dal vangelo secondo Mt 21,33-43.45

In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?”. Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: ‘‘La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri’’? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta. 

Il commento di don Antonello Iapicca

L’unico peccato che non sarà perdonato in eterno è quello contro lo Spirito Santo, il quale, nel Vangelo di oggi, si rivela come pazienza, longanimità. Essa non ha riscontri nel mondo, che ha misure sempre molto ristrette quando si tratta di giudicare. Ma Dio non è un uomo.  Di fronte a tanta ostinazione violenta, la risposta di un amore umanamente ingiustificato; mentre il male giunge al suo limite, la misericordia di Dio si espande oltre ogni limite, rivelandosi infinita come è infinito Egli stesso. Al crescere della violenza dei vignaioli corrisponde un aumento di misericordia, sino a raggiungere l’estremo, la consegna di se stesso nella persona del Figlio. La pazienza che appare nella parabola è sconvolgente. Ci si sarebbe aspettato un altro atteggiamento, quello che conosciamo per esperienza. Giusto un po’ di pazienza per non compromettere le relazioni, estesa a seconda dell’intimità delle persone coinvolte, ma per il resto, confini ben presidiati. Non riserviamo certo la stessa dose di pazienza che abbiamo con nostro figlio al collega che trama contro di noi. Ma anche la pazienza per un figlio ha i suoi limiti. E non cresce esponenzialmente in corrispondenza dell’aumento della violenza dell’altro. Piuttosto va assottigliandosi, sino a tramutarsi in ira,  come uno scudo eretto a difesa di sani principi e di ruoli paterni e materni nella migliore delle ipotesi, ma che più spesso si risolve in vendetta moltiplicata. Il nostro cuore segue i ritmi dei fast food, consuma veloce le passioni, non importa come siano. Non possiamo pazientare, vi è in noi come un impulso teso ad abbrancare subito i risultati sperati, normalmente quelli che, illusoriamente, crediamo che ci spettino di diritto; più spesso quelli che, siamo convinti, ci siano stati sottratti ingiustamente. Padri e madri dei “nativi digitali” vediamo restringersi i tempi di attesa, esattamente come accade con i computer; stiamo scivolando rapidamente nell’era dei post-pc, e anche le relazioni si modellano sui tablet: “pazienza touch”, un “tocco” o, addirittura, un comando vocale e tra poco, chissà?, un semplice pensiero e chi ci è prossimo è chiamato a sforzi sovrumani per rispondere alle nostre aspettative. Chat e tweet strozzano le relazioni nel cappio di brevi, secchi e rapidi messaggi. Niente elaborazione e approfondimento, rapporti che scivolano sulle onde dei sentimenti e delle passioni, senza spazio per la pazienza del sacrificio, dell’attesa, della misericordia. Senza accorgercene, siamo precipitati nel buio di una comunicazione che si muove in spazi e tempi ridotti all’osso, inadeguati alle capacità e alle possibilità dell’uomo. La tecnologizzazione selvaggia cui stiamo sottoponendo la società coinvolge, purtroppo, anche il suo nucleo originale, la rete di relazioni affettive tra genitori e figli, mariti e mogli, fidanzati, amici. Ci si “parla” in un lampo, lo spazio di un polpastrello a sfiorare uno schermo, ed è come se avessimo raccontato, spiegato, chiesto e ottenuto. Non vi è spazio per l’attesa e la pazienza, e così assassiniamo la speranza, perché la pazienza è sempre figlia della speranza. Il