di Giorgio Israel
Tratto dal blog di [1]Giorgio Israel il 17 maggio 2009

Le cronache informano che in una sola notte di un fine settimana a Roma sono state elevate contravvenzioni per 4000 euro quasi tutte per guida in stato di ubriachezza mista a droga e sono state ritirate una quarantina di patenti.

Dall’inizio dell’anno le forze dell’ordine hanno sequestrato nella capitale oltre 200 patenti per lo stesso motivo. Lo stato dei soggetti era a livelli incredibili: caso limite quello di un giovane sotto effetto di alcool ed eroina che ha investito un’auto dei carabinieri mandandone due all’ospedale.

Si parla di molte emergenze ma questa sta diventando una delle più drammatiche e sconvolgenti. Dunque, le notti del sabato sera per una fetta importante dei giovani si riducono a questo: ballare fino all’alba assordati da musica ad altissimo volume, imbottirsi di alcool e spesso anche di droga e concludere la festa col buttare la propria vita nella strada come posta di una tragica roulette russa. Non si tratta soltanto di un problema di salute e neppure soltanto di vita o di morte, ma è persino peggio: quel che esprime un simile comportamento è la necessità di anestetizzare una noia infinita, un’assenza sconfinata di interesse per qualsiasi cosa, di anestetizzarle col fracasso, con l’agitazione psicomotoria, con l’alcool e la droga. Chi si comporta così è dominato dal terrore di guardare quel che ha dentro, e cioè assolutamente niente, e di dover far fronte alla disperazione che genera la coscienza di questo vuoto. Come è possibile non considerare una terribile emergenza che tanti giovani si sentano così?

Poiché il problema è questo la soluzione non è certamente solo tecnica. Imporre alle discoteche e ai locali notturni regole severe sullo spaccio degli alcoolici, un controllo sulla diffusione delle droghe, al limite imporre limitazioni di orari: tutto questo è necessario e nessuna autorità pubblica potrebbe esimersi dal farlo senza venir meno ai suoi doveri. Ma nessuno può illudersi che basti. Si troveranno altre scappatoie e nasceranno altri problemi, come quelli delle bande che riempiono il loro vuoto passeggiando e provocando anche con i coltelli. Il problema è evidentemente l’emergenza educativa di cui si parla tanto e per la quale non si fa niente. Né basterà propinare corsi di educazione civica, o peggio quella emerita buffonata detta “educazione all’affettività”. È ironico che siano proprio coloro che si scagliano contro i metodi e i principi “d’altri tempi” a proporre soluzioni in quel classico stile predicatorio che fa presa sui giovani come l’acqua sul vetro.

Famiglia e scuola sono le chiavi della soluzione. E cosa può fare la scuola per trasmettere dei valori che non lascino la possibilità che si crei quel vuoto di cui si diceva, visto che è sbagliato e dannoso che la scuola propini un’etica di stato non si sa come e da chi confezionata? Trasmettere interesse. E quel che più di ogni altra cosa stimola l’interesse è la conoscenza, la passione di conoscere. Non è una ricetta magica, anzi è una via tortuosa e faticosa ma che, se percorsa, da un risultato sicuro. Per apprezzare quanto riempia di valori interiori il conoscere – apprendere a conoscere il mondo che ci circonda, la nostra storia, lo spazio in cui viviamo, e poi esplorare se stessi, gli altri, e apprendere a dominare delle attività scoprendo quali risorse offra questo dominio, che sia quello di far musica o dipingere o scrivere – per riuscirvi occorre vincere la fatica che questo comporta. È l’ostacolo oltre il quale c’è un grande premio. Una scuola basata sul principio che non bisogna stancarsi mai e tutto deve essere facile come il gioco più banale, crea un esercito di disperati.

(Tempi, 14 maggio 2009)

Siamo finiti, come spesso capita, a parlare di scuola.

E, a proposito di scuola, c’è la novità che il regolamento per la formazione iniziale degli insegnanti ha preso forma definitiva e ha iniziato il suo percorso di approvazione.

Sono stati un calvario questi mesi, con un tiro al piccione in cui si sono distinti certe organizzazioni e certi organi. Frequenti l’insulto – del genere «patto perverso, siglato nella turris eburnea di una commissione accademico-ministeriale – e le falsificazioni spudorate.

Che pazienza ci è voluta a non entrare in polemica…

Consola il fatto che i detrattori del progetto sono i campioni di quella visione olistico-didattico-integrata-competenziale-autoformante-tecnocratico-esperta-docimologica-giocherellante-antidisciplinare.

Per esempio, prendiamo quest’ultimo articolo: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=20409 [2].

