Dal Vangelo secondo Matteo,  Mt 9,27-31

In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguivano urlando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi”.
Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: “Credete voi che io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì, o Signore!”.
Allora toccò loro gli occhi e disse: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi.
Quindi Gesù li ammonì dicendo: “Badate che nessuno lo sappia!”. Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

La fede è conoscenza ed esperienza. La Vergine Maria ha creduto non guardando a se stessa ma appoggiandosi alla Buona Notizia che le aveva recato l’Arcangelo Gabriele. Come Abramo che sperò contro ogni speranza. Come Pietro che professò la sua fede in Gesù quale Messia per la gratuita rivelazione del Padre. Carne e sangue non c’entrano. I due ciechi che seguono di Gesù hanno visto con il cuore ancor prima di vedere con gli occhi; un moto dello Spirito li ha sospinti alla sequela di quel Galileo, sino a giungere alla sua casa. E’ qui che gli si accostano e dove Gesù può porre loro la domanda decisiva: “Credete che io abbia il potere di farvi vedere?”. I ciechi avevano camminato seguendo Gesù e i suoi discepoli, gridando e implorando, segno del catecumenato preparatorio al battesimo. Sono entrati nella casa del Signore, nella Chiesa, nella comunità. E’ questo il luogo dove la fede diviene adulta. Quì si può sperare contro ogni speranza carnale, quì il sangue cede allo Spirito.

Dietro questi due ciechi si intravvede la figura di Tommaso, l’apostolo incapace di credere lontano dalla comunità, mentre quando si ritrova insieme ai fratelli vede aprirsi i suoi occhi, può riconoscere Gesù, credere in Lui, e professare la sua fede. I ciechi nell’intimità della casa-comunità del Signore fanno la stessa esperienza: possono professare la loro fede perchè i loro occhi si aprano. Credere al potere di Gesù è appoggiarsi ad un’esperienza, misteriosa certo, che proviene dal Cielo come pura Grazia. Un’esperienza che diviene come il sigillo di un cammino fatto di grida, di umiliazioni, di discesa al fondo del proprio cuore. Il grido dei due ciechi è immagine di quello di ogni catecumeno che, durante il tempo di preparazione al battesimo, conoscendo se stesso e le proprie debolezze, faceva esperienza del potere di Gesù su di esse. Egli preparava i suoi occhi ad aprirsi attraverso i segni del potere di Gesù: a poco a poco veniva strappato al mondo, alle sue concupiscenze e ai suoi criteri. I due ciechi non hanno creduto magicamente: hanno gridato dal profondo di se stessi, imparando a conoscere il Signore. Lo hanno invocato e quel ripetere e gridare il suo Nome rappresenta il cammino di fede, di conoscenza, di scoperta del suo potere nella propria vita. Perchè la fede non è un gioco a dadi, non è puntare sulla ruota della fortuna. E’ partire, è seguire, è entrare. E’ percorrere un’iniziazione cristiana che, a piccoli passi, renda l’annuncio ricevuto credibile e apra alla fede, alla confidenza. Dal grido del proprio bisogno, dalla sofferenza e dalla morte di una vita cieca su se stessi, sugli altri e sugli eventi, alla vita piena di chi, appoggiato al potere del Signore, apre gli occhi su tutto ravvisandone l’amorosa volontà di Dio.

Gesù si stava allontanando e per questo i due hanno cominciato a seguirlo. Lui non si è fermato, inducendoli a gridare, a gridare ancora, sino a che il suo Nome immerso nella pietà diventasse familiare. La tradizione della Chiesa Orientale insegna a pregare ripetendo proprio il grido dei ciechi al ritmo dei respiri, così che tutta la vita, cuore, mente e operare siano immersi in Cristo. Gesù cammina davanti a loro ed entra a casa sua: Era lì che stava andando! I ciechi, introdotti nella comunione della Chiesa, si trovano finalmente dinanzi a Cristo. In casa essi gli si possono accostare, sentirlo vicino, e ascoltare le sue parole. Le prime che Gesù rivolge loro sono una domanda: “credete che io possa?”. Ora, dopo il cammino gridato, essi possono professare la fede, e, per questa fede, ottenere il miracolo. Così anche per noi. Quando Gesù sembra allontanarsi è perchè, come lo Sposo del Cantico dei Cantici, vuole che lo seguiamo, che lo cerchiamo, che gridiamo a Lui. Vuole innescare in noi il bisogno e il desiderio di Lui. E non si volta e non si ferma, perchè vuole rafforzarci nel grido, che è la fede. Vuole fondarci nel desiderio di Lui, purificarci, che non sia una nube del mattino, e trasformare la nostra relazione con Lui come quella di Aladino con la sua lampada. Il cammino di Gesù alla testa dei nostri giorni ci fa adulti, liberi, maturi nella fede. E’ Lui che cammina dinanzi a noi proprio quando il coniuge sembra non comprenderci; quando i figli non ne vogliono sapere; quando il lavoro si fa pesante; E’ Lui che cammina dinanzi a noi carico della sua Croce! E’b la Croce il cammino al vero che scioglie il nostro grido e lo rende ogni istante più vero. Nel grido implorante pietà possiamo sperimentare il suo potere agire in noi. E’ il grido la risposta alla sua chiamata, a volte così misteriosa: proprio quando sembra che si allontani Gesù ci chiama a seguirlo! Proprio quando sembra non dare ascolto alle nostre suppliche ci sta attirando nella sua casa, nell’intimità dei suoi fratelli!

