di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39.

E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

IL COMMENTO

A letto con la febbre si ha bisogno di tutto e nulla si può fare. La spossatezza toglie anche la voglia di leggere, di guardare la televisione, di parlare. La suocera di Pietro è immagine di quella febbre dello spirito che spesso ci assale e ci paralizza, impedendoci di servire, di amare. E’ la febbre di questo tempo in preda a depressioni e anoressie. E’ la febbre dell’alcool, della droga, di tutti quei giacigli nei quali ci rifugiamo per sfuggire alle incombenze serie della vita, quelle che ci chiamano a donare la vita. Ma è pur sempre febbre, sintomo di una malattia più profonda, un’infezione che corrode il cuore. Per quanto si cerchi di riposare, le fughe si risolvono sempre in fallimenti, e la febbre aumenta.
Ma c’è la Chiesa. Come una madre premurosa si preoccupa di noi, e ne parla con il suo Signore. E’ questa la prima missione della Chiesa: pregare, implorare, affidare. Come diceva Santa Caterina da Siena, spesso accade che sia molto più fecondo parlare a Dio degli uomini che non di Dio agli uomini. Ed è una parola anche per i genitori, per i catechisti, per i presbiteri. E’ il criterio che appare nel Vangelo, dove Gesù è solo, nella notte, in preghiera. E’ questo il grembo da cui nasce ogni missione. Parlare al Padre del proprio figlio in difficoltà, della moglie in crisi, del marito depresso, di chiunque abbiamo a cuore ed è in preda alla febbre. Senza questa preghiera, senza questo parlare a Dio la Chiesa e ciascuno di noi sbaglierà tempi e parole, rinchiuderà ogni opera nell’angusto confine della carne, e sarà fallimento. Si tratta di inginocchiarsi e aprire il cuore al Signore, far nomi e cognomi, e implorare l’aiuto. Secondo la sua volontà. In essa solo si trova la pace anche in situazioni limite, conflittuali, appparentemente senza sbocchi. E’ la preghiera insistente che apre il cammino al Signore, perchè è Lui che opera, che sana, che ridesta alla vita.
La Chiesa accompagna Cristo al capezzale della suocera di Pietro, e lascia che Lui compia la volontà del Padre. Non si tratta infatti di guarire dalla febbre, di cucire una toppa su un vestito vecchio. E’ il vino nuovo della vita quello che Gesù infonde, la sua vittoria sulla malizia che alberga nel cuore, il peccato di cui la febbre è solo un sintomo. Gesù sa guardare oltre le apparenze, e la sua diagnosi non fallisce. La suocera di Pietro è afflitta da un morbo maligno di morte. Per questo Gesù prende per mano la donna e la solleva, la risuscita secondo il verbo originale greco. Ed il frutto sarà il servizio, l’amore gratuito, l’offerta della propria vita. Gesù infatti, di fronte alle gelosie dei discepoli, si presenta proprio come colui che serve, essendo venuto non per essere servito, ma per dare la vita in riscatto per molti. E’ questo il miracolo che ci presenta il Vangelo, Gesù che si accosta a ciascuno di noi, perchè non viviamo più per noi stessi. E’ molto più di una semplice guarigione, è un cambio di natura, da schiavo a figlio, e, perchè figlio, servo.
Si comprende così l’atteggiamento di Gesù che non si ferma laddove tutti lo cercano. Esattamente il contrario di ciò che cerchiamo e desideriamo: essere acclamati, amati, apprezzati. Gesù invece sfugge alla carne perchè è uscito-venuto dal Padre per compiere una missione, e la sua vita non gli appartiene; essa è una porta aperta come quella della casa di Pietro, come quella della Chiesa. Tutta la città può entrare attraverso di Lui, perchè è l’unico pastore che conosce sino in fondo le sue pecore. Ogni dolore, ogni angoscia, ogni peccato. Nella notte della morte che si stende sulla vita degli uomini Gesù è lì, e in ogni luogo, ad annunciare l’amore di Dio, più forte della notte, del peccato, della morte. Gesù schiude anche oggi la porta della vita, della misericordia e dell’amore; attraverso di essa possiamo entrare di nuovo nell’intimità di Dio, essergli familiari, figli, e da figli vivere e camminare nel servizio che è l’amore gratuito per il quale siamo stati creati.