Vangelo di oggi è un’immagine fedele della nostra vita, sorprendentemente attuale e profetica su quanto sarebbe accaduto duemila anni dopo. Una vigna che è un seno materno, curato e difeso, opera di un Dio pieno d’amore, provvidente e infinitamente generoso; una vigna come le viscere di una madre, piantata nella storia come il segno vivido e bello di un Dio proteso a creare qualcuno capace di partecipare del suo stesso essere Dio, del suo amore fecondo e creativo. Una vigna come un utero fecondato dallo Spirito Santo, Ruah di Dio effuso sulla carne perché produca i suoi frutti squisiti: “I frutti dello Spirito sono perfezioni che lo Spirito Santo plasma in noi come primizie della gloria eterna. La tradizione della Chiesa ne enumera dodici: “amore, gioia, pace, pazienza, longanimità, bontà, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, continenza, castità” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1832). Nell’Antico Testamento la vigna indica Israele sulla cui radice è cresciuta  la Chiesa, e poi ciascuno di noi, eletto per rivelare Dio a un mondo che non lo ha conosciuto o lo ha rifiutato. I frutti sono i segni del suo amore fatto carne visibile e offerta perché sia accolta con essa la salvezza. Per questi frutti Dio ha preparato tutto, esattamente come ha fatto con la Vergine Maria, la “piena di Grazia” per offrire la mondo ogni Grazia. Per questi frutti Dio ha avuto una pazienza infinita. In gioco infatti, è la salvezza di ciascun uomo di ogni generazione. In questo contesto occorre ascoltare la parabola: tutto quello che in essa accade rivela l’ostinato amore di Dio per ogni uomo, testimoniato dall’importanza assoluta che per il “Padrone” hanno i frutti della vigna. Per essi è disposto a sacrificare tutto, persino se stesso. Quei frutti, infatti, sono la sua mano distesa a cercare e a salvare, non può restare ferma e inattiva. Ad ogni frutto non raccolto corrisponde un uomo cui è stata sottratta la possibilità di salvarsi. I vignaioli non devono far altro che custodire e consegnare i frutti per i quali il Padrone ha investito tutto. E, invece. sorgono in loro invidia, omicidio, concupiscenza, in un parossismo di violenza che non ha fine. I vignaioli sono preda di una carne schiava, imprigionata dalle passioni, che esplode al momento del raccolto, quando si debbono fare i conti. Dare e avere, questo l’angusto limite nel quale i vignaioli avevano chiuso il loro sterile rapporto con il padrone, giocato sulle convenienze, senza un briciolo di amore. I loro occhi erano accecati dall’inganno più feroce, quello sussurrato dal serpente ai piedi dell’albero della vita, secondo il quale Dio non è amore, ma solo leggi, e sbarramenti, e tabù, e ingiustizie. E se Dio non è amore, allora niente amore in nessuno, l’equazione è fin troppo semplice, e il risultato è inevitabilmente quello di lottare per diventare come dio. E giù violenza, apparentemente senza senso, senza moventi, se non quelli d’un veleno che scorre impazzito nelle vene, nei cuori e nelle menti. Tutto è avvelenato perché qualcuno aveva rubato dal cuore dei vignaioli il senso più profondo della loro vita, della missione loro affidata. Così come per ciascuno di noi quando, per l’inganno del demonio, smarriamo l’ambito nel quale siamo stati chiamati alla vita, l’unicità della nostra vocazione e confondiamo tragicamente l’amore con il possesso, il dono con l’appropriazione, la Grazia con l’esigenza.