Lui ci seduce così, facendoci forti, adulti, uomini veri, capaci di discernere. Il suo camminare davanti a noi ci insegna a legger la storia, ad aprire a poco a poco gli occhi del cuore e della mente perchè possiamo professare la nostra fede. Egli la sollecita, la cura, e la compie perchè ne è l’autore e il perfezionatore. In ogni esperienza, ogni giorno, come lungo tutta la nostra vita, Gesù ci accompagna sino a casa sua perchè, nell’intimità, possiamo aprirgli il nostro cuore, come Pietro sulle rive del Mare di galilea, e dirgli che crediamo, che Lui sa tutto, che Lui può tutto. Allora saranno aperti i nostri occhi e vedremo in modo nuovo la moglie e il marito, i figli e i colleghi, noi stessi e la nostra storia. Vedremo tutto come un’opera del suo amore e sapremo discernere e orientarci nella vita. Tutto concorre al nostro bene, a vivere nella sua casa: ogni secondo, ogni evento è un passo di Cristo che ci conduce nel suo cuore misericordioso, la Luce inestinguibile che dirada le tenebre del peccato e della morte. “La Chiesa antica ha qualificato il Battesimo come fotismos, come Sacramento dell’illuminazione, come una comunicazione di luce e l’ha collegato inscindibilmente con la risurrezione di Cristo. Nel Battesimo Dio dice al battezzando: “Sia la luce!”. Il battezzando viene introdotto entro la luce di Cristo. Cristo divide ora la luce dalle tenebre. In Lui riconosciamo che cosa è vero e che cosa è falso, che cosa è la luminosità e che cosa il buio. Con Lui sorge in noi la luce della verità e cominciamo a capire” (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 11 aprile 2009).

E questo si tramuta “naturalmente” in annuncio, in missione. Guariti da Gesù i due ciechi non possono trattenere la gioia e l’esperienza della fede. Illuminati divengono luce: Dio ha fatto rifulgere il bagliore pasquale su di loro, sono ormai Luce in Cristo, pur dentro un vaso di creta. Ora sono missionari, testimoni della Verità e dell’amore. La loro stessa vita è ormai un segno, un riverbero della Luce di Cristo risorto destinato al mondo. Così è la nostra elezione: siamo chiamati a seguire il Signore, a gridare il suo Nome, a sperimentare il suo potere, ad entrare nella sua casa. A crescere nella fede e nella comunione della Chiesa, per vivere spargendo la sua fama in ogni luogo della nostra esistenza.

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Nord Africa) e dottore della Chiesa
Discorso 18 ; PL 38, 128 (augustinus.it  discorsi sui tempi liturgici)

«E si aprirono loro gli occhi»

“Dio verrà manifestamente, il nostro Dio, e non tacerà” (Sal 49,3 Vulg). Perché questo medesimo Cristo Signore, Dio nostro, Figlio di Dio, nel primo avvento venne di nascosto, nel secondo avvento verrà manifesto. Quando venne di nascosto, non si fece conoscere se non dai suoi servi; quando verrà manifesto, si farà conoscere sia dai buoni che dai cattivi. Quando venne nascosto, venne per esser giudicato; quando verrà manifesto, verrà per giudicare. Ecco perché, quando veniva giudicato, stette zitto, e del suo silenzio il profeta aveva predetto: “È stato portato al macello come una pecora e, come un agnello davanti al tosatore, così egli non ha aperto bocca” (Is 53,7). Però “Dio verrà manifestamente, il nostro Dio, e non tacerà”. …

Per adesso infatti quella che in questo mondo viene considerata felicità ce l’hanno anche i cattivi, e quella che viene considerata infelicità in questo mondo ce l’hanno anche i buoni. Ci fanno ben caso coloro che credono alle cose presenti e non credono a quelle future, che cioè questi beni e mali del tempo presente ce l’hanno indistintamente sia i buoni che i cattivi. Se si bada alle ricchezze, notano che le ricchezze ce l’hanno sia gli scellerati che gli onesti. Così anche, se si ha paura della povertà e delle miserie del tempo presente, tribolano in queste miserie sia i buoni che i cattivi. E concludono in cuor loro che “le cose umane Dio né le vede né se ne cura” (cfr Sal 94,7), ma che addirittura ha lasciato che noi fossimo mescolati a sorte come dentro un sacco, che è questo mondo, e non mostra per noi nessun interessamento. E così avviene che essi non fanno alcun conto dei comandamenti, dato che non vedono manifestarsi nessuna differenza di giudizio. …

Molte cose sono rimandate per il giudizio mentre alcune sono giudicate subito, affinché coloro che vengono risparmiati abbiano timore e si convertano. Perché Dio non desidera condannare, ma salvare e, se ha pazienza verso i cattivi, è per poter cambiare i cattivi e renderli buoni.