Anche dal senato sì unanime per le cure palliative
di Giuseppe Anzani
Tratto da Avvenire del 28 gennaio 2010

Quasi in silenzio, senza strepiti di polemiche, di contrasti o di battaglie, così frequenti nel clima di rissa che avvelena la politica legislativa negli ultimi tempi, la legge sulla terapia del dolore e sulle cure palliative ha concluso ieri il suo cammino al Senato, con una rapidità e un consenso così grandi da sembrare miracolosi, dopo che alla Camera – dove ora deve tornare per il voto definitivo – era stata approvata nel settembre scorso all’unanimità.

E anche allora se n’era parlato e discusso in modo concorde, in una sorta di quieta passione comune per l’argomento così saturo di umana emozione: il dolore, la cura del dolore, del dolore che chiamiamo ‘severo’ e che non può più considerarsi come sola cornice d’una malattia che si combatte, ma diviene esso stesso ‘malattia’ nel senso più penetrante, torturante e intrusivo.

Esso compare il più delle volte quando la malattia che lo genera è giunta a uno stadio senza ritorno.

E forse è proprio per la tremenda lezione di umiltà impartita dalle diagnosi infauste, e dalla pietà per l’uomo sofferente, che il discorso sulle cure palliative smorza i toni degli antagonismi, respinge da sé gli asti dei demenziali ruggiti quotidiani, di fronte al pianto e all’alito della morte.

Almeno in faccia al dolore la parola ‘palliativo’ non suona come ripiego, come inutile diversione, come confessata sconfitta. Palliativo è ciò che ci viene dal ‘pallio’, e il pallio è il mantello: una cosa che copre e accoglie, che scalda e conforta, che non muta le condizioni del corpo che ripara, ma lo abbraccia, e abbraccia l’humanitas che è in quel corpo, abbraccia lo spirito.

Il pallium riconosce dunque all’uomo malato, all’uomo percosso dal dolore, all’uomo al quale il pronostico di vita non consegna più un biglietto di viaggio ma una carta d’imbarco, la dignità identica e immutabile dell’uomo fratello, dell’uomo amato. Dovremmo dire che prima che un diritto dei soggetti malati, le cure palliative e la terapia del dolore – quelle vere, senza ambiguità – sono un dovere dei soggetti che li assistono, e del sistema sanitario nel suo assieme, un obiettivo essenziale. Dunque questa legge, con le sue regole nuove sulla rete assistenziale, ospedaliera e domiciliare, adempie a un dovere di civiltà e solidarietà.

Include nel suo orizzonte la famiglia, prepara percorsi formativi, semplifica la prescrizione di farmaci analgesici potenti.

Non è solo un complesso di regole, è una promessa, una promessa importante sulla quale si dovrà anche vigilare, perché sia mantenuta e applicata con limpido amore per la vita umana. Sventando ogni possibile tentativo – basti pensare all’ordine del giorno radicale sulla produzione di farmaci a base di cannabis – di farne deragliare obiettivo e senso.

I lavori preparatori, in commissione e in aula, rincalzano questi concetti condivisi; e rivelano anche che non è così difficile la concordia nella ricerca di giuste regole, quando i problemi sono umanamente coinvolgenti e chiedono sincerità, in luogo che distrazione; quando l’immagine della sofferenza e il pensiero della morte divengono il comune prisma misterioso attraverso il quale la vita appare come miracolo e dono. Accenti di questa natura sono venuti da quasi tutte le parti politiche. E il favore convinto e molteplice dei vari schieramenti confluisce oggi come segno promettente per gli altri temi che cercano soluzione. È la dignità umana che brilla di pari passo con il soccorso alla vita; è la civiltà politica e giuridica che progredisce quando si promuove la civiltà della vita.