di Paola Binetti
Tratto da cronache di Liberal del 25 novembre 2010

I diritti individuali sono una delle conquiste più rilevanti della seconda metà del 900, sono diritti universali che spettano ad ogni uomo in virtù della sua stessa natura umana, senza distinzioni di sorta.

Lo prevede l’articolo 2 della nostra Costituzione, lo prevede la dichiarazione universali dei diritti dell’uomo, lo prevede la più recente dichiarazione Onu specificamente dedicata ai diritti delle persone portatrici di handicap. E non c’è dubbio che la vita sia il primo dei diritti da garantire a tutti gli uomini, così come tutti gli uomini hanno diritto ad una corretta informazione anche per poter giungere a conoscere la verità. Diritto alla Vita e diritto alla Verità sono a loro volta il fondamento della nostra democrazia, e meritano da parte di tutti noi un forte impegno per la loro salvaguardia. Non è solo compito di politici e governanti, di medici e di docenti, di giuristi e di scienziati, di giornalisti e di scrittori… È davvero compito di tutti, secondo quell’approccio che si sta imponendo sempre di più all’attenzione dell’opinione pubblica e che lega etica e globalizzazione; diritto universale di tutti e per lo stesso motivo dovere di tutti nella loro tutela.

Queste le indispensabili premesse per riflettere su quanto sta accadendo in questi giorni in merito alla trasmissione di Fazio e Saviano Vieni via con me. Non c’è dubbio che il successo di pubblico, gli indici di ascolto, l’intensità delle polemiche sollevate tra critici e fautori, dimostrano che si tratta di una formula innovativa di info-intrattenimento, che provoca ed incuriosisce, che convince e mette in crisi. Una trasmissione che fa pensare è già di per sé una conquista in un contesto sciatto ed ambiguo, in cui assistiamo ad una sorta di clonazione di modelli informativi, ripetitivi nei contenuti, nelle immagini e nelle impostazioni. La sobrietà della trasmissione, nelle sue scenografie asciutte totalmente centrate sullo speaker di turno, voce e volto in primo piano, offre una lettura scandita con frasi brevi, a tratti taglienti, priva di parole, aggettivi, commenti superflui. Una trasmissione la cui modernità non concede nulla a certi standard televisivi ridondanti, chiassosi e non poche volte francamente volgari.