Si osserva che «è indiscutibile la necessità e l’urgenza di dare un nuovo assetto propulsivo di cambiamento per quanto concerne la formazione dei futuri docenti di ogni ordine e grado di scuola. Ma c’è una questione temporale che preoccupa: anche qualora la proposta di formazione dei docenti venisse approvata in tempi brevissimi, tra quanti anni la scuola avrebbe a disposizione docenti ben formati, pronti a dar nuova linfa alla scuola? E nel frattempo la scuola viene messa in stand by, incistandosi sui suoi mali e malesseri?».

Un argomento davvero cogente… Con un ragionamento così si può in genere dimostrare la necessità di non fare mai niente. Per esempio: a che pro costruire una linea di metropolitana? Ci vogliono più di cinque anni, anche dieci a Roma, e, nel frattempo che si fa? Il traffico viene incistato sui suoi malesseri… Oppure: è importante fare ricerche sulla cura del cancro. Ma si otterranno risultati tra anni e anni. E nel frattempo che si fa? La gente viene incistata nei suoi cancri?

Ma osserva l’articolista, c’è una ragione di ottimismo: «Si tenga presente che anche nella scuola attuale sono presenti numerosi docenti che, sia pur loro malgrado formati in modo nozionistico e disciplinare-specialistico, in realtà stanno già operando in modo intelligente ed innovativo nel metodo e nella didattica». Certo, resta «inalterata la struttura portante e le stanze interne del palazzo scolastico». Per esempio, è inaudito, «si perpetua la consuetudine dell’ora di “lezione” di ogni singola disciplina, disattendendo i suggerimenti, presenti nelle “Indicazioni per il curricolo” del 2007, titolati “L’ambiente di apprendimento” i quali spronano la scuola a strutturarsi anche come laboratorio cognitivo ed operativo (del pensare e del fare integrati). I docenti che percorrono tale pista (e sono più di quanti si immagini) lo fanno costringendosi ad esercizi di funambolismo, cercando di far rimanere nella norma e nelle pieghe dell’organizzazione del sistema scolastico un impeto culturale e metodologico che richiede più spazi e decisa maggior flessibilità».

«Speriamo – si conclude – che non si verifichi uno strabismo secondo cui la formazione dei docenti guarda al futuro e al nuovo e la scuola guarda (con compiacimento?) al passato. Spes ultima dea».

Talvolta viene in mente che sarebbe interessante sottoporre a un esame di cultura generale (nozionisto-disciplinare-specialistico) i campioni del laboratorio cognitivo-operativo, in base al principio elementare che, per criticare qualcosa bisogna avere gli strumenti per farlo. Ma, si sa, gli esperti scolastici sono ormai al di sopra di ogni sospetto e di ogni valutazione.

L’articolista è stata “consolata” da un lettore in modo ironicamente efficace:

«Gentile articolista si tranquillizzi pure. Da osservatore diretto le posso assicurare che ormai la nostra universitá (quella sì ben riformata) da qualche lustro, non solo per la scuola elementare (caso abnorme), ma anche per le scuole superiori, non sforna piú docenti formati “in modo nozionistico e disciplinare-specialistico”. Questa impostazione tanto deprecabile, in cui il futuro maestro o professore imparava almeno le materie che poi sarebbe andato ad insegnare, sta ormai scomparendo definitivamente. Ci siamo inoltre molto ben avviati verso una didattica scolastica fatta di “competenze”, co-presenze in classe, moduli, cooperative learning e quanto altro che, come si vede dai recenti scrutini, da ottimi frutti. Ormai lo strabismo sta trasformandosi in cecità».

Non si poteva dir meglio…

Bene, concludendo, è divertente. Per noi quel che per l’articolista è una tendenza virtuosa, è una disgrazia, e viceversa. Mentre l’articolista punta sui docenti che vogliono distruggere l’ora di lezione e l’assetto disciplinare, noi consideriamo tale proposito un’autentica barbarie, che vuole mettere in discussione semplicemente la nozione di cultura quale è sempre esistita. E confidiamo nei docenti che resistono nella direzione opposta.

E, in fin dei conti, su questo punto concordiamo. Al di là di regole e regolamenti conta la volontà, l’entusiasmo, la fiducia nelle cose in cui si crede, la solidità e consistenza delle proprie idee. E nutriamo la speranza ottimistica che, malgrado tutto, l’avranno vinta – se crederanno fino in fondo in sé stessi e non perderanno il coraggio di farsi sentire – quei docenti che credono nella cultura e nelle discipline contro la miseria culturale dei didattichesi-antidisciplinaristi. E ce ne sono tanti, come ad esempio il professor Lubrano Di Diego di cui consiglio il recente volume “Almanacco di un professore”.

da  Mascellaro.it