di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45.

Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

IL COMMENTO

La compassione gioca brutti scherzi. Anche a Gesù. Nel Vangelo di Marco ricorre il cosiddetto segreto messianico, il silenzio che Gesù impone perchè non fosse rivelata la sua identità confidata agli apostoli e non fossero divulgati i suoi miracoli. Gesù riconosceva in questa sorta di segreto il pino di Dio, il cammino al compimento della volontà di salvezza del Padre. Ad esso si voleva adeguare. Ma la compassione lo trascina in qualcosa di diverso. Mentre il segreto sulla sua identità di Figlio di Dio è stato mantenuto dagli apostoli e non sarebbe stato svelato pubblicamente che nella Passione dinnanzi al Sommo Sacerdote, per i miracoli la cosa è andata diversamente. La fama di Gesù infatti si andava estendendo “al punto non poteva più entrare pubblicamente in una città”. La fama che derivava dalla sua compassione. Questa parola traduce in italiano l’ebraico rahamin, che rimanda all’amore viscerale di una madre (rehem = utero, seno materno). La compassione svela dunque il cuore materno di Gesù. Un cuore da cui sgorga un amore capace di dare alla luce, di creare e ricreare. La guarigione del lebbroso scaturisce dunque dalle stesse viscere del Signore, laddove vibra l’amore sconfinato di una madre, e più di una madre. “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti porto tatuato sulle palme delle mie mani” (Is. 49,15 s.). Il lebbroso, reietto, impuro e impossibilitato ad avvicinarsi a chiunque (cfr. Lv. 13), sente che con Gesù può infrangere le regole. Lui sa che in quell’uomo si cela un cuore di madre. Di sua madre. Non può temere, e si fa audace, e varca il limite imposto dalla legge che solo può attestare il male e cercare di arginarlo. Passa Gesù, e quel lebbroso intuisce che il Tempio, il culto, la vita del Popolo Santo, tutto quanto gli era stato interdetto è di nuovo lì, accanto a lui. Quesll’uomo distrutto, disprezzato, solo, sa che Gesù può salvarlo, ridonargli la vita vita perduta, forse mai assaporata. E’ la fede che riconosce, intimamente, il cuore materno di Gesù. Può fidarsi perchè è proprio da Lui che egli stesso proviene; la pelle straziata, le membra squassate, non possono cancellare la verità: non c’è nessuno al mondo che gli provochi gli stessi sentimenti. Lui assomiglia a Gesù, anche se i tratti somatici sono ormai sconvolti. Loro due hanno molto in comune, non sono estranei. Forse, in quell’impeto misterioso che la fede sa muovere, quel lebbroso ha visto Gesù sulla via del Calvario, lo ha visto come se si fosse guardato in uno specchio, senza apparenze d’uomo disprezzato, rifiuto degli uomini, come uno davanti al quale ci si copre il volto (Cfr. Is. 53). Era ora dinnazi all’uomo dei dolori, che conosce bene il patire; era quel Gesù il Sommo Sacerdote dal quale aveva sognatodi andare un giorno a presentare la sua carne guarita come prescriveva la Legge; ed era lì, accanto a lui, non nel Tempio, ma accanto, dentro alla sua solitudine, ed era il Sommo Sacerdote che sapeva compatire le sue infermità, essendo stato lui stesso, di lì a poco, provato in ogni cosa, anche nella sua lebbra, eccetto il peccato. Si poteva dunque accostare con piena fiducia la trono della Grazia, per ricevere misericordia e trovare Grazia ed essere aiutato al momento opportuno (cfr. Eb. 4, 15-16). Per questo sgorga dal cuore del lebbroso in ginocchio l’invocazione che è una professione di fde: “Se vuoi puoi guarirmi”. Mi hai amato, pensato e creato tu, sono tuo, se vuoi puoi ancora aver misericordia, tu conosci, come solo una madre può conoscere, le mie sofferenze. Sono carne della tua carne, e tu, con questa stessa carne, distruggerai la morte. Distruggila ora in me, tu puoi, se vuoi. E le viscere di Gesù si commuovono, come per un figlio, e le sue mani toccano quelle carni straziate. Quelle mani che lo portavano, da sempre, tatuato, quale figlio carissimo e preziosissimo. Quelle mani che saranno trapassate dai chiodi a far scaturire il sangue che laverà ogni peccato ed ogni lebbra.
