di Andrea Monda
Tratto da L’Osservatore Romano del 27 maggio 2010

Tolkien ha espresso la sua profonda fede cattolica non solo nella vita privata, ma anche nelle sue opere letterarie e nel suo capolavoro, un romanzo che, come le parabole di Gesù, non parla di Dio direttamente, ma ha “l’elemento religioso radicato nella storia e nel simbolismo”. (…) Vorrei chiarire due aspetti: il primo è che tra l’opera e la vita dell’autore esiste un qualche nesso, un legame che non è mai preciso e definito in modo universale e deterministico ma comunque sussiste; la seconda è che è proprio dello stile del cristiano preferire la narratività alla speculazione astratta. Sul primo aspetto, relativo al rapporto vita-opera vorrei citare un filosofo, Luigi Pareyson, che nel suo saggio su I problemi attuali dell’estetica, afferma che: “Nel far arte, l’artista non solo non rinuncia alla propria concezione del mondo, alle proprie convinzioni morali, ai propri intenti utilitari, ma anzi li introduce, implicitamente o esplicitamente, nella propria opera, nella quale essi vengono assunti senza essere negati, e, se l’opera è riuscita, la loro stessa presenza si converte in contributo attivo e intenzionale al suo valore artistico, e la stessa valutazione dell’opera “esige” che se ne tenga conto”.

Passiamo oltreoceano e ascoltiamo le parole di Leif Enger, uno degli scrittori americani più interessanti degli ultimi anni che si chiede: “Non so come sia possibile scrivere un libro senza che la tua fede appaia. (…) La tua fede ha sempre a che fare, io penso, col modo in cui tu vedi il mondo e, dato che il mio modo di vedere le cose è quello cristiano, questo è il modo in cui il mio lavoro va letto. Detto questo però, il mio libro non è un tentativo di fare evangelizzazione. (…) Se qualcuno scrivesse un libro assicurandosi che nessun elemento della sua fede possa entrare nell’opera, che genere di libro sarebbe? Non penso sarebbe un romanzo. Forse un libro di matematica”. Il signore degli anelli non è un libro di matematica, e nemmeno di filosofia. È stato scritto da un uomo il cui modo di vedere le cose era quello cattolico e quindi forse può aiutare leggerlo conoscendo questo “dettaglio”, che non è certo un mero dettaglio. Nelle sue numerose e spesso meravigliose lettere io ho letto Tolkien lettore di se stesso che fa una lettura della sua opera, una lettura se vogliamo “dal di dentro”, in cui egli stesso racconta la genesi dell’opera mentre la sta componendo. Su tale aspetto ritorno al termine di questo primo intervento, ma adesso voglio sottolinearlo perché “l’epistolario critico” di Tolkien mi è sembrato un tesoro prezioso per entrare nella conoscenza di questo ricchissimo e variegato romanzo.

Il secondo aspetto è relativo al fatto che appunto Tolkien, proprio perché cattolico, è scrittore, narratore, più che pensatore. Non che ci sia un’opposizione tra filosofia e religione, tra fede e ragione, tutt’altro (questo convegno è stato organizzato dall’Istituto che studia il più grande genio dell’Occidente, la vetta più alta a un tempo della filosofia e della teologia), ma il punto è che la religione cristiana è la religione dell’incarnazione e quindi della concretezza ed è basata su un libro sacro, la Bibbia, che in ossequio alla mentalità ebraica fugge da ogni categoria astratta privilegiando la fisicità e il dinamismo dell’azione sulla fissità delle idee.

Di tutte le discipline artistiche forse la letteratura è la più “incarnata” come diceva Flannery O’Connor e quindi non c’è niente da fare ma c’è un legame tra cristianesimo e letteratura. Chesterton citando san Tommaso d’Aquino osservava la vicinanza tra cattolicesimo e romanzo, vicinanza imperniata sull’elemento del libero arbitrio ed è la stessa O’Connor, che si definiva una “tomista zoticona”, ad affermare che: “Non sono scrittrice benché cattolica, ma proprio in quanto cattolica… come cattolica non posso essere meno che artista”. Chesterton osserva che “questa creatura era realmente diversa da tutte le altre: perché era non solo creatura, ma creatore. Il che non può essere detto se non dell’uomo” e, per arrivare finalmente al nostro Tolkien, è fondamentale per comprendere la sua poetica, la sua dottrina della mito-poiesi e del sub-Creatore per cui: “Creiamo secondo la legge che così ci ha creati”. Per dirla più chiaramente: l’uomo è creatura di Dio e, come Dio che è creatore, anche lui crea, ma non a livello primario ma secondario, il livello dell’arte. L’artista è dunque un sub-Creatore esercitando la fantasia egli rivela così la scintilla divina che lo inabita e da cui scaturisce la sua più profonda e inalienabile dignità.