di Giuseppe Dalla Torre
Tratto da Avvenire del 26 luglio 2009

L’allarme è stato lanciato dall’autorevole quotidiano inglese Times: un numero crescente di sudditi britannici non musulmani preferisce rivolgersi alle corti islamiche, che applicano la  Sharia, corpo delle leggi religiose, anziché ai giudici dello Stato, per risolvere controversie civili e commerciali. In sostanza la legge coranica è ormai, in Inghilterra, un sistema giuridico parallelo a quello statale.

La prima reazione alla lettura della sorprendente notizia è che, in definitiva, ogni mondo è paese. Nel senso che le lentezze della giustizia statale si fanno avvertire anche in un ordinamento giudiziario, qual è quello inglese, che pure passa per superveloce rispetto a quanto accade purtroppo in Italia. Se una giustizia tardiva è sempre ingiusta, la velocità della giustizia è una delle ragioni del ricorso alle corti islamiche in Inghilterra.

Ma il fenomeno induce a considerazioni ulteriori e più profonde. Perché si apprende che dal 1996 vige l’Arbitration Act, legge grazie alla quale l’ordinamento inglese riconosce sostanzialmente la giurisdizione di un giudice al quale concordemente si siano rivolti dei soggetti, accettandone l’autorità. Che l’Inghilterra abbia fatto questo passo da gigante, dando un colpo formidabile a capisaldi su cui negli ultimi secoli s’è venuta affermando la sovranità dello Stato, è un dato che corrisponde alla sensibile ed inarrestabile trasformazione della società inglese nel senso della multietnicità. In sostanza l’Inghilterra ha così rinunciato a principi giuridici della modernità che sembravano irrinunciabili, come quelli della territorialità della legge, del monopolio statale nella sua produzione, della riserva statale in materia di giurisdizione. E poiché il Regno Unito è la punta più avanzata di un processo che tocca tutta l’Europa, almeno quella occidentale, è da pensare che prima o poi provvedimenti analoghi a quello adottato dal legislatore inglese si impongano pure altrove, sul continente europeo. Anche perché quello delle immigrazioni verso l’Europa, con trasferimenti di masse umane portatrici di culture e religioni diverse, è fenomeno epocale, che può essere governato ma che è assolutamente illusorio pensare di fermare o addirittura di invertire.

Di per sé il ricorso a definiti spazi di diritto personale, anziché territoriale, può essere un buon criterio di armonizzazione delle diversità e per garantire la convivenza pacifica, sul medesimo territorio, di comunità umane differenti per etnia, per cultura, per religione. Ad un patto però: che si dia un confine dai paletti ben chiari ed assolutamente invalicabili; confine che, visto in positivo, costituisce nient’altro che il collante che tiene insieme le diversità e fornisce la ragione del vivere in una casa comune. Per quanto riguarda l’Italia, questo confine è dato dai valori e dai principi che sono racchiusi nella Costituzione: dignità di ogni persona umana, eguaglianza senza distinzioni, libertà individuali e collettive, solidarietà come fonte di doveri inderogabili, in una concezione non individualistica ma relazionale dell’uomo.

Postilla. L’accennata evoluzione dell’ordinamento inglese lascia riflettere sulla contraddittoria esperienza italiana degli ultimi due decenni, per la quale, rompendo con il passato, si va erodendo sempre più quel principio del pieno riconoscimento agli effetti civili delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio canonico trascritto, col motivo del primato della legge civile e della giurisdizione statale. Con la differenza, rispetto a quanto accade in Inghilterra, che l’ordinamento canonico è ben cognito, di alta civiltà giuridica, e storicamente alle origini del diritto italiano, così come quello dei Paesi dell’Occidente.