Presentato il libro di Benedetto XVI con Peter Seewald “Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi”
di Rino Fisichella
Tratto da L’Osservatore Romano del 24 novembre 2010

“Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi”, il libro di Benedetto XVI con Peter Seewald, è stato presentato stamane, martedì 23 novembre, nella Sala Stampa della Santa Sede. Alla presenza di monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Pontefice, e degli editori dell’opera in diverse lingue, sono intervenuti con l’autore, l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il giornalista e scrittore Luigi Accattoli, il salesiano don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, e il gesuita Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa. Dopo una breve introduzione di quest’ultimo e gli interventi di monsignor Fisichella e di Accattoli – che pubblichiamo in pagina – una ventina di giornalisti hanno rivolto domande a nome dei numerosissimi operatori dell’informazione presenti.

Licht der Welt. Luce del mondo. La grafia del Papa è inconfondibile e trovarla impressa sulla prima pagina del volume fa un certo effetto. Lui stesso, con estrema probabilità, ha scelto il titolo e questo è significativo. In un’intervista si suppone che il ruolo centrale spetti all’intervistato; in questo caso, però, non è così. Il titolo scelto non permette che ci si fermi sulla persona del Papa, ma rimanda oltre, a chi ancora dopo duemila anni illumina la storia, perché aveva detto di essere la “luce del mondo”. Protagonista di queste pagine, comunque, appare da subito la Chiesa. Le tante domande che compongono il colloquio, non fanno che evidenziare la natura della Chiesa, la sua presenza nella storia, il servizio che il Papa è chiamato a svolgere e, cosa non secondaria, la missione che ancora oggi deve continuare per essere fedele al suo Signore. “Viviamo un’epoca nella quale è necessaria una nuova evangelizzazione. Un’epoca nella quale l’unico Vangelo deve essere annunciato nella sua razionalità grande e immutata, ed insieme in quella potenza che supera quella razionalità, in modo tale da giungere in modo nuovo al nostro pensare e alla nostra comprensione… È importante intendere la Chiesa non come un apparato che deve fare di tutto, bensì come organismo vivente che proviene da Cristo stesso” (pagine 193-194). Alla luce di questo riferimento, è facile percepire l’obiettivo che segna questi anni del pontificato tesi a mostrare quanto sia decisivo per l’uomo di oggi saper cogliere la presenza di Dio nella sua vita per poter rispondere in modo libero – questo in effetti comporta la continua sottolineatura della razionalità – alla domanda qualificante sul senso della propria esistenza. Il raggio d’azione su cui verte l’intervista è vasto, sembra che nulla sfugga alla curiosità di Peter Seewald che vuole entrare fino nelle pieghe della vita personale del Papa, nelle grandi questioni che segnano la teologia del momento, le diverse vicende politiche che accompagnano da sempre le relazioni tra diversi Paesi e, infine, gli interrogativi che spesso occupano gran parte del dibattito pubblico. Siamo dinanzi a un Papa che non si sottrae a nessuna domanda, che tutto desidera chiarificare con un linguaggio semplice, ma non per questo meno profondo, e che accetta con benevolenza quelle provocazioni che tante questioni possiedono. Ridurre, tuttavia, l’intera intervista a una frase estrapolata dall’insieme del pensiero di Benedetto XVI sarebbe un’offesa all’intelligenza del Papa e una gratuita strumentalizzazione delle sue parole. Ciò che emerge dal quadro complessivo di queste pagine, invece, è la visione di una Chiesa chiamata ad essere Luce del mondo, segno di unità di tutto il genere umano – per usare una nota espressione del concilio Vaticano ii – e strumento per cogliere l’essenziale della vita. Anche se appare ai nostri occhi come una Chiesa che dà scandalo, che non vuole adeguarsi ai comportamenti di moda, che appare incomprensibile nei suoi insegnamenti e che, forse, lascia intravvedere possibili trame interne di uomini che ne adombrano la sua santità. In ogni caso, sull’insegnamento del Maestro “luce del mondo”, città posta sopra la montagna per essere vista da tutti. Segno di contraddizione che ha la missione di mantenere viva nel corso dei secoli la fede nel Signore Risorto fino al suo ritorno: “Guardiamo a Cristo che viene. È in questa prospettiva che viviamo la fede, rivolti al futuro” (pagina 97).

