Dal Vangelo secondo Giovanni 6,52-59.

Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. 

Il commento di don Antonello Iapicca

Ci troviamo all’epilogo del grande discorso di Gesù nella Sinagoga di Cafarnao. Alle parole di Gesu’ i Giudei cominciano a litigare tra di loro. E’ questo il senso della parola greca, molto piu’ forte di “discutere”. Quell’uomo che si definisce l’unico pane di vita, e indica nella sua stessa carne la vita eterna, suscita uno scuotimento interno, e, soprattutto, obbliga a prendere posizione. La sua parola divide. E’ la spada che penetra sino alle giunture più profonde e mostra quello che vi e’ di nascosto, le vere intenzioni dei cuori, perche’ la verita’, all’emergere, provoca sempre contrasti. Siamo noi che crediamo, avvolti nei nostri moralismi, che la parola di Gesu’ debba automaticamente provocare consensi, pace, tranquillita’. E invece no, perchè essa urta inevitabilmente con la durezza dei cuori, con l’ostinazione delle menti, con le difese della carne. Ed e’ un urto violento, una saetta che fa luce, che spazza via l’ipocrisa, e denuda, polverizza le consuetudini borghesi, le alienazioni, le idolatrie, le false certezze dove l’uomo tenta, goffamente, di installarsi. Appare come in filigrana il rifiuto patito dal Signore in quel di Betlemme, dove non v’era posto per Lui e per i suoi genitori in nessun albergo: “i suoi non hanno accolto” una carne che s’era fatta albergo della divinita’. La carne schiava del peccato, infatti, non può accogliere il Signore. Per questo i Giudei si mettono a litigare, come una forma di difesa, cercando giustificazioni, un po’ come è accaduto ai progenitori. Il frutto della disobbedienza e’ stato infatti il taglio della relazione con Dio e, conseguentemente, di quella tra Adamo ed Eva. Alla domanda con la quale Dio lo aveva cercato e scoperto, Adamo oppone un’accusa a Eva, condita da quella diretta direttamente a Dio: “La donna che mi hai messo accanto mi ha dato il frutto da mangiare”. E’ la stessa situazione che incontriamo nel Vangelo di oggi, la medesima accaduta nel deserto, quando, dopo aver mormorato per la carne, il popolo comincia a litigare e ad accusare Mose’ reclamando acqua per non morire di sete. Sappiamo bene che prendendosela con il loro capo in realtà stavano dirigendo i loro strali a Dio. Cosi’ nel Vangelo. Litigano tra di loro ma in fondo si tratta della resistenza che oppongono alle parole di Gesu’, e, in esse, a Gesu’ stesso. Esiste per i Giudei una barriera invalicabile, ed e’ proprio la carne di Gesu’. Credono di conoscerlo, lo hanno visto crescere, sanno tutto della sua famiglia, Lui ha una storia esattamente uguale alla loro, e per questo,ovviamente, non puo’ salvarli, quella carne e’ carne come la loro, non puo’ dare la vita. I loro occhi, i loro pensieri, i loro cuori si fermano sull’uscio della casa, non possono entrarvi. Restano alla superficie delle cose, come Eva che fu ingannata proprio dagli occhi che si fissarono sull’apparenza, come il Popolo d’Israele che, sulla soglia della Terra Promessa, cede alla paura dei popoli che l’abitavano, incapaci di riconoscere nei prodigi operati da Dio sino ad allora, la sua fedelta’ e il suo potere. Anche noi ci fermiamo spesso alla buccia degli eventi e delle persone. Vi e’ un passo del Profeta Geremia che ci aiuta a comprendere che cosa e’ accaduto ai Giudei nella Sinagoga di Cafarnao e quello che accade a tutti noi: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sara’ come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorera’ in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine dove nessuno può vivere” (Ger. 17, 5-6). Esiste una maledizione che grava su quanti confidano nella carne, ed essa consiste proprio nel non vedere il bene quando arriva. La dimora di chi vive appoggiato alla carne e’ una terra dove tutto brucia, e’ seccato dal sale, dove non si puo’ vivere.

