostro posto, dove amare e donare la vita. Lui ci nasconde nel cuore del Padre, dove attingere tutto quello che fa di noi suoi figli amati, per vivere nel “rispetto che ogni aspetto della nostra vita e di quella di ogni uomo merita, e che ci fa considerarla sacra anche in tutte le sue profonde umiliazioni”. Cosi’, scoperto nell’intimita’ della Trinita’ il nostro luogo, il Paradiso perduto e ritrovato, ogni altro posto della nostra vita non ci e’ piu’ estraneo e ostile, da fuggire con orrore. Anzi, con Gesu’, ogni luogo diviene il nostro luogo, perche’ tutto e’ santo, ‘tutto e’ pieno della sua Grazia, perche’ in tutto e in tutti si spanda il profumo di Cristo, che e’ quello del Padre e dello Spirito Santo: “Mi sembra che sia qui il segreto della santità, ed è così semplice! E pensare che abbiamo il cielo in noi, quel cielo di cui talvolta provo così pungente la nostalgia! Come sarà bello quando il velo cadrà, finalmente, e godremo l’eterno “faccia a faccia” con colui che unicamente amiamo. Nell’attesa vivo nell’amore, mi ci getto dentro e mi ci perdo. È l’Infinito, quell’Infinito di cui è affamata l’anima mia” (Elisabetta della Trinità). Il Cielo in una stanza, come cantava un celebre cantautore! Il Cielo nella nostra vita quotidiana, in un mistero che abbraccia il suo piu’ piccolo particolare mentre ci lancia sino ai confini della terra, dove annunciare a tutti il Vangelo, la buona notizia che, per tutti, e’ stata riaperta la via che conduce alla vita e alla verita’: “In tutto il mondo. L’orizzonte … l’orizzonte grande … E come si puo’ vedere, questa e’ la missionarieta’ della Chiesa. La Chiesa va avanti con questa predicazione a tutti, a tutto il mondo. Ma non va avanti da sola: va con Gesu’… Questa e’ la magnanimita’ che i cristiani devono avere. Un cristiano pusillanime non lo si capisce: e’ proprio della vocazione cristiana, questa magnanimita’: sempre di piu’, sempre di piu’, sempre di piu’, sempre avanti… con una duplice disposizione, come dice San Tommaso d’Aquino: un animo grande che non si spaventa delle cose grandi, di andare avanti verso orizzonti che non finiscono, e l’umilta’ di tenere conto delle cose piccole. Questo e’ divino, e’ come una tensione tra il grande e il piccolo, e la missionarieta’ cristiana procede per questa strada” (Papa Francesco, Omelia nella Messa a Santa Marta, 25 aprile 2013). La vita della Chiesa e di ciascuno di noi e’ questo sempre di piu’ che, partendo dalle piccole cose di ogni giorno, dilata sino alle estreme periferie di ogni uomo il cammino di coloro che, raggiunti da Cristo risorto, sono condotti al posto che Lui ha preparato. Il luogo della Chiesa e’ dunque l’evangelizzazione: non e’ un luogo statico, facile a corrompersi nell’installazione che sazia l’uomo vecchio, ma e’ gia’ questo cammino che conduce al Cielo, come l’ingresso di una casa, e poi il corridoio, per giungere alla sala da pranzo, al salotto e, infine, alla camera da letto, il talamo nuziale dove gusteremo eternamente l’amore di Dio. Convertendosi ogni giorno, la Chiesa annuncia il Vangelo! Tornando a casa, possiamo condurre le generazioni a Dio: “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti, afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zac. 8,20). Camminando con Cristo che ci ha preso con Lui  per essere dove Lui e’, saremo anche oggi presi per il lembo del mantello dal coniuge e dai figli, dal collega e dall’estraneo, perche’ tutti sono affamati dell’amore che non si esaurisce: “La fede ci impedisce di dimenticare; desta in noi l’autentica, sconvolgente memoria dell’origine: del fatto che noi veniamo da Dio; e vi aggiunge la nuova memoria che si esprime nella festa dell’Ascensione di Cristo: la memoria che il luogo autenticamente appropriato della nostra esistenza è Dio stesso e che è da lì che dobbiamo guardare l’uomo. La memoria della fede è l‘antidoto più efficace contro la rovina dell’uomo, che e’ la memoria della sua grandezza, non in quella della sua miseria. La memoria della grandezza ci rende immuni rispetto al falso moralismo che getta discredito sull’uomo. Essa ci insegna il rispetto per l’umanità e ci restituisce la gioia di essere uomini” (Card. J. Ratzinger, ibid.)