Intervista a mons. Twal, Patriarca di Gerusalemme

ROMA, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Sebbene gli arabi cristiani costituiscano solo una piccola minoranza in Terra Santa, essi potrebbero tuttavia rappresentare un importante ponte nel conflitto che ha diviso la regione ormai da troppo tempo, afferma il patriarca Fouad Twal.

Il Patriarca latino di Gerusalemme lamenta che mentre la comunità internazionale tarda ad intervenire, il numero di questi cristiani diminuisce rapidamente. Parte del problema, osserva, è che il muro israeliano alto 6 metri, che circonda i Territori palestinesi, ha reso la vita quotidiana per molte persone quasi impossibile.

Vi sono circa 50.000 cristiani che vivono nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, mentre altri 200.000 vivono in Israele.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps” della testata Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Patriarca parla delle molte difficoltà in cui vivono i cristiani di Terra Santa, e lancia un triplice appello alle tre “P”: preghiera, progettazione e pressione.

Quale è la situazione dei cristiani in Terra Santa oggi?

Mons. Twal: Dobbiamo ricordare che il Patriarcato latino si estende su tre Stati: Giordania, Palestina e Israele, e persino su Cipro. Quindi non è facile parlare di una condizione omogenea, perché la situazione cambia da Stato a Stato. Generalmente, come sappiamo, ogni Stato è diviso in molte diocesi; nel nostro caso invece abbiamo una diocesi che copre diversi Stati.Il fatto di vivere in condizioni di conflitto comporta problemi di frontiera; problemi per attraversare i confini; problemi per trasferire un sacerdote da una parrocchia a un’altra. Dobbiamo sottostare al rilascio di permessi, da parte di Israele, per muoverci nell’ambito di questi tre Stati che rientrano nel Patriarcato di Gerusalemme.

Come descriverebbe i sentimenti delle persone, in particolare dei cristiani, che abitano a Gerusalemme e in Terra Santa?

Mons. Twal: Gerusalemme è una città particolare: meravigliosa e drammatica, in cui persino il Signore pianse, e in cui noi continuiamo a piangere. Non è facile. Gerusalemme unisce tutti i credenti – ebrei, musulmani, cristiani – ma allo stesso tempo Gerusalemme divede tutti i credenti – fino alla morte. Ognuno vorrebbe Gerusalemme come propria capitale. Per me Gerusalemme deve essere la madre delle Chiese, la madre di tutti i credenti e non di un popolo solo.

È bello, da una parte, vedere queste persone che vengono a visitare il Luoghi Santi, e dall’altra fa male vedere la Chiesa locale, i cristiani del luogo, che non possono neanche visitare questi Luoghi Santi. Un parroco di Betlemme non può portare i propri parrocchiani in pellegrinaggio nei Luoghi Santi. La stessa situazione vale per Ramallah, la Giordania e altre parrocchie: non possono muoversi liberamente con tutti i posti di blocco e con il muro che li separa.

Una domanda cruciale: la situazione è peggiorata per i cristiani in Terra Santa, a seguito della costruzione del muro?

Mons. Twal: Sicuramente il muro ha diviso famiglie intere. Non si tratta solo dei Luoghi Santi, ma di famiglie vere. In alcune famiglie, i giovani non possono visitare i propri nonni che si trovano dall’altra parte del muro. Non possono andare ai loro parchi, giardini e uliveti che si trovano dall’altra parte. Il problema è notevole. Non è solo questione dei Luoghi Santi, ma della dignità delle famiglie, della separazione tra giovani e anziani. Non possono andare a visitare qualcuno che sta morendo dall’altra parte.

Lei viaggia con il passaporto diplomatico del Vaticano?

Mons. Twal: Sì, è così. In questo modo posso visitare i fedeli nei tre Stati che compongono il Patriarcato: Giordania, Israele e Palestina. La questione sorge quando dobbiamo trasferire un prete da una parrocchia ad un’altra, in base al nostro lavoro pastorale e delle necessità pastorali. In questi casi devo pormi il problema se gli verrà dato il permesso oppure no. È un grande problema.

In Giordania – la parte più vasta del Patriarcato e la maggiore fonte di sacerdoti, seminaristi e suore – la questione è sempre se possiamo portarli in Palestina oppure no. L’altra questione riguarda i giovani seminaristi che si trovano a Beit Jala, vicino Betlemme, e che vogliono andare a trovare le proprie famiglie in Giordania durante le vacanze.

A trovare le proprie famiglie?

Mons. Twal: Sì. È un problema. Il conflitto esiste. E noi ne subiamo le conseguenze. Ciò di cui abbiamo bisogno non è di un permesso ma della pace. Abbiamo bisogno di una vita normale; della libertà di movimento; di poterci muovere pacificamente, senza problemi e senza permessi. Anche se Israele ci dà i permessi, non siamo pienamente contenti. Lo saremo solo quando avremo la pace, quando avremo una vita normale e quando potremo muoverci senza problemi.

