Dal Vangelo secondo Marco 3,13-19.

Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Gesù ha chiamato a sé quelli che Egli volle: la vocazione scaturisce ed è fondata esclusivamente nel suo volere. Per questo la volontà di Dio si manifesta sempre come una chiamata che ci raggiunge, improvvisa, libera, gratuita. Il rapporto con Dio è racchiuso in un chiamare e un andare. Parola, ascolto, obbedienza, la gioia e il riposo scaturiscono da questo cocktail. Nella Scrittura e nell’esperienza dei santi è ricorrente l’esperienza del riposo nella volontà di Dio. Perchè è il Signore che vuole proprio noi, con i nostri nomi, con le nostre storie, con i nostri caratteri, con i nostri difetti. I criteri di scelta di Dio son ben diversi da quelli del mondo. Come fu per Davide, come per tutti i profeti, Dio non guarda all’apparenza, ma al cuore. Se ha guardato quei dodici uomini è perchè conosceva profondamente il loro cuore, anche di chi lo avrebbe tradito.

Lui conosce i suoi più di quanto essi si conoscano. Si può riposare nella chiamata del Signore perchè è essa stessa la garanzia. Guardare alle nostre capacità, all’adeguatezza delle nostre risorse umane e spirituali è tradire il Signore. Occorse a Pietro mentre, chiamato a sè da Gesù, guardandosi si bloccò, e cominciò ad affondare nel mare; e poi, quando presuppose in sè una fedeltà granitica che invece si sbriciolò per paura; illusioni frantumate che però lo condussero ad un abbandono totale alla misericordia di Gesù. Occorse la stessa cosa a Giuda che però si giudicò e si condannò, ritenendo impossibile il perdono, e si suicidò.

Il demonio attacca i chiamati sempre allo stesso modo. Li afferra per il bavero delle proprie debolezze per spingerli prima verso la sfiducia, e poi nella disperazione. Il Vangelo di oggi invece ci mostra il vero ed unico cammino alla pace e alla gioia: Gesù ci vuole con Lui, e ci chiama essenzialmente per stare con Lui. Ci conosce e per questo ci chiama. Esattamente come siamo ora, Lui sa come siamo stati e anche come saremo. Il signore non è un responsabile dell’ufficio risorse umane, non assume in base al curriculum. Gesù chiama quelli che vuole, perchè i suoi occhi vedono quello che nessun occhio umano è capace di captare; Lui sceglie in base al requisito che chiunque rifiuterebbe, si innamora di quello che nessun ragazzo o ragazza vorrebbe mostrare di sé: Gesù cerca la debolezza, la stoltezza secondo il mondo, ciò che è nulla agli occhi “intelligenti” della carne. Per questo ha scelto ciascuno di noi, e non per le nostre capacità, per la pazienza, per l’arguzia, per la forza, per presunte disposizioni umane alla santità…

Lui non ha problemi con noi, anzi, ed allora perchè averne noi? Per orgoglio, purissimo orgoglio. Al contrario la Parola di oggi è una buona notizia che ci invita ad aver pazienza con noi stessi, a non voler farci santi e adeguati stringendo i pugni, ad accettare le imperfezioni, i difetti, e scacciar via come subdola tentazione ogni immagine illusoria di quel che vorremmo essere. E’ il Signore che porterà fedelmente a compimento la sua volontà in noi. Perchè tutto è racchiuso dentro la sua chiamata gratuita.

Nelle crisi, nei dubbi, occorre tornare sempre alle radici della chiamata, che sono il cuore e la volontà di Dio. Nel matrimonio, nel presbiterato, nella vita religiosa, e poi nel lavoro, nello studio, in tutto vi è una chiamata che ci precede, su cui è stata fondata la nostra vita. Non siamo noi il fondamento, è Lui, è la sua chiamata, la sua Grazia. In questa gratuità che disarma il nostro orgoglio possiamo ricominciare ogni giorno, anche se siamo passati attraverso una tempesta di tentazioni e di peccati che sembra aver distrutto tutto. La sua chiamata è irrevocabile, come lo è stata per Israele. L’abbandono, il divorzio, la fuga nascono sempre da un errore di prospettiva che ci fa scambiare la sabbia con la roccia. Fondare sulla sabbia è assicurarsi il fallimento. Fondare sulla Roccia è garantirsi il successo, esattamente come recita il Salmo 17:

Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore,
mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Chi è Dio, se non il Signore?
O chi è roccia, se non il nostro Dio?
Il Dio che mi ha cinto di vigore
e ha reso integro il mio cammino,
mi ha dato agilità come di cerve
e sulle alture mi ha fatto stare saldo,
Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza,
la tua destra mi ha sostenuto,
mi hai esaudito e mi hai fatto crescere.
Hai spianato la via ai miei passi,
i miei piedi non hanno vacillato.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato,
a Davide e alla sua discendenza per sempre.
Con te mi getterò nella mischia,
con il mio Dio scavalcherò le mura.

E così, nella luce della gratuità e insondabilità dell’elezione divina, possiamo imparare a guardare anche gli altri, nella chiesa, nella famiglia, ovunque. Dio chiama a sé quelli che vuole, sarà Lui ad accompagnare e a recidere, a tempo opportuno, la zizzania dal cuore nostro come quello degli altri. Non siamo stati noi a scegliere il SIgnore, anche se tante volte enfatizziamo questo aspetto – la famosa “opzione per Dio, e poi per i poveri, per gli ultimi” – esigendo poi contraccambi materiali e spirituali. E’ stato Lui a pensarci nella preghiera notturna, immagine dell’eternità alla quale risale la nostra elezione. E’ stato Lui a cercarci e a chiamarci, a costituirci e a inviarci perchè dessimo un frutto che rimanga. E’ interessante notare come nella lingua spagnola amare e volere si dicano con la stessa parola: querer. Gesù vuole noi perchè ci ama. Andare a Lui, lasciarsi amare e introdurre nella sua intimità è il cuore di ogni missione. Non si tratta di fare cose, si tratta di stare con Lui, di contemplare il suo volto, ascoltare la sua Parola, rimanere nel suo amore. La missione si fa feconda quando l’intimità, lo stare con Lui si fa più intenso e autentico: sulla Croce. Esattamente come ha sperimentato il Signore stesso, che ha salvato ogni uomo nel momento in cui non ha potuto far altro che gettarsi, nella morte, tra le braccia del Padre. Stare con Gesù è dunque essere crocifisso con Lui; la fecondità e il valore della nostra vita e della nostra missione appaiono nei momenti di più grande debolezza. Ci ha scelti perché deboli, per insegnarci ad abbandonarci a Lui e per poter operare in noi con illimitata libertà. Gli eventi che ci umiliano, la Croce che ci inchioda all’impotenza, nella luce della sua chiamata, si rivela come la fonte dalla quale il potere infinito di Dio può sgorgare per la salvezza del mondo. In quanto crocifissi, poveri, deboli, ultimi nel mondo, siamo inviati a portare ad ogni uomo i segni dell’amore del Padre, le piaghe benedette del Figlio impresse nelle nostre vite.

E’ Lui che ci fa apostoli, come recita l’originale greco. Costituire gli apostoli significa farli, crearli, plasmarli, sino ad essere immagine di Lui. Apostolo infatti significa inviato e, secondo l’etimologia ebraica, esso costituiva un altro se stesso di colui che lo inviava. Per questo lo stare con Gesù si risolve, naturalmente attraverso un cammino di amicizia e di intimità, ad assumere, per grazia, i tratti di Lui. Avere lo stesso pensiero di Cristo, il suo cuore, il suo sguardo. Alter Christus, come San Francesco, nella certezza che il Signore è sempre con noi, accompagnandoci e precedendoci ogni giorno, ed è Lui ad operare i segni e i prodigi che, dal Cielo, testimoniano qui sulla nostra terra la sua vittoria sulla morte, della quale il potere sui demoni e sulle malattie, fisiche e spirituali, ne è il segno inequivocabile.

