Dall’approvazione della Costituzione, una sovraesposizione mediatica dell’opposizione al governo ungherese

GIUSEPPE BRIENZA da Vatican Insider

Dall’entrata in vigore della nuova Costituzione ungherese lo scorso 1° gennaio, il governo di centro-destra del premier Viktor Orbán, già leader del dissenso anticomunista, e del suo partito Fidesz–“Unione Civica Ungherese”, è al centro di una riviviscenza di critiche e di sovraesposizione mediatica. Negli ultimi mesi molti giornali, televisioni e riviste d’orientamento laico-liberale e progressista europee gli hanno infatti rivolto commenti contrari espressi con toni e contenutisolitamente evitati ai giudizi politici relativi a politiche e posizioni di governi in carica, tanto più aderenti all’Unione europea.

Oltretutto il Fidesz, cui è federato il Partito Popolare Cristiano Democratico ungherese (KDNP), aderisce al “Partito Popolare Europeo” (PPE) ed, alle elezioni del 2010, ha ottenuto, dopo un decennio di bancarotta di socialisti, progressisti e verdi, una schiacciante maggioranza, di quasi il 53%. Tale maggioranza gli ha consentito di conquistare due terzi dei seggi in parlamento, cosa che ha legittimamente abilitato il Fidesz a modificare la Costituzione del Paese, nel 2011. Il nuovo quadro costituzionale è al centro delle polemiche per il riferimento iniziale a Dio ed alle radici cristiane d’Europa, nonché per il principio, chiaramente espresso, della tutela della vita umana fin dal concepimento. La nuova Costituzione Ungherese infatti, afferma testualmente come «Ognuno ha diritto alla vita e alla dignità umana. La vita del feto è protetta fin dal concepimento».

In una intervista pubblicata sull’ultimo numero del mensile del “Movimento per la vita” italiano, il prof. Cesare Mirabelli, noto giurista cattolico, già Presidente della Corte costituzionale, ha commentato in proposito: «La nuova costituzione ungherese ha una dizione corretta perché il concepito ha un diritto alla nascita, gli appartiene un diritto alla vita. Questa è una concezione corretta, il concepito ha un diritto alla vita. Il diritto alla vita del concepito dovrebbe essere l’elemento che dovrebbe essere portato avanti in una discussione costituzionale o nella impostazione di trattati internazionali» (“Si alla Vita”, n. 2/ febbraio 2012).

Per fare degli esempi delle critiche rivolte dall’establishment mediatico europeo al governo ungherese in carica,basti citare la televisione pubblica britannica BBC, la quale ha recentemente rappresentato Orbán come il protagonista di una deriva democratica che starebbe preoccupando l’Europa e il mondo intero, oppure il giornale di riferimento dell’intelligentzia labour londineseThe Guardian che, a pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova Costituzione ha titolato: “Viktor Orbán ha infranto il sogno ungherese del 1989. Fidesz ha messo a punto una macchina per monopolizzare il potere” (cfr. Yudit Kiss, Viktor Orbán has crushed Hungary’s 1989 dream. Fidesz has built a machine to monopolize powerThe Guardian”, 17 January 2012). Successivamente la stessa testata ha dato sovrabbondante spazio alle dure critiche rivolte a Orbán dallo scrittore ungherese di sinistra Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura nel 2002, in una intervista all’inserto letterario di Le Monde. Nell’intervista Kertész descriveva il suo come un Paese incamminatosi «nella direzione sbagliata della storia», denunciando una «disperazione per la cultura dell’odio che sta consumando l’Ungheria» (cit. in Florence Noiville, Imre Kertész’s Hungary: a country on the wrong side of history., “The Guardian”, 12 February 2012).

Anche il circuito delle agenzie di stampa sembra essersi uniformato alla linea della critica parziale ed unilaterale contro Orbán. Dimostrazione ne è, da ultimo, la sovra-rappresentazione mediatica della opposizione avutasi con la manifestazione del 10 marzo a Budapest, davanti al parlamento ungherese. Capeggiata da espressioni politicamente minoritarie nel Paese, vale a dire un semi-sconosciuto “Movimento di Solidarietà” ed il partito ecologista “La Politica Può Essere Diversa” (alle ultime elezioni ha raccolto poco più del 7% dei voti), pur riunendo solo poche migliaia di persone, è stata infatti discutibilmente presentata come una «denuncia della politica autoritaria del premier conservatore Viktor Orbán», accusato «di aver minato le fondamenta democratiche del paese e indebolito l’economia» (Ungheria: migliaia contro premier Orban. In piazza a Budapest contro politica autoritaria primo ministro “ANSA”,  10 marzo 2012).

Insomma, come ha segnalato il direttore de Il Foglio Quotidiano Giuliano Ferrara in un recente editoriale, «Il sospetto di una confusione orchestrata intorno al caso ungherese c’è. E’ legittimo il sospetto che ancora una volta, e ora in forma molto meno blanda di quella adottata verso Berlusconi…, certa Europa istituzionale e certi ambienti del Dipartimento di stato americano avanzino una loro interpretazione arbitraria dei liberi sviluppi nazionali di un popolo, sopravvalutando in modo spettacolare l’esistenza di una cattedra universale di democrazia e di virtù civica laica» [Ungheria libera (o no?). Lecito criticare Orbán, non strangolare l’indipendenza ungherese, 7 gennaio 2012].

La carriera dell’attuale primo ministro ungherese iniziò il 16 giugno 1989 quando, da giovane avvocato, chiese pubblicamente il ritiro delle forze sovietiche dalla capitale e nuove elezioni. Negli anni 2000, durante il suo più attivo periodo all’opposizione, attaccò la politica dei socialisti al governo che stava a suo avviso monopolizzando l’Ungheria rimettendo per di più in carica vecchi esponenti del regime comunista. Nel novembre dello scorso anno Orbán, in un discorso alla London School of Economics, descrisse la vittoria del Fidesz nel 2010 come l’espressione del desiderio degli ungheresi di chiudere il capitolo post comunista, ribadendo che, secondo lui, una leadership politica forte è il vantaggio che un paese centro europeo ha da offrire all’Unione europea.