Ora comprendiamo perche’ Gesù risponde ai Giudei affermando che chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può avere in se’ la vita. Chi resta ancorato ai propri schemi, chi si chiude ostinatamente alla Grazia, non puo’ vedere il bene quando viene nascosto nello stesso male, non si accorge di quello che e’ celato sotto le apparenze, non vede e non coglie i segni. Dira’ Gesu’ in un altro momento: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri?” La Gloria e’, nel linguaggio biblico, la presenza e la consistenza delle cose. I Giudei sono cosi’ l’immagine di chiunque cerca la consistenza, il valore della propria vita dalla carne di altri uomini. I vana-gloriosi non possono credere, sono prigionieri delle catene carnali, ogni giudizio, ogni pensiero, ogni progetto, ogni relazione, tutto e’ avvelenato dalla carne. Essa richiama la corruzione, il transitorio, la morte. “Ogni carne è come l’erba… ma la Parola di Dio rimane in eterno” (Is. 40,6). Per questo Gesu’ dira’ che i padri hanno mangiato si’ la manna, ma sono morti. Essa era solo una profezia di quanto sarebbe accaduto, un segno che Dio, nella precarieta’, avrebbe provveduto in modo definitivo, compiendo quanto quel frumento sceso dal Cielo stava annunciando. Nel cammino della vita, nella totale precarieta’ dell’esistenza, Dio avrebbe deposto una rugiada di vita eterna. Nella carne, Dio avrebbe deposto la vita che non muore. Dio avrebbe visitato di nuovo il mondo, avrebbe compiuto la Pasqua definitiva, la liberazione di ogni uomo dalla schiavitu’ del peccato. Si’, Dio avrebbe liberato i suoi figli dalla prigione della carne, avrebbe aperto i loro occhi sulla verita’, il suo amore infinito celato in ogni istante della storia. E lo avrebbe fatto nel suo stesso Figlio, inviandolo ad ogni uomo quale apostolo della sua stessa vita. E’ questo il senso profondo delle parole di Gesu’. Il Padre, fonte della vita che non muore, lo ha inviato a donare quella stessa vita, l’unica capace di saziare i desideri dell’uomo. Gesu’ stesso ha vissuto, nella sua carne, “per mezzo” della vita del Padre. La sua carne l’ha custodita sin sulla Croce, sin dentro alla tomba, per lasciarla esplodere vittoriosa sulla morte: “La divinita’ si nascose sotto l’umanità e si avvicino’ alla morte, la quale uccise e a sua volta fu uccisa. La morte uccise la vita naturale, ma venne uccisa dalla vita soprannaturale” (S. Efrem). Nella carne di Cristo si e’ compiuta la vera e definitiva liberazione. Ad essa ogni figlio di Adamo puo’ attingere per non vedersi piu’ morire. In Lui si realizza l’esodo definitivo, quello che dall’Egitto che tutti sperimentiamo, la schiavitu’ della carne che ci obbliga a fabbricare mattoni per piramidi dove seppellire i nostri idoli muti, ci conduce alla terra della liberta’, dove scorrono il latte e il miele dell’amore e della comunione, dell’intimita’ con Dio e della gratuita’. La carne di Gesù e’ la carne dell’agnello offerto in riscatto per i peccati. Il sangue di Gesù e’ quello dell’agnello che ha protetto i figli di Israele dall’angelo della morte. Per questo la carne e il sangue di Gesu’ sono alimento e bevanda veri, degni di fede. Nella carne e nel sangue di Gesu’ Cristo crocifisso, morto e risorto, ogni uomo puo’ vedere di nuovo il Cielo, il bene che l’inganno del demonio gli ha occultato. Per questo e’ necessario mangiare della sua carne e bere del suo sangue. E’ necessario che Cristo rompa in ciascuno di noi le barriere della morte, che cancelli ogni peccato, che deponga la vita dove ci ha preso la morte. “La vita con Dio, la vita eterna nella vita temporale, e’ possibile per questo, perche’ esiste la vita di Dio con noi: Cristo e’ Dio che viene a stare con noi. In lui Dio ha tempo per noi, lui e’ il tempo di Dio per noi e quindi, allo stesso tempo, l’apertura del tempo sull’eternita’” (J. Ratzinger, Il Dio vicino). Tutto questo e’ dimorare in Gesu’, e, con Lui, dimorare in Dio. Gli occhi aperti sul volto di Dio, e la sua misericordia capace di saziare e purificare ogni moto del nostro