Benedetto XVI. Perchè stessero con Lui…

Incontro con i seminaristi di Freiburg im Breisgau, sabato, 24 settembre 2011

Mi colpisce sempre più di tutto il modo in cui san Marco, nel terzo capitolo del suo Vangelo, descrive la costituzione della comunità degli Apostoli: “Il Signore fece i Dodici”. Egli crea qualcosa, Egli fa qualcosa, si tratta di un atto creativo. Ed Egli li fece, “perché stessero con Lui e per mandarli”: questa è una duplice volontà che, sotto certi aspetti, sembra contraddittoria. “Perché stessero con Lui”: devono stare con Lui, per arrivare a conoscerlo, per ascoltarlo, per lasciarsi plasmare da Lui; devono andare con Lui, essere con Lui in cammino, intorno a Lui e dietro di Lui. Ma allo stesso tempo devono essere degli inviati che partono, che portano fuori ciò che hanno imparato, lo portano agli altri uomini in cammino – verso la periferia, nel vasto ambiente, anche verso ciò che è molto lontano da Lui. E tuttavia, questi aspetti paradossali vanno insieme: se essi sono veramente con Lui, allora sono sempre anche in cammino verso gli altri, allora sono in ricerca della pecorella smarrita, allora vanno lì, devono trasmettere ciò che hanno trovato, allora devono farLo conoscere, diventare inviati. E viceversa: se vogliono essere veri inviati, devono stare sempre con Lui. San Bonaventura disse una volta che gli Angeli, ovunque vadano, per quanto lontano, si muovono sempre all’interno di Dio. Così è anche qui: come sacerdoti dobbiamo uscire fuori nelle molteplici strade in cui si trovano gli uomini, per invitarli al suo banchetto nuziale. Ma lo possiamo fare solo rimanendo sempre presso di Lui. Ed imparare ciò, questo insieme di uscire fuori, di essere mandati, e di essere con Lui, di rimanere presso di Lui, è – credo – proprio ciò che dobbiamo imparare… Il modo giusto del rimanere con Lui, il venire profondamente radicati in Lui – essere sempre di più con Lui, conoscerLo sempre di più, sempre di più non separarsi da Lui – e al contempo uscire sempre di più, portare il messaggio, trasmetterlo, non tenerlo per sé, ma portare la Parola a coloro che sono lontani e che, tuttavia, in quanto creature di Dio e amati da Cristo, portano nel cuore il desiderio di Lui.Dal Vangelo secondo Marco 3,13-19.

Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

IL COMMENTO

Gesù ha chiamato a sé quelli che Egli volle: la vocazione scaturisce ed è fondata esclusivamente nel suo volere. Per questo la volontà di Dio si manifesta sempre come una chiamata che ci raggiunge, improvvisa, libera, gratuita. Il rapporto con Dio è racchiuso in un chiamare e un andare. Parola, ascolto, obbedienza, la gioia e il riposo scaturiscono da questo cocktail. Nella Scrittura e nell’esperienza dei santi è ricorrente l’esperienza del riposo nella volontà di Dio. Perchè è il Signore che vuole proprio noi, con i nostri nomi, con le nostre storie, con i nostri caratteri, con i nostri difetti. I criteri di scelta di Dio son ben diversi da quelli del mondo. Come fu per Davide, come per tutti i profeti, Dio non guarda all’apparenza, ma al cuore. Se ha guardato quei dodici uomini è perchè conosceva profondamente il loro cuore, anche di chi lo avrebbe tradito.

Lui conosce i suoi più di quanto essi si conoscano. Si può riposare nella chiamata del Signore perchè è essa stessa la garanzia. Guardare alle nostre capacità, all’adeguatezza delle nostre risorse umane e spirituali è tradire il Signore. Occorse a Pietro mentre, chiamato a sè da Gesù, guardandosi si bloccò, e cominciò ad affondare nel mare; e poi, quando presuppose in sè una fedeltà granitica che invece si sbriciolò per paura; illusioni frantumate che però lo condussero ad un abbandono totale alla misericordia di Gesù. Occorse la stessa cosa a Giuda che però si giudicò e si condannò, ritenendo impossibile il perdono, e si suicidò.