Siamo nati per dare i frutti, non per saziarci di essi. Essi non ci appartengono, ci sono donati per la salvezza di coloro ai quali è destinata la nostra vita: marito, moglie, figli, amici, fidanzati, colleghi, chiunque, sino ai nemici. Appropriarcene significherebbe finire con l’uccidere, con violenza senza limiti, se stessi prima e chi ci è intorno poi. Ma Dio non si arrende. E ci viene a cercare, e ad ogni peccato – sempre figlio dell’orgoglio assassino – risponde con più amore. Più servi inviati, più Grazia, più misericordia. Apostoli, catechisti, presbiteri, e fratelli, amici, genitori, la Chiesa intera ad annunciarci la Verità, l’amore di Dio per il quale esistiamo. Sino al sacrificio di suo Figlio, l’amore estremo, folle, per ciascuno di noi, per ogni uomo. Dio non ha altra pedagogia che questa pazienza intrisa di misericordia, senza misura, per salvare ad ogni costo chi gronda violenza oltre ogni limite. Perché Dio ama davvero, conosce la debolezza, non si scandalizza, sa che l’unica risposta al male iniettato dal demonio è un amore più grande, sino al corpo del suo Figlio, offerto in sacrificio, sperando che almeno Lui sia accolto. Ma niente, il peccato è troppo grande, l’avidità ha reso insensibili e ciechi i vignaioli oramai schiavi del nemico; e il Figlio giace appeso ad una Croce, lì, fuori della vigna, rifiutato insieme alla missione che il Padrone aveva loro affidata. E tutta la violenza, i peccati, gli inganni vengono caricati sulle sue carni. Eccolo muto, come un agnello di fronte ai suoi tosatori. Ecco la pietra scartata dai costruttori di imperi di carta, avidi di potere e vana-gloria. Solo, gettato in preda all’inferno. E, nella solitudine riservata al capro espiatorio il giorno di Yom Kippur, svela l’amore autentico che si carica spontaneamente d’ogni peccato, amore consumato e compiuto nel perdono, di cui la risurrezione ne è la prova. L’ultimo divenuto primo, il rigettato divenuto testata d’angolo. E’ questa l’opera di Dio, ed è una meraviglia agli occhi degli uomini che conoscono solo il male e la vendetta quale unica risposta possibile. L’opera di Dio ha dell’incredibile, eppure è proprio ciò che tutti aspettiamo e non osiamo sperare: lo tsunami di morte infranto su di un legno. La malizia del nostro peccato, quella violenza che giace sotto la cenere dei giorni che sembrano sempre uguali, passati a mormorare, a giudicare, tramando rivincite e riscatti, il fuoco che s’impenna alla resa dei conti, quelle fiamme d’ira che ci travolgono, finalmente spente nelle viscere di misericordia di chi ci ama davvero, senza condizioni. In questo amore si rivela la vittoria della pazienza infinita di Dio: noi, vecchi coltivatori fraudolenti e assassini, rinnovati nel Suo sangue per poter consegnare i frutti a suo tempo. Così, “il regno di Dio strappato” al nostro uomo vecchio per “essere consegnato” all’uomo nuovo, ricreato nella nuova ed eterna Alleanza siglata nel sangue di Cristo, perché dia i frutti di salvezza predisposti per ogni uomo. Siamo tutti frutti della pazienza di Dio. In essa siamo stati allevati, custoditi, accompagnati; nella sua pazienza abbiamo conosciuto le insondabili possibilità di male del nostro cuore ingannato, e le infinite possibilità di amore dello stesso cuore quando è ricolmo di Spirito Santo. La pazienza di Dio ha ragione di ogni peccato, e ci attira nei suoi ritmi, ci strappa al parossismo delle concupiscenze e dei “rapporti formato tablet”,  rivelandoci il senso profondo della nostra vita e di quella del nostro prossimo. La longanimità di Dio ci “abitua” ad attendere e a sperare i frutti per i quali Egli stesso ha operato tutto, in noi e negli altri. Ci eleva al di sopra del contingente e della fame di risultati e riscontri, conducendoci a pazientare, a offrire noi stessi in sacrificio per avere ragione dei peccati e delle perversioni degli altri. La pazienza di Dio ci fa guardare chi ci è accanto fissando il frutto che è chiamato a dare, operando in tutto perché possa accogliere l’amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo. La pazienza di Dio ci fa pazienti, segno della sua longanimità che, sola, è capace di attirare e salvare. Siamo su questa terra come Noè nel bel mezzo della vita stolta del mondo e del diluvio che spazza le false certezze e i peccati che ne scaturiscono: crocifissi sul Legno, mentre tutti scappano dalla realtà deridendo chi spera amando invincibilmente, perché sia rivelata al mondo la magnanimità di Dio, nell’attesa che ogni uomo che giace imprigionato nelle ragnatele della menzogna, possa incontrare la salvezza annunciata dal Figlio gettato fuori e disceso sino agli inferi: “Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua…” (1 Pt. 3, 18-21). La santa umiltà di Cristo nella quale risplende la pazienza del Padre è l’unica salvezza capace di scendere all’inferno del male. In Lui germoglia il frutto più dolce, l’amore che si dona senza riserve. Il cristianesimo e la nostra vita hanno senso solo in questo amore gratuito. Vivere non è altro che lasciarsi amare gratuitamente, abbandonati completamente a Lui, per divenire, istante dopo istante, frutti nel Frutto, offerti a chi giace nell’ombra e nelle tenebre dell’odio e della morte.

APPROFONDIRE

Benedetto XVI. Pazienza di Dio, pazienza dell’uomo

Silvano Fausti. Commento alla parabola dei vignaioli omicidi. Da “Una comunità legge il Vangelo di Matteo” 

Matteo e l’Antico Testamento – 5. Due parabole ecclesiologiche

La parabola dei vignaioli omicidi

J. Jansens – M. Ledrus. La Longanimità