Leggendo la presentazione dell’ultimo libro della professoressa di lettere, Paola Mastrocola,Togliamo il disturbo, Saggio sulla libertà di non studiare, edizione Guanda (pag. 271 euro 17), si è rafforzata la mia tesi che sostengo da qualche anno: forse per risolvere gran parte dei problemi della scuola, occorre che questa venga frequentata da studenti che hanno voglia di studiare, al contrario per chi non ne ha, (almeno il 50% di quelli che frequentano soprattutto le scuole superiori), sarebbe un bene per loro e per gli altri che abbandonino la scuola.

Una verità politicamente scorretta come tante altre, che nessuno ha il coraggio di manifestare pubblicamente. Quante volte abbiamo ascoltato docenti lamentarsi dei propri studenti, che non studiano e perdono solo tempo a frequentare ogni mattina le scuole. Recentemente sul quotidiano La Repubblica, attraverso una lettera aperta, una professoressa di liceo della provincia di Milano, denunciava lo stato di precarietà, e la relativa frustrazione che ne deriva, in cui è costretta a lavorare da anni. L’unica cosa che riusciva a trarre da questa frustrazione e da questa rabbia era un segnale di resa, una vera e propria bandiera bianca, un’abdicazione al proprio ruolo di insegnante che si basava su un’asserzione molto precisa.

Il recentissimo saggio di Mastrocola, è stato pubblicato, la settimana scorsa, rappresenta un modo originale di reagire lucido e incisivo, all’aberrante e desolante situazione della scuola italiana. Anche in questo libro, la Mastrocola utilizza un titolo sui generis, come in quello più conosciuto, de La scuola raccontata al mio cane, dove ha lanciato una serie di provocazioni, che hanno fatto discutere; con questo ultimo saggio, la professoressa scrittrice,  intende completare quelle sue denunce-provocazioni sulla scuola che aveva iniziato proprio nel 2004.

“Sono stanca di avere davanti a me ragazzi infelici, scrive la Mastrocola – che non vorrebbero fare quel che sono costretti a fare, e non vorrebbero essere lì dove noi li costringiamo a essere”. Racconta che un giorno in classe ha chiesto ai suoi allievi: vi piacerebbe se all’interno del vostro corso di studi fossero previsti ogni tanto degli stage lavorativi, dei periodi in cui andate a provare un lavoro, pizzaiolo, meccanico, fotografo?, e finalmente i loro occhi si sono illuminati, e anche quelli che stavano sempre zitti sono usciti con un fiume di parole. “Io temo davvero che abbiamo imprigionato i nostri ragazzi, con un’idea che era pur buona ma che abbiamo estremizzato, e snaturato. Credo che la follia iperegualitarista di volerci ad ogni costo tutti uguali abbia creato questa massa infinita di giovani ‘forzati’ e snaturati che ci sta di fronte. Liberiamoli!”. Liberi di non studiare Petrarca, di scegliere la vita giusta per sé.

Paola Mastrocola lancia la sua provocazione come un pugno nello stomaco: Non tutti devono laurearsi, non si è obbligati ad andare a scuola.

Togliamo il disturbo, è diviso in tre parti: la prima parte e` descrittiva, sono le cose che ho tutti i giorni sotto gli occhi: i nostri giovani a scuola, per strada, al bar, al ristorante, nelle piazze alle tre di notte, non studianti, assenti, chattanti. Le cose come stanno, insomma, sotto gli occhi di tutti ma che molti diranno che non stanno affatto, non sono, me le sono inventate: perché non è detto che vediamo le stesse cose, un albero io lo vedo verde e tu magari giallo, la realtà in sé non esiste, il mondo è interpretazione. La seconda parte è una specie di ricostruzione storica del non studio, di come è andata, a partire dagli anni Sessanta fino a oggi. Un bel viaggetto da don Milani alla Gelmini. E’ dedicata all’evoluzione che ha trasformato la scuola italiana da un luogo di fatiche, di studio e di crescita, a un luogo di inutile perdita di tempo, e certamente ha il merito di farci capire che il processo di “qualunquizzazione” che sta ammorbando la nostra società, scuola in testa, ha origine ben precise e insospettabilmente lontane negli anni. E questa sì, come negarlo? Scrive Mastrocola, è una mia personale ricostruzione: nel senso che molti, di sicuro, ricostruirebbero in un altro modo. La terza parte è quella a cui tengo di più.