Vieni via con me è certamente diversa. Proprio per questo i messaggi lanciati dal programma, dietro l’apparente freddezza di una oggettività che rinuncia ad orpelli seduttivi, coinvolge in profondità i telespettatori, spiazzati dal nuovo stile. Per uno di quei paradossi ben noti a chi fa comunicazione televisiva l’impatto emotivo provocato è altissimo e ha raggiunto punte di intensa drammaticità, soprattutto quando ha affrontato il tema della vita, ricollocandolo sullo sfondo della morte. Morte e vita hanno assunto contorni confusi, anche per l’alternarsi di frasi che rivelavano tutta la loro intrinseca contraddittorietà. Nell’ascoltatore si è creato un certo smarrimento, che ha colpito soprattutto le persone che condividevano esperienze simili a quelle narrate, ma ne davano una diversa interpretazione. Si può voler vivere nonostante tutto, si può voler rimanere accanto a persone malate, disabili, creando nuovi canali di comunicazione, nuove forme di condivisione di affetti e di valori. Si può amare cercando di trattenere accanto a sé le persone che si amano, anche quando la società sembra chiudersi a riccio e respingere le costanti richieste di aiuto che vengono da queste persone. Si può voler vivere creando nuovi circuiti di solidarietà, di reciproca comprensione, di impegno umano e morale. Lo stordimento provocato dalla prima trasmissione e in parte reiterato anche la seconda volta induce a chiedersi perché persone di grande qualità comunicativa si prestino a gettare sconcerto tra chi soffre e appartiene al gruppo, molto più numeroso di quanto non si creda comunemente, delle persone più fragili clinicamente e socialmente. Perché insinuare nel cuore e nella mente di queste persone che la loro sofferenza si può risolvere con un click, staccando una spina, somministrando un sedativo. Perché far credere che il gesto d’amore più significativo è quello di scegliere la separazione, come è accaduto nelle due storie raccontate, mentre nella stragrande maggioranza dei casi chi ama desidera stare insieme, vuole un intenso e profondo contatto con la persona amata. Si ama scegliendo di stare insieme a chi si ama, per condividere con lei gioie e dolori, per sopportarne i pesi quando non è in grado di farlo da sola, per chiedere e per dare aiuto, come da sempre hanno fatto coloro che si amano. Non a caso amare è un altro modo per affermare che si vuole bene, che si vuole il bene di chi si ama. Tra il sentimento dell’amore e il gesto della volontà che vuole bene c’è una sintonia che il linguaggio popolare ha colto da sempre. L’amore è un sentimento, il bene è un valore, il valore dei valori, e la volontà individuale lega l’uno e l’altro offrendolo a chi ama e chiedendo di essere riamata. La trasmissione in questione ha lasciato pensare a tanti italiani che amare un malato, tanto più se è un malato grave, significa sancirne il distacco, bypassando completamente una tradizione e un sapere sapienziale che da millenni hanno visto proprio nella famiglia la garanzia maggiore per questi malati. Eppure è la famiglia che in questi casi dice no, no alla loro vita, rivestendo questo no di nobili argomentazioni, rispettabili, anche quando non sono condivisibili. Meno rispettabile appare però l’operazione di chi costruendo la trasmissione, pezzo per pezzo, ha preteso di fare di queste scelte una sorta di proclama per indicare quale sia il modo migliore di amare, dando un vantaggio comunicativo a chi vuole “staccare la spina”. L’interrogativo che scaturisce induce a chiedersi se si è compreso bene il senso del messaggio complessivo della trasmissione. L’eutanasia in Itala è reato, sono solo i radicali che hanno presentato più di una volta dei ddl chiedendola. Almeno formalmente l’intero parlamento si è sempre affannato a dire di no a qualunque proposta di falsa dolce morte. Eppure la trasmissione ha schivato in un solo passaggio: la nostra Costituzione, il nostro Codice, il disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, che dopo essere uscito dalla XII Commissione della Camera, giace in una sorta di limbo parlamentare. E comunque il suo no all’eutanasia è chiaro e fermo, non consente dubbi di sorta. Abbiamo in compenso approvato a grande maggioranza il disegno di legge sulle cura palliative e sulla terapia contro il dolore, proprio per assistere nel miglior modo possibile tutti i malati fino al termine della loro vita. In modo evidente il Parlamento ha detto si all’etica della cura, sia pure investendovi risorse inferiori a quanto sarebbe stato necessario. Tutto il nostro sistema giuridico, sociale e culturale è un sistema che esprime consenso alla vita e sottolinea il valore della solidarietà come espressione dell’ethos comune del nostro Paese e quindi come collante robusto della nostra società. Vieni via con me ha capovolto questa impostazione, ha messo in primo piano la volontà di morte e l’ha fondata sulla dialettica della separazione. Questa è stata la profonda mistificazione a cui abbiamo assistito, dopo averla rivestita di un maquillage di sicura presa sui telespettatori: il senso della pietas, la paura di essere di peso e quindi di essere abbandonati.

Nello scorrere progressivo delle immagini e delle frasi si è andata consolidando la sensazione che la visione degli autori stesse colpendo in profondità proprio il valore della vita. Tutto sembrava concorrere a legittimare il desiderio di morte davanti alle difficoltà in cui ci si può imbattere: meglio andarsene di propria volontà che essere abbandonati. Il pur legittimo diritto all’autonomia nelle scelte ordinarie e straordinarie è sembrato ridursi all’unica opzione possibile: la volontà di morte, dando la falsa convinzione che ci sono vite che non sono degne di essere vissute. È un leit motiv che è ritornato anche in molte delle liste lette nelle altre trasmissioni, anche nella più che discutibile sceneggiata riservata alle persone portatrici di handicap. La lettura complessiva delle liste affidate ad interlocutori di volta in volta diversi per profilo professionale, ma sostanzialmente simili per quadro culturale di riferimento, riflette la sostanziale mancanza di pluralismo della trasmissione. Politici e sindacalisti si sono alternati cambiando partiti e gruppi politici di riferimento. Ma attraverso tutti i passaggi intermedi, apparentemente slegati tra di loro, il messaggio trasmesso è andato acquistando progressivamente forza e penetrazione. Si è definito un quadro culturale con tutte le caratteristiche di un pensiero debole, che purtroppo è il pensiero prevalente del nostro tempo; un pensiero caratterizzato da uno spiccato relativismo che appiattisce i valori riducendoli a semplici desideri e affidandoli alla soggettività individuale. Solo apparentemente tollerante e rispettoso di posizioni diverse dalle proprie, mentre in realtà accusa di fondamentalismo e di integralismo tutte quelle posizioni che cercano una validazione oggettiva affidandola ad una riflessione sulla comune natura umana e sulla legge morale, scritta nel cuore di ogni uomo. Si sta tentando di accreditare una scorciatoia sottile ma graffiante, quella che punta ad affermare il diritto ad avere una presunta volontà forte, assolutamente autoreferenziale. Sganciata però dalla oggettività dei dati, come se la verità delle cose e delle idee restasse consegnata alla pressioni di una emotività che assurge al ruolo di una verità, anchìessa egocentrica ed autoreferenziale. La trasmissione mentre dà forza all’atteggiamento che afferma il diritto a riaffermare la propria volontà, non spende neppure una parola nel mostrare come i contenuti su cui si decide vadano commisurati alla fondatezza delle osservazioni su cui si basano e alla intensità del bene che sono capaci di produrre e non solo sulla tenacia con cui sono perseguite. Sembra che la volontà individuale possa costituire l’unico criterio guida e non ci siano altri valori a cui attenersi, escludendo l’indispensabile pluralismo che molti spettatori hanno rivendicato. C’è un fondamentalismo della volontà che diventa l’unico valore, monocratico, e pertanto da rispettare come criterio assoluto, senza neppure indagare sulla fondatezza delle scelte fatte. Oggi Masi, Galimberti, ricevendo una commissione di parlamentari insieme ai familiari di pazienti che vogliono vivere con la forza che viene loro anche dall’amore attualizzato di una madre, di un padre, di un marito o di una moglie hanno promesso una concreta forma di riparazione: ristabilire quel pluralismo che sostanzia una par condicio venuta meno, non tanto per una distratta superficialità, quanto per un calcolo ben evidente. Siamo tutti in attesa: dal Parlamento quasi 200 deputato del Pdl, una cinquantina di deputati del Pd e tutti, ma proprio tutti i parlamentari dell’UDC sottoscrivendo l’appello lanciato da Avvenire hanno assunto una responsabilità forte che riguarda non solo il valore della vita, ma anche il valore della corretta informazione. L’uno e l’altro sono alla base della nostra democrazia, ma l’uno e l’altro minacciano di usurarsi velocemente, se non ci sarà una onesta capacità di indignarsi e di reagire da parte nostra. E nessuno di noi intende sottrarsi a questa responsabilità. Solo un mese fa Berlusconi, venendo in Aula a chiedere la fiducia, ha messo al V posto, l’ultimo per la verità, anche la questione etica. Nulla è stato fatto in queste settimane. Nulla su nessuno dei punti su cui si era impegnato. Oggi noi vogliamo vedere se su questo punto il Governo saprà dare una risposta concreta e puntuale: alle famiglie, ai pazienti, ai telespettatori, al parlamento intero.