Il Demanio possiede immobili e terreni per 200 miliardi di euro. Metterli sul mercato sarebbe doppiamente vantaggioso: lo Stato farebbe cassa e si rilancerebbe l’edilizia
di Giuliano Ferrara
Tratto da Il Giornale del 21 agosto 2011

È arrivato il Dio Demanio. Fi­nalmente. Chi ha debiti vende un pezzo del patri­monio, è l’uovo di Colombo. Uno Stato che impone la patrimo­niale ai cittadini, e va giù duro con la tassazione, ingrassa oltre misura, si fa forte in modo pre­potente della sua de­bolezza, esalta il suo potere di vessazione di­spotica, deprime la fidu­cia pubblica e privata. E poi na­turalmente si rimette a far debiti. In Italia i balzelli una tantum sono sempre serviti a questo. Il grande assedio a Berlusconi puntava a questo. Indurlo a una patrimonia­le la più vasta possibile e cagionar­gli, come diceva Machiavelli del du­ca Valentino, «l’ultima ruina sua».

Per mesi, quando tirammo fuori la parola d’ordine«vendere vende­re vendere», fummo gabellati dai signori delle cifre, quelli che danno i numeri secondo convenienza. Diceva­no che c’era poco da mettere sul mercato, che il problema natu­ralmente era un altro. Facevano conti farloc­chi, deprimevano il senso della cosa, ci trattavano da principianti, da imbecilli incapaci di seguire le vere curve scientifi­che della finanza pubblica. Invece era solo la strada diritta, quella giusta, la più breve. Perché da noi lo Stato e la pubblica amministrazione sono pletorici, sono agenzie di spesa e di manutenzione in per­dita di immensi e ramificati pa­trimoni immobiliari, aree pron­te a essere dismesse e portate con gran vantaggio pubblico e privato sul mercato degli inve­stimenti. Vendere e crescere so­no sinonimi naturali, due facce di una politica virtuosa.

Altro che dimezzare il nume­ro dei parlamentari cosa decen­te e da fare ma appena simboli­ca. Gli è finalmente sfuggita la verità, c’è da dimezzare il gras­so superfluo in mano pubblica, roba che vale duecento miliardi di euro, una vera liberazione di risorse per la crescita, e un gesto che funge da moltiplicatore del­le possibilità di sviluppo e di ric­chezza. Vendere immobili inuti­­li e diritti di superficie, altrimen­ti è una svendita povera, vuol di­re puntare sull’impresa, sulla fi­nanza d’investimento, vuol di­re mettere a gara la ricchezza so­ciale affinché si moltiplichi in mani private, crei lavoro e indu­stria, invece di marcire sotto la tutela delle grandi e piccole bu­rocrazie amministrative.

Vuol dire, se la vendita sia accompa­gnata da un regime di incentivi e di agevolazioni che incremen­ta il valore della roba accumula­ta dallo Stato, stabilire nuove condizioni d’impresa per i capi­tali nazionali e mondiali, abbat­tere l’inerzia stagnante che la fa da padrona ormai da anni, priva­tizzare in regime di concorren­za, una corsa a chi arriva primo a cogliere un’occasione gigante­sca di profitto, una dissuasione verso la custodia speculativa e di rendita delle ricchezze priva­te immense mai seriamente mo­bilitate a vantaggio del pubbli­co. La vendita massiccia del patri­monio statale, se decisa a condi­zion­i eque e convenienti per l’in­vestimento privato, è la vera ri­sposta alla crisi da stagnazione ed è una risposta liberale, che rafforza i poteri della società e ri­duce l’onnipotenza fiscale e pa­trimoniale dello Stato.

È il pri­mo passo responsabile verso le cosiddette riforme di struttura, è la riforma di struttura di cui c’è bisogno. Pareggio di bilancio, ri­forma costituzionale dei regimi autorizzativi in campo econo­mico (articolo 41) e immissione generalizzata sul mercato delle occasioni di quanto è oggi inutil­mente pubblico, di quanto è opulento e non strategico, di quanto è inutile e burocratico e costoso nelle mani dei custodi del Demanio: non c’è nulla di meglio da fare, nulla, assoluta­mente nulla. La riduzione della ciccia di Stato è anche una grande lezio­ne sociale di cui c’è bisogno. So­lo così si farà finire il chiacchie­riccio furbo dei capitalisti che chiedono petulanti di essere tas­sati nel loro patrimonio, per ri­prendere subito a fare i Papero­ni con i quattrini degli altri.

Non ha senso tassare i ricchi per in­grassare lo Stato, bisogna chie­dergli di loro, di fare il loro me­stiere, impedirgli di continuare a essere dei redditieri industrial­mente pigri. Facciamogli cac­ciare i soldi per investire in quel­la parte dello spazio pubblico socialmente inservibile, e vedia­mo se sanno reggere la sfida del­la concorrenza e dello sviluppo. Tra i privilegi da abbattere c’è la lussuosa inerzia dei borghesi. Diamogli l’osso, facciamoglie­lo pagare al prezzo giusto e ve­diamo se sono capaci di rosic­chiarlo nell’interesse comune.