di Nicoletta Tiliacos
Tratto da Il Foglio del 25 maggio 2011

Roma. L’evoluta Svezia, con le sue ideali condizioni di welfare e di parità tra i sessi, è finita sotto osservazione, nell’ambito dei paesi dell’Unione europea in generale e di quelli scandinavi in particolare, per il numero crescente di casi di violenza sessuale.

E’ il paradosso raccontato da “Case Closed”, un rapporto di Amnesty international del 2010, nel quale si dice che “nel caso della Svezia, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne ha fatto notare che, se il paese ha raggiunto un livello impressionante di uguaglianza tra i sessi nei campi cosiddetti pubblici, come il lavoro, l’educazione e la partecipazione politica, questi progressi sembrano arrestarsi sulla porta di casa”, mentre “lo stupro e altre violenze sessuali rimangono una realtà inquietante, che ogni anno tocca migliaia di donne e di ragazze nell’insieme dei paesi nordici”.

Secondo il National Council of Crime Prevention svedese, nel 2006 sarebbero avvenuti quasi trentamila casi di violenza (su una popolazione di poco più di nove milioni di abitanti), ma solo una percentuale minima, meno del dieci per cento, sarebbe stata denunciata alla polizia, e infima è la quota di quelli sfociati in un processo (dei tremilacinquecento stupri denunciati nel 2007, meno del 13 per cento è arrivato a un giudizio processuale). Nel 2008 i casi segnalati, riguardanti ragazze e donne di oltre quindici anni, erano diventati quattromila, con 262 persone riconosciute colpevoli di violenza sessuale.

La recente vicenda del fondatore di Wikileaks, Julian Assange – accusato di violenza in Svezia perché non avrebbe usato profilattici nei rapporti sessuali con due donne, le quali per questo lo hanno denunciato – può gettare più di un’ombra di scetticismo sull’allarme stupri in Scandinavia. Ma altri segnali indicano che qualcosa è andato storto, in un mondo che troppo frettolosamente ci si immagina immune dalla piaga della violenza contro le donne. Il gigantesco fenomeno editoriale dei “gialli venuti dal freddo”, a partire dal capostipite Stieg Larsson e dalla sua trilogia da trenta milioni di copie, “Millennium” (“Uomini che odiano le donne”, “La ragazza che giocava con il fuoco”, “La regina dei castelli di carta”, tutti pubblicati in Italia da Marsilio), per continuare con le decine di autori e autrici che lo hanno seguito nello stesso filone, può essere interpretato come il frutto letterario di un problema reale, di un malessere crescente nel rapporto tra i sessi. Di questo si parlerà anche nel prossimo seminario annuale della Società italiana delle letterate: “Gelido giallo. Donne e uomini tra crisi dell’emancipazione, libertà e violenza” (11 e 12 giugno, a Frascati): “La domanda da cui partiamo è: perché proprio in paesi ad alto tasso di emancipazione femminile (occupazione, welfare, rappresentanza nelle istituzioni e legislazione per le pari opportunità), spesso indicati come modelli da invidiare, un paio di generazioni di scrittrici e scrittori hanno scelto il genere giallo per raccontare il perdurante conflitto tra i sessi, l’insoddisfazione delle donne e le pulsioni profonde che producono fenomeni di efferata violenza?”.

Di certo sembra uscito da un libro di Larsson il sessantaquattrenne ex capo della polizia di Uppsala, Göran Lindberg, che nel luglio scorso fu condannato a sei anni senza condizionale per aver picchiato e violentato undici ragazze (al momento dell’arresto, stava andando all’appuntamento con una quattordicenne). E fu uno stupro di gruppo al quale assistette senza reagire, che segnò la vita del futuro autore di “Uomini che odiano le donne”, allora quindicenne. Lo ha raccontato alla Abc un grande amico di Larsson, Kurdo Baksi, anche lui giornalista: “Mi disse: ho bisogno di scrivere questo libro. Vidi uno stupro e non feci niente. Fu terribile: è ancora terribile”.