Il demonio attacca i chiamati sempre allo stesso modo. Li afferra per il bavero delle proprie debolezze per spingerli prima verso la sfiducia, e poi nella disperazione. Il Vangelo di oggi invece ci mostra il vero ed unico cammino alla pace e alla gioia: Gesù ci vuole con Lui, e ci chiama essenzialmente per stare con Lui. Ci conosce e per questo ci chiama. Esattamente come siamo ora, Lui sa come siamo stati e anche come saremo. Il signore non è un responsabile dell’ufficio risorse umane, non assume in base al curriculum. Gesù chiama quelli che vuole, perchè i suoi occhi vedono quello che nessun occhio umano è capace di captare; Lui sceglie in base al requisito che chiunque rifiuterebbe, si innamora di quello che nessun ragazzo o ragazza vorrebbe mostrare di sé: Gesù cerca la debolezza, la stoltezza secondo il mondo, ciò che è nulla agli occhi “intelligenti” della carne. Per questo ha scelto ciascuno di noi, e non per le nostre capacità, per la pazienza, per l’arguzia, per la forza, per presunte disposizioni umane alla santità…

Lui non ha problemi con noi, anzi, ed allora perchè averne noi? Per orgoglio, purissimo orgoglio. Al contrario la Parola di oggi è una buona notizia che ci invita ad aver pazienza con noi stessi, a non voler farci santi e adeguati stringendo i pugni, ad accettare le imperfezioni, i difetti, e scacciar via come subdola tentazione ogni immagine illusoria di quel che vorremmo essere. E’ il Signore che porterà fedelmente a compimento la sua volontà in noi. Perchè tutto è racchiuso dentro la sua chiamata gratuita.

Nelle crisi, nei dubbi, occorre tornare sempre alle radici della chiamata, che sono il cuore e la volontà di Dio. Nel matrimonio, nel presbiterato, nella vita religiosa, e poi nel lavoro, nello studio, in tutto vi è una chiamata che ci precede, su cui è stata fondata la nostra vita. Non siamo noi il fondamento, è Lui, è la sua chiamata, la sua Grazia. In questa gratuità che disarma il nostro orgoglio possiamo ricominciare ogni giorno, anche se siamo passati attraverso una tempesta di tentazioni e di peccati che sembra aver distrutto tutto. La sua chiamata è irrevocabile, come lo è stata per Israele. L’abbandono, il divorzio, la fuga nascono sempre da un errore di prospettiva che ci fa scambiare la sabbia con la roccia. Fondare sulla sabbia è assicurarsi il fallimento. Fondare sulla Roccia è garantirsi il successo, esattamente come recita il Salmo 17:

Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore,
mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Chi è Dio, se non il Signore?
O chi è roccia, se non il nostro Dio?
Il Dio che mi ha cinto di vigore
e ha reso integro il mio cammino,
mi ha dato agilità come di cerve
e sulle alture mi ha fatto stare saldo,
Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza,
la tua destra mi ha sostenuto,
mi hai esaudito e mi hai fatto crescere.
Hai spianato la via ai miei passi,
i miei piedi non hanno vacillato.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato,
a Davide e alla sua discendenza per sempre.
Con te mi getterò nella mischia,
con il mio Dio scavalcherò le mura.

E così, nella luce della gratuità e insondabilità dell’elezione divina, possiamo imparare a guardare anche gli altri, nella chiesa, nella famiglia, ovunque. Dio chiama a sé quelli che vuole, sarà Lui ad accompagnare e a recidere, a tempo opportuno, la zizzania dal cuore nostro come quello degli altri. Non siamo stati noi a scegliere il SIgnore, anche se tante volte enfatizziamo questo aspetto – la famosa “opzione per Dio, e poi per i poveri, per gli ultimi” – esigendo poi contraccambi materiali e spirituali. E’ stato Lui a pensarci nella preghiera notturna, immagine dell’eternità alla quale risale la nostra elezione. E’ stato Lui a cercarci e a chiamarci, a costituirci e a inviarci perchè dessimo un frutto che rimanga. E’ interessante notare come nella lingua spagnola amare e volere si dicano con la stessa parola: querer. Gesù vuole noi perchè ci ama. Andare a Lui, lasciarsi amare e introdurre nella sua intimità è il cuore di ogni missione. Non si tratta di fare cose, si tratta di stare con Lui, di contemplare il suo volto, ascoltare la sua Parola, rimanere nel suo amore. La missione si fa feconda quando l’intimità, lo stare con Lui si fa più intenso e autentico: sulla Croce. Esattamente come ha sperimentato il Signore stesso, che ha salvato ogni uomo nel momento in cui non ha potuto far altro che gettarsi, nella morte, tra le braccia del Padre. Stare con Gesù è dunque essere crocifisso con Lui; la fecondità e il valore della nostra vita e della nostra missione appaiono nei momenti di più grande debolezza. Ci ha scelti perché deboli, per insegnarci ad abbandonarci a Lui e per poter operare in noi con illimitata libertà. Gli eventi che ci umiliano, la Croce che ci inchioda all’impotenza, nella luce della sua chiamata, si rivela come la fonte dalla quale il potere infinito di Dio può sgorgare per la salvezza del mondo. In quanto crocifissi, poveri, deboli, ultimi nel mondo, siamo inviati a portare ad ogni uomo i segni dell’amore del Padre, le piaghe benedette del Figlio impresse nelle nostre vite.