Meditazione del giorno:

Guigo il Certosino (1083-1136), priore della Grande Certosa
Meditazioni 1, 1-49 ; SC 163, 127

« Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava »

Gesù stesso, che è Dio e Signore, la cui fortezza non aveva bisogno di trovare sostegno in alcun ritiro, e non veniva intralciata dalla compagnia degli uomini, purtuttavia ebbe cura di lasciarci un esempio. Prima del suo ministero di predicazione e prima di fare miracoli, si è sottomesso, nella solitudine, alla prova della tentazione e del digiuno (Mt 4,1s). La Scrittura ci riferisce che, trascurata la folla dei discepoli, saliva sul monte a pregare, solo (Mc 6,46). Poi, nell’ora in cui la sua Passione si avvicina, abbandona i suoi discepoli per andare a pregare solo (Mt 26,36). Questo è un esempio adatto per farci capire quanti vantaggi la preghiera trae dalla solitudine, visto che egli non vuole pregare accanto a dei compagni, fossero anche i suoi apostoli.

Non bisogna passare sotto silenzio tale mistero che ci riguarda tutti. Lui, il Signore, il Salvatore del genere umano, offre nella sua persona un esempio vivo: solo, nel deserto, si dedica alla preghiera e agli esercizi della vita interiore – il digiuno, le veglie, e altri frutti di penitenza – superando così le tentazioni dell’Avversario con le armi dello Spirito.

O Gesù, accetto che all’esterno, non ci sia nessuno con me; ma purché dentro di me, io sia maggiormente con te. Guai all’uomo solitario, se non sei con lui! Quanti uomini mentre stanno nella folla, sono veramente soli, perché non sono con te. Vorrei, con te, non essere mai solo. Poiché in questo momento, anche se nessuno è con me, io non sono solo: da solo sono una folla.

Cafarnao ed il Vangelo

Come si è visto, la comunità cristiana di Cafarnao aveva un riguardo speciale per la casa di Simon Pietro. Ben presto questa casa divenne “la casa” degli adepti cristiani, cioè una domus-ecclesia. In realtà la casa di Pietro, rimessa in luce, ci offre il primo esempio nel mondo cristiano d’una domus-ecclesia. Le ragioni speciali di questa scelta possono trovarsi nei Vangeli stessi. Fu Gesù stesso che scelse questa casa come la sua casa di Cafarnao. Alla stessa maniera che Cafarnao divenne “la città di Gesù”, così la casa di Pietro può essere giustamente chiamata “la casa di Gesù”.
Se abbiamo in mente la proverbiale concisione dei Vangeli, siamo immediatamente colpiti dai numerosi richiami alla casa di Pietro. Ecco qualche brano.

“E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.”
“Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano”. (Mc 1,29-32)
Questi due brani contengono alcuni particolari che le recenti scoperte archeologiche possono chiarire in una maniera concreta. La casa visitata da Gesù si trovava circa 30 m a sud della sinagoga. Era una grande casa, perché essa era composta di molti vani che si affacciavano su un ampio cortile. Non ci meravigliamo dunque nel leggere che tre famiglie condividevano quella casa cioè la famiglia di Pietro, quella di Andrea, suo fratello, e quella della suocera. Questo era a quel tempo il tipo comune delle case private che abbiamo scoperto a Cafarnao. Leggiamo inoltre che “l’intera città era affollata davanti alla porta”. Questo particolare di Marco lascia supporre l’esistenza d’un grande spazio libero davanti alla porta. E così è infatti. La casa scoperta si trovava lungo la strada principale del villaggio che è in direzione nord-sud e disponeva di uno spazio libero fra la porta di ingresso e la suddetta strada, senza dimenticare che il lato sud verso il lago era anch’esso libero da abitazioni.
Venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli dissero: “Il vostro maestro non paga la tassa per il tempio?”. Rispose: “Sì”. Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: “Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?”. Rispose.- “Dagli estranei”. E Gesù: “Quindi i figli sono esenti. Ma perché non si scandalizzino, va’ al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te”. (Mt 17, 24-27)
Solo Matteo, già collettore d’imposte, racconta la scena. Egli presenta Pietro come l’intermediario tra i collettori d’imposte e Gesù. A quanto pare, Pietro era pronto a pagare per sé e per Gesù, ma alla fine è Gesù stesso che paga il tributo per tutti e due. Tutto il brano lascia capire che Gesù era l’ospite di Pietro e che Egli era, come tale, considerato un membro della famiglia di Pietro. Per questa ragione Pietro e Gesù sono messi insieme per la questione delle tasse.
Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono  il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,1-4).
L’inciso secondo cui era tanta la ressa della folla che non si trovava posto “neppure davanti alla porta” è un riferimento letterario a Mc 1,33: si parla dunque ancora una volta della casa di Pietro. L’espressione greca si può tradurre sia “dentro una casa”, sia in casa (sua)”. Qui è consigliata la seconda traduzione. In altre parole la guarigione del paralitico avvenne nelle casa di Pietro, e questa era considerata la casa di Gesù. La calata del paralitico, attraverso il tetto sgombrato, non è una cosa strana nel contesto dei quartieri abitati di Cafarnao, dove le case ad un piano erano coperte da tetti leggeri, ai quali si accedeva per mezzo dei gradini.