di Marco Respinti Con la collaborazione della dott. ssa Lidia Zawada
Tratto da La Bussola Quotidiana

Un numero enorme di cittadini ungheresi, direttamente proporzionale all’elettorato che nella primavera del 2010 ha mandato al governo il primo ministro Viktor Orbán con una maggioranza parlamentare schiacciante, non crede affatto che il Paese magiaro stia assumendo pieghe autoritarie. E per dirlo con chiarezza al mondo quel numero enorme di ungheresi è sceso per le strade di Budapest sabato 21 gennaio. Solo che gran parte del mondo ha guardato altrove.

Si è parlato di un milione di persone in piazza per quella che è stata battezzata, con disarmante semplicità, “Marcia per la pace”. Forse è un’esagerazione. Ma anche solo la metà di quella cifra basterebbe a mettere in un cantuccio le manifestazioni anti-Orbán organizzate dalle Sinistra e incapaci di mobilitare altro che poche migliaia di persone.

Degna di particolare nota è peraltro l’attenzione rivolta alla manifestazione patriottica ungherese da una certa stampa polacca, altrettanto patriottica, per esempio il quotidiano online Wpolityce di Varsavia. L’inviato del giornale, Jan Pospieszalski, ha sottolineato che la manifestazione non è stata organizzata né dal governo né dal Fidesz – l’Unione Civica Magiara (Magyar Polgári Szövetség), partito d’ispirazione conservatrice e cristiana guidato da Orbán -, bensì da un numero enorme di sigle della cosiddetta “società civile” (associazioni, confraternite, gruppi di preghiera, e così via). Ha colpito – riferisce il cronista polacco – la nutrita rappresentanza dei giovani: secondo loro, Orbán non ha affatto sottratto democrazia al Paese, piuttosto gliel’ha restituita.

Dappertutto – ha osservato Pospieszalski – sventolavano le bandiere nazionali frammiste a cartelli su cui i diversi gruppi di manifestanti mostravano scritto il nome del Paese e della regione di provenienza. Molti indossavano costumi tradizionali, alcuni erano persino vestiti da pastori. A loro si sono aggiunti altri ungheresi, molti, residenti all’estero e rientrati in patria per l’occasione. Durante la marcia sono state “volantinate” copie della Costituzione, quella “nuova”, quella che l’Unione Europea ritiene “liberticida”. Nessuno, sabato a Budapest, ha servito alla folla arringhe precotte, non ci sono stati speaker ufficiali né capibanda monopolizzatori. In piazza, nella meravigliosa Piazza degli Eroi, simbolo e cuore della capitale magiara, c’erano gli ungheresi. Tra loro non è mancato chi pregava: non solo per la propria patria vessata e minacciata, ma per l’Europa intera.

A vedere questa Ungheria al polacco Pospieszalski sono tornati alla mente dei precedenti: la partecipazione dei polacchi alle visite pastorali del beato Giovanni Paolo II, o la grande, spontanea commozione popolare seguita all’incidente aereo avvenuto presso la base militare di Smolensk, in Russia, che, il 10 aprile 2010, decimò la dirigenza politica, patriottica, di Varsavia.

Cronisti come Pospieszalski avvertono del resto una certa affinità tra gli ungheresi oggi angheriati dalla UE e i polacchi conservatori che vivono nell’era del primo ministro Donald Tusk. Quest’ultimo, in particolar modo dopo il disastro di Smolensk, ha proceduto infatti a una decisa epurazione di tutti gli elementi ostili alla sua linea politica, cacciando decine di professionisti dal mondo dell’informazione, dai quadri dirigenti dell’esercito, e così via. Nessuno però si è stracciato allora le vesti gridando all’”attentato contro la democrazia” come invece si fa ingiustificatamente oggi ai danni del governo ungherese solo perché cerca di mettere argini – pure goffamente, perché non dirlo? – alla deriva del Paese anche mediante qualche provvedimento “duro”.

Del resto, i parlamentari del PiS, cioè Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwosc), il partito conservatore polacco di opposizione a Tusk, si sono schierati in difesa di Orbán quando, mercoledì 18 gennaio, il primo ministro ungherese ha dovuto precipitarsi a Strasburgo per difendersi dall’azione legale intrapresa dalla Commissione Europea contro il suo governo. La mossa dei deputati del PiS è stata tanto decisiva e importante che lo stesso Tusk – il quale nel giorno di Orbán a Strasburgo era a Roma a incontrare il presidente italiano Giorgio Napolitano – ha dovuto, rispondendo brevemente a una domanda di un giornalista, concordare. Contro Orbán si sta facendo troppo rumore per nulla.