E’ Lui che ci fa apostoli, come recita l’originale greco. Costituire gli apostoli significa farli, crearli, plasmarli, sino ad essere immagine di Lui. Apostolo infatti significa inviato e, secondo l’etimologia ebraica, esso costituiva un altro se stesso di colui che lo inviava. Per questo lo stare con Gesù si risolve, naturalmente attraverso un cammino di amicizia e di intimità, ad assumere, per grazia, i tratti di Lui. Avere lo stesso pensiero di Cristo, il suo cuore, il suo sguardo. Alter Christus, come San Francesco, nella certezza che il Signore è sempre con noi, accompagnandoci e precedendoci ogni giorno, ed è Lui ad operare i segni e i prodigi che, dal Cielo, testimoniano qui sulla nostra terra la sua vittoria sulla morte, della quale il potere sui demoni e sulle malattie, fisiche e spirituali, ne è il segno inequivocabile.

Benedetto XVI. Perchè stessero con Lui…

Incontro con i seminaristi di Freiburg im Breisgau, sabato, 24 settembre 2011

Mi colpisce sempre più di tutto il modo in cui san Marco, nel terzo capitolo del suo Vangelo, descrive la costituzione della comunità degli Apostoli: “Il Signore fece i Dodici”. Egli crea qualcosa, Egli fa qualcosa, si tratta di un atto creativo. Ed Egli li fece, “perché stessero con Lui e per mandarli”: questa è una duplice volontà che, sotto certi aspetti, sembra contraddittoria. “Perché stessero con Lui”: devono stare con Lui, per arrivare a conoscerlo, per ascoltarlo, per lasciarsi plasmare da Lui; devono andare con Lui, essere con Lui in cammino, intorno a Lui e dietro di Lui. Ma allo stesso tempo devono essere degli inviati che partono, che portano fuori ciò che hanno imparato, lo portano agli altri uomini in cammino – verso la periferia, nel vasto ambiente, anche verso ciò che è molto lontano da Lui. E tuttavia, questi aspetti paradossali vanno insieme: se essi sono veramente con Lui, allora sono sempre anche in cammino verso gli altri, allora sono in ricerca della pecorella smarrita, allora vanno lì, devono trasmettere ciò che hanno trovato, allora devono farLo conoscere, diventare inviati. E viceversa: se vogliono essere veri inviati, devono stare sempre con Lui. San Bonaventura disse una volta che gli Angeli, ovunque vadano, per quanto lontano, si muovono sempre all’interno di Dio. Così è anche qui: come sacerdoti dobbiamo uscire fuori nelle molteplici strade in cui si trovano gli uomini, per invitarli al suo banchetto nuziale. Ma lo possiamo fare solo rimanendo sempre presso di Lui. Ed imparare ciò, questo insieme di uscire fuori, di essere mandati, e di essere con Lui, di rimanere presso di Lui, è – credo – proprio ciò che dobbiamo imparare… Il modo giusto del rimanere con Lui, il venire profondamente radicati in Lui – essere sempre di più con Lui, conoscerLo sempre di più, sempre di più non separarsi da Lui – e al contempo uscire sempre di più, portare il messaggio, trasmetterlo, non tenerlo per sé, ma portare la Parola a coloro che sono lontani e che, tuttavia, in quanto creature di Dio e amati da Cristo, portano nel cuore il desiderio di Lui.