di Don Antonello Iapicca

[Dopo che i cinquemila uomini furono saziati], Gesù subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare.
Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.
Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.
E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito
. (Mc 6,45-52)

IL COMMENTO

Un cuore indurito non può vedere il Signore, pensa sia un fantasma. Per chi ha il cuore sclerotizzato, secondo l’etimologia greca, un uomo che ha appena sfamato migliaia di persone con due soli pesci e cinque pani non può vincere la morte. Non può camminare sul mare. Perchè i discepoli avevano il cuore indurito? Di fronte a che cosa, a chi erano induriti? L’esperienza della propria incapacità nella quale Gesù aveva operato il miracolo non aveva scalfito la corteccia spessa del loro cuore. Esattamente come Israele: aveva passato il mare, era stato miracolosamente liberato, eppure…. Eppure l’apparire della morte svela le profondità del cuore. Un mare in tempesta e un vento contrario smascherano la verità. I disepoli non hanno fede. Non avevano compreso il segno dei pani. La loro mente ed il loro cuore erano ancorati alla carne, ai suoi bisogni, ai suoi desideri. Per questo il Signore, appena compiuto il segno, costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo all’altra riva. Li costringe ad entrare nella notte e nel mare. Nella morte. Il compimento della sua opera non è sfamare, ma dare la sua stessa vita. Il traguardo della sua incarnazione non è risolvere qualche problema, sistemare le cose. Lui mira molto più in alto, mira a fare dei suoi discepoli, della sua Chiesa il Popolo della Vita eterna, che custodisca una sorgente inestinguibile di Vita. Per questo la barca, immagine della Chiesa, deve passare attraverso il mare increspato dal vento contrario. La Chiesa e i discepoli devono per forza fare l’esperienza del male e della morte che si abbatte su di essi. E scoprire di non avere risorse, di non poter oltrepassasre quel limite. La paura della morte albergava nel cuore di quel pugno di uomini, e li paralizzava. Quel terrore gli aveva indurito il cuore. La scoperta fondamentale però è un’altra. Quel vento aveva solo svelato quel che in realtà covavano dentro. Noi pensiamo che siano gli eventi a trascinarci nell’angoscia e nella paura, ma non è così. Vi è qualcosa di più profondo e latente. Il Vangelo ci dice che già prima di salpare i discepoli avevano il cuore indurito. E’ infatti questa la condizione esistenziale dell’uomo. La Lettera agli ebrei la descive perfettamente: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb. 2,14-15). Per tutta la vita schiavi del demonio. E’ lui l’autore dell’indurimento. E’ lui che ha seccato e atrofizzato il cuore, depositandovi, come in Adamo ed Eva, la menzogna primordiale. Il miracolo dei pani e dei pesci ha scosso i discepoli, ma il loro cuore aveva bisogno d’altro ancora. Così per tutti noi. Abbiamo visto miracoli meravigliosi nelle nostre vite. Eppure dinnanzi alla sofferenza rimaniamo impietriti, induriti. Occorre il miracolo definitivo, che l’autore stesso del miracolo prenda dimora dentro di noi. Per questo, come recita la Lettera agli Ebrei, Gesù ha preso la nostra carne e il nostro sangue. Con questo nostro corpo ha camminato sul mare, è entrato nella morte per ridurre all’impotenza l’autore d’ogni indurimento. Il miracolo che ci aspetta non consiste nel riposizionamento dele nostre vite, del nostro carattere. No, Gesù scende anche oggi alla nostra barca, come alla Chiesa, per liberarci dalla paura donandoci il suo stesso Spirito, la sua stessa vita. Solo chi ha dentro Vita eterna, la stessa vita di Gesù, sperimenta ogni giorno di poter camminare sulle acque della storia, entrare negli eventi che ci fanno guerra, trapassare i venti contrari. Solo con la forza dello Spiritpo Santo vivificante vediamo sbriciolarsi la durezza del cuore. E’ la fede, la certezza che Lui ha vinto la morte e non dobbiamo più temere, perchè la sua vittoria ci appartiene, e ci muove, e ci libera per poter amare, offrire tutto di noi per sfamare chi ci sta intorno. Ora si comprende la missione affidata ai discepoli: “Date voi stessi loro da mangiare”. Di fronte a questo erano induriti, era per loro impossibile, a meno di non comprare qualcosa. Ma no, Gesù gli aveva profetizzato quello che oggi profetizza a ciascuno di noi: diventerete cibo voi stessi, da quel nulla che siete le genti si sazieranno.