di Don Antonello Iapicca

In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. (Mc 6,34-44)

IL COMMENTO

Il mondo è una folla sterminata di vagabondi e mendicanti. Null’altra speranza che la compassione, le viscere di misericodia di Gesù. Solo Lui guarda alle folle fermandosi su ciascuno. Solo Lui fa di ogni uomo sperduto nell’anonimità di una massa una creatura unica e irripetibile. E’ il prodigio del suo sguardo che sgorga dall’abisso di misericordia di Dio. Così siamo guardati ogni istante da Gesù, ovunque ci troviamo, immersi nelle occupazioni, anche nella curva esagitata di uno stadio quale è l’impazzita società nella quale viviamo. Lui guarda diritto il cuore, e lo svela disorientato, senza pastore. Oggi, come duemila anni fa, il lmale che aggredisce il mondo è la mancanza di un pastore, di una guida, di un Padre. Mercenari che spadroneggiano, ingannano e uccidono ve n’è a miriadi. Ma di pastori no, nessuno che abbia realmente a cuore le sorti di ciascun uomo, nessuno che ami al punto di farci sentire davvero come unici e importanti. Slogan a bizzeffe, vite donate gratuitamente, nessuna. In questo deserto di corpi e vite gettati come vuoti a perdere si posa anche oggi lo sguardo di Gesù. Ed è subito misericordia, ed è subito annuncio, e speranza. La parola del Signore infatti si compie, non è come quella degli imbonitori d’ogni stagione. La sua parola ci accompagna sino al crepuscolo, sulla sponda delle notti di ogni uomo, esattamente come appare nel Vangelo di oggi. La sua parola giunge sulla soglia della nostra fame, della nostra insoddisfazione, della delusione, dell’angoscia. E si pane. E sazia. Il Vangelo di oggi è immagine e profezia dell’opera di Gesù e della Chiesa suo corpo vivo nelle generazioni. Egli giunge ad ogni sofferenza, ad ogni schiavitù, ad ogni uomo sperduto senza pastore. E strugge il cuore di compassione. Il cuore di Gesù, ed il cuore della Chiesa. Ed ecco l’annuncio della Buona Notizia a far luce, ad illuminare la verità sul vuoto che accompagna inesorabilmente ogni uomo errante lontano da Lui. E lì, alla porta della notte di ciascuno, la Buona Notizia si fa pane di Vita, l’unico capace di saziare. La Parola si fa carne attraverso la Chiesa. Il mistero dell’Incarnazione che abbiamo da poco celebrato, si dilata ad ogni tempo per mezzo degli apostoli. Per questo, inscritto in questo brano che è paradigma della missione della Chiesa, come una sorta di manuale d’istruzioni, vi è l’esperienza fondante, imprescindibile, nella quale sono spinti i discepoli. Appare il catecumenato che caratterizzava l’iniziazione cristiana della Chiesa primitiva, che consisteva essenzialmente in un cammino di discesa sino alle acque del battesimo. Anche Gesù nel battesimo ha percorso questa kenosis sino al fondo della più reale condizione umana. Anche i discepoli vi sono condotti. Dategli voi stessi da mangiare: è la consegna di Gesù alla sua Chiesa. Ma per far questo i discepoli non si son messi a studiare piani pastorali, anche se nel loro stupore si riconosce l’eco della stessa tentazione: Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane? Subito s’affaccia la preoccupazione del denaro, e quindi del fare, del pianificare. Ma per Gesù le cose non stanno così. E’ questione diversa, si tratta di essenzialmente di scendere al fondo della propria realtà, non di uscirne a cercare soluzioni. Vi è un cammino aperto sulla verità, che è l’umiltà di riconoscersi incapaci, inadatti, poveri. Di non avere altro che cinque pani e due pesci, nulla dinnanzi alla sterminata moltitudine affamata. E’ questo il nocciolo, lo scrutinio ineludibile per ogni cristiano, per ogni testimone, per la Chiesa stessa. Quanti pani avete? Andate a vedere: E’ questa la parola fondamentale, una domanda che risuona da duemila anni. Andare a vedere sino al fondo della nostra vita, scoprire la debolezza, la povertà, l’inadeguatezza. Come i catecumeni scendevano i gradini del fonte battesimale, ormai nudi, come lo erano stati Adamo ed Eva, smascherate le ipocrisie e le finizioni, soli con la propria realtà. Il peccato, l’incapacità, la debolezza. Solo così potevano entrare nelle acque e rinascere a vita nuova per rivestirsi di Cristo. E’ l’esperienza fatta da San Paolo che lo porta addirittura a vantarsi della propria debolezza, perchè è proprio nella debolezza che si manifesta pienamente la potenza di Cristo. I discepoli hanno dovuto percorrere questo cammino, come la Chiesa, come ciascuno di noi. Abbandonare gli schemi, i programmi, ed arrendersi a Dio. Non v’è altro modo per sfamare le generazioni. Non vì è altra via per amare la moglie, il marito, i figli, i colleghi. Non v’è altro cammio per essere cristiani e compiere la missione affidata e per la quale siamo nati. Andare a vedere nel cuore e nella mente e deporre tra le mani del Signore la nostra povertà. Così si darà il miracolo che è profezia e segno di quello più grande, il mistero Pasquale. Dalle opere morte opere di vita eterna, dal peccato la misericordia, dalla schiavitù la libertà, da cinque pani e due pesci l’alimento sovrabbondante per tutti gli uomini. Gesù infatti non moltiplica quanto gli avevano portato gli apostoli. Gesù prende proprio quei pani e quei pesci e da quelli trae il cibo per tutti. Questa è l’esperienza della Chiesa, di ciascuno di noi. Nella  debolezza appare una sorgente di vita. Laddove siamo incapaci di perdonare sgorga il perdono; laddove siamo impossibilitati ad obbedire nasce l’obbedienza. E’ questa la missione della Chiesa, mostrare al mondo l’opera di Dio, la vittoria di Gesù sulla morte. Mostrare il Cielo che ha preso dimora in una carne debolissima e peccatrice, segno di speranza per tutti. Così avanzeranno dodici ceste, le dodici tribù di Israele, immagine della Chiesa nuovo israele. Il miracolo d’amore sovrabbondante arricchisce e colma la stessa comunità; essa vive del dare la vita. E’ paradossale ma è il compimento della Parola di Gesù: “Chi perde la sua vita la ritroverà”. I discepoli d’ogni generazione sperimentano di poter vivere, ed essere sazi e felici, solamente offrendo la propria vita al potere di Gesù che la moltiplica e ne fa nutrimento per tutti.