cuore. La vita pacificata perche’ nella precarieta’ della carne, ha preso dimora l’incorruttibilita’ della vita divina. La pace di un abbandono confidente perche’ sazio della carne e del sangue del Signore, del cibo che comunica il tutto di Dio. Mangiare di Gesu’ allora e’ aprirsi, giorno per giorno, ad una nuova vita, dove le stesse persone e gli stessi eventi acquistano una luce nuova che emana la vita celeste scesa sino alle profondita’ delle nostre storie. Esse, in Cristo, non sono lanciate verso il nulla, ma in cammino verso la pienezza di quella vita che gia’, oggi, possiamo pregustare. Mangiare la carne e bere il sangue del Signore e’ accogliere la nostra stessa vita trasformata dalla potenza della sua Vita: e’ Lui che ogni giorno si fa nostro prossimo, viandante con noi come sulla strada di Emmaus. Mangiare di Lui e’ implorarlo di non passare oltre e di fermarsi esattamente dove ci troviamo, perche’ quell’evento che ci spaventa, quella relazione difficile che ci blocca, non ci incuta piu’ il timore che ha indurito il cuore del Popolo d’Israele facendolo ritornare sui propri passi e impedendogli di entrare nel riposo promesso. Gesu’ e’ mandato a noi oggi perche’ possiamo vivere per Lui, come Lui ha vissuto per il Padre: cio’ significa vivere nella storia concreta che si dipana dinanzi a noi, come Gesu’ ha vissuto il cammino alla Croce che lo attendeva. Lui vedeva la vittoria oltre il Golgota, la vita al di la’ della propria morte. Con Lui anche noi possiamo sperimentare proprio in cio’ che ci impaurisce, nei fallimenti e nelle situazioni difficili, la vita eterna, il riposo promesso, l’amore infinito che ha distrutto la morte. La carne di Cristo nella nostra carne, il suo sangue nel nostro sangue, per vivere la sua vita, eterna, infinita, che supera le mura dell’orgoglio e della paura, per entrare ogni giorno nella storia e scoprirvi i frutti di pienezza in essa piantati: “Ogni dolore accolto, ancora cosi’ nascosto, ogni silenziosa sopportazione del male, ogni superamento interiore di se stessi, ogni inizio di amore, ogni rinuncia e ogni silenzioso atto di affidamento a Dio: tutto cio’ diventa ora operante nel tutto; niente di buono accade invano. Alla potenza del male, che con i suoi tentacoli minaccia di attaccare tutta la struttura della nostra società e di soffocarla in un abbraccio mortale, si oppone questo silenzioso circuito della vera vita… nel quale si realizza il regno di Dio, poiche’ la volontà di Dio accade sulla terra come in cielo” (J. Ratzinger, Il Dio vicino). L’eucarestia e’, in fondo, questo grande mistero, imparare a dimorare, istante dopo istante, nel cuore di Dio. Dire amen nell’amen di Cristo, nutrirci della volontà di Dio, il cibo del Figlio, che la carne non puo’ conoscere. Dire amen, affermare e credere che e’ degna di fede la storia che Dio prepara per noi, e alimentarci del Pane Vivo disceso dal Cielo nella nostra vita, cosi’ come si presenta: amen alla malattia della nipote, amen al carattere del marito, amen al licenziamento, amen alla ribellione del figlio, amen a ogni frammento di vita perche’ ciascuno, anche il piu’ piccolo, e’ un frammento del corpo benedetto di Cristo che ha assunto tutta la nostra vita. Siamo percio’ chiamati a riservare ad essa la stessa attenzione devota e piena di unzione con la quale non si perde neanche il piu’ piccolo frammento dell’ostia consacrata nella patena, perche’ nella patena della nostra carne è vivo Cristo… Imparare a vivere, giorno dopo giorno, nell’amore infinito del Padre, nell’intimita’ feconda, libera, pacificante, gioiosa con Cristo suo Figlio. Come Giovanni, reclinato sul petto di Gesù: “Questi è colui che giacque sopra il petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto” (Dante, Paradiso, XXV, 112-114).

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CATECHISMO

CATECHISMO. IL SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA

CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 6

COMMENTI E OMELIE

J. Ratzinger. La vita divina nella nostra vita