di Don Antonello Iapicca

Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo  nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

IL COMMENTO

Una donna. Un peccato. L’umanità. I suoi peccati. Adulterio e idolatria. Una vita gettata nei letti degli amanti, e solitudine acre, tanta passione e niente amore. Solitudine. Come ora, lì nel mezzo, gli occhi e le mani puntati su di lei, le pietre pronte a colpire. E noi e i nostri giorni dissolti tra gli idoli muti incapaci d’amore, prestigio, denaro, affetto. E sempre più soli, un pugno di mosche tra le mani, sbattuti in mezzo alla strada, tremanti, aspettando solo la morte. La condanna già emessa, dev’essere solo eseguita. Si, così è la nostra vita, un battito di ciglia impaurito, rincorrere la gioia nella palude della solitudine. E invece siamo soli. Per quanto facciamo, pensiamo, desideriamo, siamo soli. Come questa donna. Nudi, come Adamo ed Eva. Il peccato appena consumato a piagare le spalle d’un peso insopportabile, ed una condanna sul capo, la morte in agguato. La fine d’ogni residua speranza. Quanti giorni così, quante ore. Alienazioni vuote, peggiori d’una lapidazione. Illusioni, a ferirci più d’una coltellata. In mezzo alla strada. In fondo alla vita. E Il Suo sguardo. Era lì. Ad aspettare. La storia che sembra stracciarci gli ultimi istanti, ci trascina da Lui. Dove tutto sembra perduto, dove le conseguenze dei nostri peccati sembrano gettarci senza speranza, dove la polvere secca d’una vita esanime sembra soffocare l’ultimo gemito, proprio lì ad insegnare. Il Suo trono di misericordia, la Sua cattedra d’amore. Il perdono, ad aspettare i nostri peccati. Il Suo sguardo, a sanare le nostre paure. Il Suo dito pigiato sulla terra, le Parole d’amore segnate con la potenza dello Spirito sui nostri poveri cuori. Di terra siam fatti, dalla terra veniamo, i nostri giorni come erba del campo, svaniscono in un baleno. Terra e carne, incapaci d’amare. La legge scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il cammino della vita tradito da cuori di pietra. E il Figlio, la Parola fatta carne perché a carne possa compiere la Parola, il dito di Dio nel dito del Figlio, lo Spirito Santo a cacciare il demonio, a riscattare le nostre vite, a scrivere la Legge nella nostre debolezze (L’inno “Veni, Creator Spiritus” invoca lo Spirito Santo come digitus paternae dexterae, dito della destra del Padre). Dov’è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Dove sono i nostri accusatori? Dove sono i nostri giustizieri? Dov’è il documento della nostra condanna? Tutto è svanito, ogni giudice si è dileguato all’apparire della verità. Siamo soli finalmente, di una benedetta solitudine. Quella che ci svela il volto di Dio nello sguardo di Cristo. Soli, per Lui. Senza speranza, per sperare solo in Lui. Senza gioia, per gioire solo di Lui. Senza nulla, per avere solo Lui. Noi e Lui, noi in mezzo e Lui con noi. Dove tutti ci abbandonano, dove tutto ci condanna, e giustamente, e ragionevolmente, il Suo amore, l’ultima Parola. Gesù, il comandamento del Padre scritto sulla terra della nostra esistenza, il cielo inciso sul nostro cuore, la misericordia nella nostra debolezza.