Licht der Welt, ovviamente, non è un volume scritto da Benedetto XVI; eppure, qui si condensa il suo pensiero, le sue preoccupazioni e sofferenze di questi anni, il suo programma pastorale e le aspettative per il futuro. L’impressione che si ricava è quella di un Papa ottimista sulla vita della Chiesa, nonostante le difficoltà che l’accompagnano da sempre: “La Chiesa cresce ed è viva, è molto dinamica. Negli ultimi anni il numero dei sacerdoti è aumentato in tutto il mondo e anche il numero dei seminaristi” (pagina 28). Come dire: la Chiesa non può essere identificata solo nel frammento di una zona geografica; essa è un tutto che fonda, abbraccia e supera ogni parte. Una Chiesa composta anche da peccatori; eppure, senza minimizzare il male, egli può giustamente affermare che “se la Chiesa non ci fosse più, interi ambiti di vita andrebbero al collasso” (pagina 54), perché il bene che compie è davanti agli occhi di tutti nonostante si voglia spesso volgere lo sguardo altrove.

Pagina dopo pagina si nota la pazienza di voler rispondere con chiarezza a ogni interrogativo che viene posto. Benedetto XVI apre il cuore della sua vita quotidiana, così come esprime con la dovuta parresia i problemi che sono sul tappeto della storia di questi anni. Se, da una parte, sembra farci entrare nel suo appartamento, condividendo con il lettore i ritmi della sua giornata, dall’altra evoca immagini che ben descrivono lo stato d’animo dei mesi passati: “Sì, è una crisi grande, bisogna dirlo. È stato sconvolgente per tutti noi. All’improvviso tutta quella sporcizia. È stato come se il cratere di un vulcano avesse improvvisamente eruttato una grossa nube di sporcizia che insudiciava e rabbuiava tutto” (pagina 44). Il tono semplice delle sue risposte si fa forte della plasticità delle immagini che spesso ricorrono, permettendo di comprendere a pieno il dramma di alcuni fatti. Eppure, dalla pacatezza delle risposte e dallo sviluppo del suo argomentare, ciò che emerge in maniera netta è soprattutto la spiritualità che caratterizza la sua vita tanto da lasciare ammutoliti. “Fin dal momento in cui la scelta è caduta su di me, sono stato capace soltanto di dire solo questo: Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi condurre. Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi anche aiutarmi” (pagina 18; cfr. pagina 33). Chi legge si arrende. O si accetta la visione della fede come un autentico abbandonarsi in Dio che ti trasporta dove vuole lui, oppure ci si lascia andare alle interpretazioni più fantasiose che caratterizzano spesso il chiacchiericcio clericale e non solo. La verità, però, sta tutta in quelle parole. Se si vuole capire Benedetto XVI, la sua vita e il suo pontificato, bisogna ritornare a questa espressione. Qui si condensa la vocazione al sacerdozio come una chiamata alla sequela; qui si comprende il perché di una traiettoria che non può essere modificata nella sua visione del mondo e dell’agire della Chiesa; qui si coglie la prospettiva attraverso la quale è possibile entrare nella profondità del suo pensiero e nell’interpretazione di alcuni suoi atti. C’è un termine in tedesco che sintetizza tutto questo: Gelassenheit, cioè l’abbandono fiducioso usque ad cadaver. Esso esprime la scelta decisiva di libertà come un radicale svuotamento di sé per lasciarsi plasmare e condurre dove vuole il Signore; insomma, il Papa si identifica più di tutti gli altri come un “povero mendicante davanti a Dio” (pagina 35). La spiritualità cristocentrica, che più volte viene richiamata, alimentata da un profondo legame con la liturgia (cfr. pagine 153- 154); permette di comprendere il comportamento di Benedetto XVI. D’altronde egli stesso lo afferma quando, rispondendo alla domanda sul potere che un Papa possiede, attesta: “Essere Papa non significa porsi come sovrano colmo di gloria, quanto piuttosto rendere testimonianza a Colui che è stato crocifisso e disposto ad esercitare il proprio ministero anche in questa forma in unione con lui” (pagina 26). In questa ottica, diventa almeno paradossale leggere l’espressione successiva che sembra contraddire quanto appena affermato mentre, invece, lo colloca nel suo coerente orizzonte di comprensione: “Tutta la mia vita è stata attraversata da un filo conduttore, questo: il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti” (pagina 27). Insomma, un Papa che continua ad essere ottimista; non in primo luogo per l’oggettiva dinamicità della Chiesa resa evidente da tante forze di spiritualità, ma soprattutto in forza dell’amore che tutto plasma e tutto vince (pagine 90-91).

Un’intervista che per molti versi diventa una provocazione a compiere un serio esame di coscienza dentro e fuori della Chiesa per giungere a una vera conversione del cuore e della mente. Le condizioni di vita della società, l’ecologia, la sessualità, l’economia e la finanza, la stessa Chiesa… sono tutti temi che richiedono un impegno particolare per verificare la direzione culturale del mondo di oggi e le prospettive che si aprono per il futuro. Benedetto XVI non si lascia impaurire dalle cifre dei sondaggi, perché la verità possiede ben altri criteri: “la statistica non è il metro della morale” (pagina 204). È consapevole che siamo dinanzi a un “avvelenamento del pensiero che a priori dà prospettive sbagliate” (pagina 77), per questo provoca a cogliere il cammino necessario verso la verità (cfr. pagine 79-80), per essere capaci di dare genuino progresso al mondo di oggi (cfr. pagine 70-71). Queste pagine, comunque, lasciano trasparire con chiarezza il pensiero del Papa e alcuni dovranno ricredersi per le descrizioni avventate date nel passato come di un uomo oscurantista e nemico della modernità: “È importante che cerchiamo di vivere e di pensare il cristianesimo in modo tale che assuma la modernità buona e giusta” (pagina 87) con le sue conquiste e con i valori che ha saputo raggiungere a fatica: “Vi sono naturaliter molti temi dai quali emerge per così dire la moralità della modernità. La modernità non consiste solo di negatività. Se così fosse non potrebbe durare a lungo. Essa ha in sé grandi valori morali che vengono proprio anche dal cristianesimo, che solo grazie al cristianesimo, in quanto valori, sono entrati nella coscienza dell’umanità. Là dove essi sono difesi – e devono essere difesi dal Papa – c’è adesione in aree molto vaste” (pagina 40). Questi richiami fanno percepire perché il Papa pensi così sovente al tema della nuova evangelizzazione per raggiungere quanti si trovano nella condizione di essere “figli” della modernità avendo colto solo alcuni aspetti del fenomeno, non sempre i più positivi, mentre hanno dimenticato la necessaria ricerca della verità e, soprattutto, l’esigenza di rivolgere la propria vita in una visione unitaria e non contrapposta (cfr. pagina 87). Questo risulta essere uno dei suoi compiti programmatici con i quali saremo chiamati a confrontarci: “Affrontare con rinnovate forze la sfida dell’annuncio del Vangelo al mondo, impiegare tutte le nostre forze perché vi giunga, fa parte dei compiti programmatici che mi sono stati affidati” (pagina 185; cfr. 193). Benedetto XVI ritorna spesso in queste pagine al rapporto tra modernità e cristianesimo. Una relazione che non può né deve essere vissuta parallelamente, ma coniugando in modo corretto fede e ragione, diritti individuali e responsabilità sociale. In una parola, “Rimettere Dio al primo posto” (pagina 96) per contraddire gran parte della cultura dei decenni passati che ha puntato a dimostrare superflua “l’ipotesi di Dio” (pagina 190). Questa è la conversione che Benedetto XVI chiede ai cristiani e a quanti vorranno ascoltare la sua voce: “Rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio. La cosa importante oggi è che si veda di nuovo che Dio c’è, che Dio ci riguarda e che ci risponde. E che, al contrario, quando viene a mancare, tutto può essere razionale quanto si vuole, ma l’uomo perde la sua dignità e la sua specifica umanità e così crolla l’essenziale” (pagina 100). È questo il compito che il Papa si prefigge per il suo pontificato e, onestamente, non si può negare quanto esso appaia arduo: “Comprendere la drammaticità del nostro tempo, rimanere saldi nella Parola di Dio come la parola decisiva e al tempo stesso dare al cristianesimo quella semplicità e quella profondità senza delle quali non può operare” (pagina 101).

Familiarità, confidenze, ironia, in alcuni momenti sarcasmo ma, soprattutto, semplicità e verità sono i tratti caratteristici di questo colloquio scelto da Benedetto XVI per rendere partecipe il grande pubblico del suo pensiero, del suo modo di essere e del suo modo di concepire la stessa missione che gli è stata affidata. Un’impresa non facile nel periodo della comunicazione che tende spesso a sottolineare solo alcuni frammenti e lascia in ombra la globalità. Un volume da leggere e su cui meditare per comprendere ancora una volta in che modo la Chiesa può essere nel mondo annuncio di una bella notizia che reca gioia e serenità.