Il fatto è che il conflitto esiste ormai da 60 o 100 anni, e che finora non abbiamo visto alcun progresso verso la pace, la dignità, la libertà. Non l’abbiamo visto, ma non abbandoniamo mai la speranza. Preghiamo e chiediamo aiuto dall’esterno perché possiamo raggiungere la pace.

I cristiani si trovano in mezzo tra estremisti musulmani ed estremisti sionisti. Dove si collocano i cristiani? Esiste un diffuso senso di aggressività nei confronti delle comunità cristiane, da parte di entrambe le parti?

Mons. Twal: Sono convinto che la drammatica situazione ci deve riportare al Vangelo e a considerarlo seriamente. Nel Vangelo il Signore ci dice: “Se uno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua”.

E questo è il nostro “pane quotidiano”: portare la croce negli stessi luoghi dove lui l’ha portata. E come cristiani, e come minoranza, che questa croce venga dagli ebrei, dai musulmani o da noi stessi, non fa differenza. Il fatto è che non possiamo vivere in Terra Santa, che non possiamo amare la Terra Santa, che non possiamo lavorare in Terra Santa, senza prendere su di noi la croce. La situazione ci riporta quindi letteralmente al Vangelo. Ma al contempo, nel Vangelo, il Signore ci dice: “Non temere, io sono con te”.

Per questo il nostro entusiasmo, la nostra gioia di vivere, di lavorare, di evangelizzare, di portare avanti le nostre attività pastorali, non dipende dalla gioia della situazione politica – che il governo sia con noi o contro di noi. La nostra gioia di vivere, lavorare, pregare, viene da un’altra fonte: dal Signore, dalla sua forza, dal suo amore, dal suo perdono.

Lei ha detto che gli arabi cristiani sono come un ponte tra Oriente e Occidente. Che ruolo hanno i cristiani in questo contesto?

Mons. Twal: Anzitutto, dobbiamo mantenere e rispettare la nostra identità di arabi e di cristiani. Non possiamo dimenticare questa identità. Come arabi abbiamo le stesse tradizioni, la stessa lingua, e abbiamo lo stesso approccio dei musulmani. Possiamo parlare con loro. Ci sentiamo più arabi noi di loro. Gli arabi esistevano secoli prima dell’arrivo dell’Islam nel Medio Oriente, e siamo fieri di poterci dire arabi provenienti dal deserto. Io lo dico con piacere e non mi crea problemi.

Allo stesso tempo siamo cristiani, e abbiamo una cultura, una cultura cristiana e una cultura occidentale, e possiamo e dobbiamo essere un elemento di moderazione, un fattore di riconciliazione, un fattore o un ponte tra i due popoli in conflitto. La questione è se la comunità internazionale ci accetta o ci considera in questo senso. Questa è la questione.

Troppo spesso veniamo dimenticati. Si prendono decisioni sul Medio Oriente spesso senza pensare a questa piccola minoranza cristiana nell’area. E spesso noi paghiamo il prezzo delle loro decisioni perché nessuno considera la nostra presenza, stretta tra la maggioranza musulmana e la maggioranza israeliana.

Se potesse fare un appello ai cattolici, cosa chiederebbe per i cristiani in Terra Santa?

Mons. Twal: È semplice: un appello alle tre grandi “P”.

Preghiera: chiediamo alla Chiesa in tutto il mondo, alle comunità, ai sacerdoti e ai fedeli, di pregare per la pace in Terra Santa, perché noi continuiamo a credere nella forza della preghiera. Il Signore ha detto: vi do la mia pace. La pace che il mondo e i politici non possono dare, o che forse non vogliono dare. Quella solo lui ce la dà. Questa pace significa serenità, fede, amore e rispetto per tutti. Dunque la prima “P” è la preghiera.

La seconda “P” sta per Progetto: che sia avviato qualche progetto sociale, religioso o culturale. Si possono adottare le scuole, i seminaristi o il Patriarcato. Si può e si deve fornire aiuto.

E l’ultima “P” è quella della Pressione sui governi perché sia fatta pace. Abbiamo bisogno di questo, più di qualsiasi altra cosa. Abbiamo bisogno di pace; di una “road map” che conduca ad eliminare i posti di blocco e il muro, e a vivere in pace con tutti.

Vogliamo dire con chiarezza a tutti che con le armi, i muri e i posti di blocco, non ci sarà pace e non ci sarà sicurezza. La pace e la sicurezza, o lo sono per tutti, o non ci potranno essere per nessuno. Nessun popolo, né gli israeliani, né i palestinesi, possono avere una sicurezza o una pace unilaterale. Entrambi, o avranno pace e sicurezza, o continueranno ad uccidersi a vicenda in una spirale di violenza che non avrà mai fine. E noi non vogliamo questo.

Vogliamo la pace e la sicurezza per tutti: ebrei, musulmani e cristiani.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

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