Tra etica e metafisica • Pubblichiamo parte della lezione tenuta dal direttore della cattedra “San Tommaso e il pensiero contemporaneo” della Pontificia Università Lateranense nell’ambito del ciclo di incontri sul teologo di Aquino.
di Mario Pangallo
Tratto da L’Osservatore Romano del 3 giugno 2009

La deduzione dei trascendentali rappresenta il fondamento ultimo dell’unità tra etica e metafisica, pur nella distinzione tra i due ambiti di realtà e tra le due rispettive discipline. Il fondamento prossimo di tale unità è l’unità tra essere e agire nella persona umana.

San Tommaso riconosce con Aristotele la relativa autonomia della disciplina morale: il bene morale è il bene che è oggetto dell’azione, non è il bene sommo, l’idea del bene; l’etica non è semplicemente una metafisica applicata all’azione umana. Tuttavia la prospettiva metafisica tomista accentua notevolmente la subordinazione del pensiero morale al sapere speculativo, della ragion pratica alla ragione teoretica.

Si può notare questo nel confronto tra l’Etica nicomachea di Aristotele e il Commento di san Tommaso. Nella parte iniziale di tale commento, l’Aquinate puntualizza che il compito della ragione è di conoscere l’ordine delle cose. Vi sono quattro tipi di ordine e quindi quattro modi attraverso i quali la ragione si mette in relazione con l’ordine. L’ordine ontologico, l’ordine logico, l’ordine morale e l’ordine tecnico-estetico.

L’unità nella distinzione di un quadruplice ordine della realtà riflette nell’ambito categoriale l’unità-distinzione degli aspetti trascendentali dell’essere stesso. Si potrebbe anche dire, usando il linguaggio di Benedetto Croce – ma prendendo ovviamente le distanze dalla sua concezione dello Spirito – che vi sia una reciproca implicanza nella differenziazione tra i distinti aspetti attraverso i quali si rivela l’unico ordine (lògos) reale.

Rispetto all’ordine ontologico la ragione è “contemplativa”, nel senso che guarda la realtà, cercando di capirla. Rispetto all’ordine logico, tecnico-estetico ed etico, la ragione è invece attiva.

Per tal motivo secondo san Tommaso l’ordine morale – come quello logico e tecnico – è subordinato all’ordine ontologico. La ragione pratica ha il compito di conoscere quale sia il bene morale e di realizzarlo nella vita concreta. Ora il bene morale è un aspetto del bene trascendentale, che è l’essere stesso in quanto appetibile; e pertanto non vi può essere una totale autonomia della scienza del bene morale rispetto alla scienza dell’ente in quanto ente.

Si può affermare che vi sia una coappartenenza trascendentale, logica e ontologica, tra essere e bene, da cui si deduce la subordinazione del bene morale al bene ontologico e quindi la dipendenza dell’etica dalla metafisica. Ma il primato della metafisica sull’etica include la dimensione etica della metafisica. Anzitutto occorre riflettere sull’arricchimento della ratio entis realizzato dal bonum trascendentale, che aggiunge all’ente la relazione di quanto è perfettivo rispetto alla volontà: il bene è perfettivo dell’ente non solo in ordine all’appetibilità che aggiunge ad esso ma anche in ordine all’essere effettivamente “fine”. Attraverso il conseguimento del bene morale, l’aspetto perfettivo del bene in ordine all’essere, diventa perfezionamento dell’essere del soggetto spirituale, ovvero della persona umana.

La dimensione etica, costitutiva della persona, rappresenta, di conseguenza, un momento fondamentale della metafisica del soggetto spirituale, cioè dell’antropologia metafisica. La persona esprime riferimento al bene morale in quanto è di natura razionale. Ma considerando la natura umana in quanto tale, il riferimento al bene morale è essenziale per la volontà in sé stessa; invece considerando il singolo uomo, la volontà è chiamata a esprimere in modo libero e concreto, nella determinazione di atti buoni, quel riferimento necessario al bene morale che per natura le compete. E così per la persona il riferimento al bene è anche esistenziale; per certi aspetti è soprattutto esistenziale.

Sarebbe perciò riduttivo concepire la dimensione personale ed esistenziale dell’etica quasi come una “caduta” di perfezione rispetto all’ordine morale naturale-essenziale. Nella persona l’ordine morale, che è nella natura umana, non solo si perfeziona quando si realizza – viene ad esistere in re e non solo in conceptu – ma anche in quanto, realizzandosi in molti modi, mostra attualmente tutte le potenzialità proprie del bene, dispiegando nella realtà concreta ogni valore per l’uomo.

Tale dispiegamento dell’ordine morale grazie alle singole persone avviene secondo gradi di maggiore o minore perfezione: e anche questo consente al bene di splendere, per così dire, nel mondo umano, per il fatto che la comparazione di forme di bene meno perfette con forme di bene più perfette contribuisce alla comprensione della trascendenza del Bene; il Bene non si esaurisce in nessuna forma finita. La stessa legge morale naturale sussiste concretamente nella persona, pur essendo fondata nella natura humana communis.

Pertanto si può dire che la persona arricchisce la natura umana nella direzione della moralità; cioè rende la natura umana una natura qualificata come essenzialmente morale. La persona arricchisce la natura umana nella direzione della moralità, non perché essa aumenta la perfezione ontologica della stessa natura, ma perché la persona aggiunge alla natura un perfezionamento della sua qualificazione morale grazie a un proprio atto d’essere, creato direttamente da Dio e quindi costitutivamente relazionato alla Bontà divina.

Nella dimensione morale l’essere della persona, rapportandosi al Bene nella coscienza di sé, emerge oltre l’essere degli enti mondani, governato dalla necessità dell’ordine cosmico, e si eleva al livello della libertà; qui si esprimono la nobiltà e la dignità della persona, ma anche la incompiutezza e la precarietà del suo essere individuale, da cui può riscattarsi mediante l’agire morale. In più l’antropologia teologica cristiana insegna che ciò può avvenire soltanto con il necessario aiuto della Grazia divina.

In questo senso, squisitamente esistenziale, la dimensione etica della metafisica contribuisce a delineare le grandi prospettive e i limiti della filosofia dell’essere; la conoscenza umana dell’essere, infatti, diventa una conoscenza “amorosa”, e quindi tende all’unione con l’Essere supremo, solo nel momento in cui lo assume anche come scopo del vivere, cosicché la persona orienta tutta se stessa all’Essere divino scoperto come Assoluto Bene, da amare assolutamente.

In conclusione, si può dire, che riflettere sul bene morale quale aspetto del bene ontologico può significare per la conoscenza metafisica l’approdo ad una teologia filosofica non solo “naturalistica” ma anche “personalistica”. Infatti, se il bene morale ha significato in relazione all’essere personale, allora, ultimamente, la pienezza del bene morale ha significato in relazione a un Essere perfettissimo personale, assolutamente libero.

Questo significa che nella conoscenza metafisica dell’essere personale, cui contribuisce non poco la conoscenza della verità morale, la filosofia dell’essere trova una via privilegiata per giungere a Dio-Amore sussistente, che è “preambolo” alla fede nel Dio di Gesù Cristo, il Dio che si dona per salvare l’uomo dal male e per rivelargli la pienezza di senso della sua responsabilità e libertà.