E’ proprio nella parte finale che la professoressa di Torino, finalmente, cerca di dire quello che pensa da anni, non solo sulla scuola, ma anche sulla società, sulla cultura, sui libri. Anzi, la Mastrocola  crede di aver trovato una soluzione per salvare la scuola italiana, proponendo questi concetti forti e profondi. Qualcosa che ha a che fare con la felicità dei giovani, la loro libertà di scelta. Insomma, la terza parte è la mia personale « modesta proposta »: in poche parole, lì vi dico come farei io se governassi l’universo, quale scuola mi inventerei. Proporrei delle, idee sghembe: quelle che non dovremmo nemmeno cominciare a pensare. Idee scorrette. Direi culturalmente, più che politicamente, scorrette. Sì, esiste oggi un culturally correct ingombrante, greve. Siamo intrisi fino al midollo di idee sulla cultura e sulla scuola neutralmente buone, quiete, grigie, tranquille, che si possono cioè tranquillamente avere, che vanno sempre bene perché le abbiamo tutti, e quindi non si fa brutta figura a dirle, anzi, aprono ogni porta e non increspano mai il mare della nostra vita sociale. Idee che però, secondo me, non abbiamo mai veramente pensato. Idee ricevute, non nostre. Nel senso che le abbiamo ricevute da altri, ma non sappiamo più bene né da chi né quando.

La Mastrocola nel libro auspica tre tipi di scuole: una per il lavoro, una per la comunicazione (multitasking, problem solving, cooperazione, flessibilità), e una per lo studio (“quella per gli albatros, isolati, diversi, portati allo studio e negletti”, con la speranza che la scelgano in tanti e che la cultura non abbandoni la nostra vita). Non un enorme liceo-carrozzone a chiazze, ma la possibilità di scegliere. Il problema sarebbe, poi, solo saper scegliere. Che è la cosa più difficile, la responsabilità più grande, il coraggio che bisogna tirar fuori per non mescolarsi alla folla.

Non ho letto il testo, lo farò presto, però ho letto e recensito in tre puntate, per i giornali dove collaboro, La scuola raccontata al mio cane, e posso assicurarvi che mi ha colpito molto, sono convinto che anche questo potrà dare un grande contributo a risolvere gli annosi problemi della scuola italiana e della crisi dell’educazione. Del resto chi dobbiamo ascoltare se non chi lavora da decenni e conosce bene l’ambiente. Si tratta di un ritratto talmente potente, a mio parere, da renderlo una salutare lettura per molti. Prima di tutto per i diretti interessati, gli studenti, che, guardandosi in qualche modo allo specchio, potrebbero rendersi conto di una certa desolazione insista nelle loro vite, una desolazione con cui probabilmente farebbero in ogni caso i conti, quando forse sarà troppo tardi per rimediare.

Ma sarebbe una lettura importante anche per i loro genitori, che probabilmente capirebbero che invece di perdere tempo e forze nel cercare di andare ai consigli di classe o ai colloqui con i professori – per i corsi di recupero, le gite scolastiche e le interessantissime attività extrascolastiche –, dovrebbero investire più tempo nei colloqui con i figli, per scoprire, magari, che i loro veri interessi non saranno mai appagati da quella scuola che “non si può non fare”, da quel liceo da frequentare ad ogni costo e da quella laurea da prendere per “avere un futuro”.

Anche perché quel “futuro” in realtà, e molti ragazzi se ne stanno accorgendo sulla loro pelle i questi anni, non esiste, perché la mobilità sociale in questo paese è pressoché inesistente, perché più della scuola, in fin dei conti, contano i legami familiari o di amicizie, la propria rete, insomma, il proprio network di conoscenze spendibili, non certo i diplomi di laurea, i master o i dottorati, o almeno, questi ormai contano in minima parte.

DOMENICO BONVEGNA

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