Ma la compassione gioca un brutto scherzo a Gesù. Seppur intimato severamente di non dire nulla ma di andare finalmente ai sacerdoti per testimoniare l’avvento del Messia attraverso ll segno compiuto in lui, il lebbroso comincia, ebbro di gioa, ad annunciare la Buona Notizia. L’esperienza travolgente non può essere contenuta, proprompe in grida di lode. Il lebbroso diviene apostolo, annunciatore, araldo, senza aver studiato; la Buona Notizia la portava nella carne, era luce e sale e lievito perchè recava in sé l’opera compiuta di Dio, il mistero pasquale di Gesù. In Lui era stata vinta la lebbra, la solitudine, il peccato, la morte. Era la sua vita a parlare, era la sua carne rigenerata a gridare la vittoria di gesù. Le parole avrebbero solo soiegato, dato ragione di un fatto, un avvenimento incontrovertibile. E’ questa la missione della Chiesa, e di ogni apostolo: far presente nella propria concreta esistenza la Buona Notizia. Mostrare i segni e i prodigi che accompagnao la parola della predicazione. E non sono cose che si imparano, sono fatti, esperienze, vita. E’ la fede che si fa notizia. Cero è necessario approfondire, studiare, ma la prima e fondamentale formazione di ogni apostolo è sul campo, quello della propria vita. Si può essere finissimi esegeti, acuti teologi, accorti liturgisti, ma senza fede si resta come cembali tintinnanti.
Così la compassione di Gesù ha dischiuso le porte all’evangelizzazione, senza averla prevista e preparata a tavolino. Anzi, sorprendendo e spiazzando anche Gesù. Quel miracolo doveva restare segreto, avrebbe poi pensato Lui ad inviare i suoi discepoli. Ma il lebbroso disubbidisce, non può tacere, è ridiventato bambino, ed i bambini non sanno mantenere i segreti. E si apre una falla nel piano di Dio. Può sembrare assurdo e paradossale, ma il Vangelo ce lo mostra così. Gresù è costretto a fare i bagagli e scappare nel deserto. Va a rifugiarso da dove il lebbroso era scappato ormai libero dalla sua lebbra. La compassione ha condotto Gesù per un cammino che non sembra avesse previsto. Perchè è proprio la compassione che guida i suoi passi, la natura divina che muove la sua natura umana. Gesù è come il vento, si lascia portare e non si oppone alla sconfinata misericordia del Padre che scuce le trame della sua stessa volontà per aprirle all’infinita urgenza dell’amore. Si in questo paso del Vangelo l’eco della voce di Maria a Cana che spinge Gesù ad anticipare la sua ora. Come lo sono stati gli sposi di Cana, l’ora di Gesù, che si sarebbe compiuta sul Golgota, l’ora di Gesù
si fa urgente e presente nelle carni del lebbroso. E quell’ora giunta improvvisa e fuori tabella svela la libertà intrisa d’amore di Gesù. Il suo cuore brucia di compassione e guarda senza limiti come guarda il Padre.
Lebbrosi sanati, anche noi siamo chiamati alla stessa libertà. L’esperienza del potere di Gesù Cristo su ogni nostra lebbra ci apre inevitabilmente ad una vita posta sul candelabro. L’audacia della fede nella quale possiamo vincere l’orgoglio nascosto che ci fa paurosi e incapaci di implorare aiuto, ci svela la nostra più intima vocazione. L’urgenza della nostra salvezza captata dal cuore materno di Gesù ci sospinge nell’arena delle urgenze del mondo. Non possiamo restare aggrappati ai nostri sogni, ai nostri progetti, anche a quelli più santi. La compassione spariglia e ci schiude orizzonti impensati. Mentre siamo chini sulle nostre sofferenze, ci intristiamo alla ricerca della volontà di Dio che non riusciamo a trovare, anche oggi Gesù giunge alla nostra vita, la tocca, la ricrea, ne fa un prodigio. E’ il segno che può sconvolgere i nostri piani e le nostre speranze, e svelarci un orizzonte che neanche immaginiamo. La nostra vita è dentro un’urgenza più grande dei nostri pensieri. Lasciamoci accompagnare da Gesù sulle strade della libertà, quella che rimette tutto di noi a Dio. Che faccia di noi quel che vuole, che la sua compassione ci trasformi in segni di misericordia per ogni uomo. Ovunque. In qualsiasi momento. Anche ora, al lavoro, a casa, o a migliaia di chilometri. Che la compassione possa anche oggi giocarci lo scherzo di una vita nuova abbandonata alla volontà di Dio.