di Giancarlo Cesana*

ROMA, domenica, 17 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Gli ospedali sono nati all’inizio di quello che noi chiamiamo Medio Evo, età di mezzo tra altre due più importanti, quasi a dimenticare il contributo fondamentale alla formazione della nostra civiltà. Gli ospedali sono proprio un esempio di tale contributo.

Non sono nati perché si sapessero curare le malattie. Fino all’inizio del secolo scorso le possibilità di trattamento erano risibili. Gli ospedali sono nati per “ospitare”, per accogliere e assistere gli uomini e le donne in difficoltà, colpiti dalla sventura, in cui spesso malattia e miseria facevano tutt’uno.

Con la Risurrezione di Cristo, la morte, di cui la malattia era massimo presagio, non era più l’ultima parola sulla vita, ma la certezza – o la speranza, che è lo stesso – della vittoria della vita era diventata dominante. Malattia e morte non avevano perduto il loro carico di dolore e di spavento, ma si potevano affrontare. Di più: erano partecipazione alla sofferenza salvatrice di Cristo. Come assai più tardi si espresse l’invettiva di Nietzsche contro il crocifisso, il Dio inchiodato alla croce proclamava che la sua debolezza, la debolezza dell’uomo completamente abbandonato a lui, era più forte della forza dell’uomo.

Così secoli di assistenza “impotente” hanno prodotto la potenza della moderna medicina.

Il merito del libro di Giuseppe Baiocchi e Patrizia Fumagalli “Se la vita si rianima” (edizioni Ares) è di mostrare come la potenza medica, pur migliorando non poco l’esistenza, non sposti di una virgola il problema originale. Proprio laddove l’intervento è più sofisticato, per le caratteristiche di urgenza e gli strumenti utilizzati, è anche richiesta l’ostinazione della assistenza, spesso contro ogni immediata evidenza.

Così ci si pone una prima domanda. Se la vita si rianima; se un malato dichiarato in stato vegetativo persistente, inaspettatamente si risveglia; se una persona gravemente menomata, scopre di poter vivere un’esistenza normale e stranamente felice: se accade ciò, noi siamo pronti ad accettarlo? O meglio, quando accade ciò, noi siamo disposti a tenerne conto, a cambiare una concezione della vita, in cui, insieme all’edonismo distratto, dominano lo scetticismo e la morte, presenza tanto più rimossa quanto incancellabile?

Poi c’è una seconda domanda. Veramente le sofferenze di Eluana Englaro sono state inutili?
Quanti a causa di lei e della gratuita e duratura assistenza delle Suore Misericordine sono stati costretti, almeno per un attimo, per la decisività che può avere un lampo, a guardare con più profondità e amore alla propria vita, a quella dei propri cari, alla possibilità che gli estranei diventino familiari?

Anche in questo impercettibile, ma reale, sommovimento delle coscienze sta probabilmente la misteriosa azione di Dio, che ci fa percepire il brivido di una libertà, che può cambiare veramente tutto. Abbiamo bisogno di essere risvegliati da quel coma attivo che è l’assenza di significato, la scomparsa dal nostro orizzonte del fascino della vita.

Scriveva Aldous Huxley – celebre e laicissimo scrittore inglese degli inizi del Novecento – nello splendido romanzo ‘Il mondo nuovo’: «Potete essere indipendenti da Dio soltanto mentre avete la giovinezza e la prosperità; l’indipendenza non può accompagnarvi sicuramente fino alla morte». La scienza, per progredire, ha bisogno certamente dell’esattezza, ma soprattutto di ammettere che un senso di tutto, un creatore ci possa essere. E noi, per pensare che valga la pena continuare a vivere nonostante disgrazie e malattie, che non sono eccezione ma regola, abbiamo bisogno di incontrarlo… e di frequentarlo.

Per approfondimenti invitiamo alla lettura del libro di Giuseppe Baiocchi e Patrizia Fumagalli “Se la vita si rianima” (edizioni Ares).

* Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico