di Andrea Zambrano
Tratto da La Bussola Quotidiana il 26 gennaio 2011

Per la Chiesa Cattolica sarà presto beato, ma nella sua terra non c’è posto nemmeno per una via. L’ennesima dimostrazione che nessuno è profeta in patria arriva in questi giorni da Reggio Emilia.

I gruppi consiliari di Pdl e Lega hanno presentato una mozione per intitolare una strada al giovane seminarista Rolando Rivi, sequestrato e brutalmente assassinato il 13 aprile del 1945 dai partigiani comunisti, in odio alla sua fede. La risposta del consiglio comunale è stata negativa e cassa, almeno per il momento, il tentativo di riconoscere ad un vero martire della fede, uno spazio adeguato in cui istituzioni e cittadini possano riconoscere un testimone che ha pagato con il sacrifico della vita la sua fedeltà al Vangelo.

La vicenda di Rivi si inquadra nella terribile stagione della guerra civile che nel dopoguerra ha conosciuto i suoi strascichi più efferati con l’uccisione di molti innocenti, tra cui anche preti, colpevoli, per dirla con Giampaolo Pansa, di stare dalla parte sbagliata. Quella giusta, ampiamente osannata dai libri di storia era quella comunista, che grazie al controllo della gran parte delle formazioni partigiane ha operato in un quadro di vendette sommarie che di fatto ha insanguinato quel territorio che va sotto il nome di Triangolo della morte. La storia di Rivi però è significativa perché quel giovane seminarista, innamorato di Gesù, che viveva sulle colline di San Valentino, sopra Castellarano, non aveva mai fatto politica attiva.

Aveva soltanto 14 anni quando alcuni partigiani comunisti lo prelevarono per portarlo in montagna, dove, dopo essere stato torturato e seviziato, lo uccisero abbandonando il suo corpo e lasciandolo insepolto. Un gesto esemplare, un monito di quella che doveva essere la futura società comunista, una società senza Dio nella quale i principali nemici, una volta eliminati tutti i fascisti, dovevano essere i cristiani e i loro sacerdoti.

Quella di Rivi è la storia di un martire della fede, che prega per i suoi aguzzini sul punto di morte, implorando per loro misericordia, ma è anche la storia di una devozione popolare silenziosa, che è cresciuta negli anni nonostante l’oblio nel quale la sua vicenda era stata tenuta per tanti anni.

La sua venerazione è arrivata in molte parti del mondo e passa dalla Cina agli Stati Uniti, attraverso un passa parola, di cui la Chiesa non ha potuto che riconoscere i frutti più genuini. C’è chi racconta guarigioni miracolose attraverso la sua intercessione, chi ha abbracciato la fede dopo aver conosciuto la sua figura, così genuina e limpida per amore per Cristo.

Oggi, dopo la chiusura della positio diocesana e la proclamazione di Rivi a Venerabile, la  Congregazione per le Cause dei Santi sta portando a termine l’ultimo passaggio che lo separa dagli altari. Come confermato recentemente dal prefetto emerito per della Congregazione per le cause dei Santi, il cardinal Josè Saraiva Martins, «Rivi in un certo senso è già santo perché è nel martirio la dimostrazione della sua spiritualità incarnata». Evidentemente a Reggio questo non basta per riconoscergli un luogo pubblico. La richiesta di intitolazione nasceva dall’esigenza di cancellare l’attuale via “Tito”, dopo che il consiglio comunale aveva inaugurato una via ai martiri delle foibe.

Secondo il Pdl e la Lega le due vie erano in contrasto l’una con l’altra. «Come si fa a onorare sia le vittime che, contemporaneamente, i carnefici?», si erano chiesti i consiglieri. Così hanno proposto di cancellare la via per il tiranno jugoslavo e sostituirla con quella dedicata al giovane seminarista. Ma il Pd si è messo di mezzo e, con la motivazione che “Tito è stato comunque un grande statista”, ha bocciato la proposta, derubricando la discussione su Rivi ad un futuro non meglio precisato. Intanto il tiranno resterà dov’è e il martire sarà ancora pubblicamente ignorato.