Bhubaneswar, 9. “Nonostante quanto affermano le autorità statali, la dignità umana, i diritti e la condizione di vita dei cristiani vittime di violenze restano ancora lontano dalla normalità”. A due anni circa dall’esplosione dell’ondata di attacchi nei confronti della comunità cristiana in Orissa, la Chiesa in India, tramite l’intervento dell’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, Raphael Cheenath, torna ancora una volta a chiedere giustizia per le migliaia di persone che vivono in condizioni di abbandono nei campi per rifugiati nel distretto del Kandhamal.

Nei giorni scorsi, fra l’altro, si è conclusa la visita di una delegazione dell’Unione Europea in Orissa, che ha consentito di appurare le difficili condizioni in cui sono costrette le famiglie fuggite dai villaggi attaccati dai fondamentalisti indù. L’arcivescovo Cheenath, dopo l’incontrato con i delegati, ha espresso il desiderio che in Orissa si completi il processo di riconciliazione ma anche di giustizia. “Vogliamo piena riconciliazione e una pace durevole – ha sottolineato il presule, in occasione di una conferenza stampa – ma questo sarà possibile solo quando la giustizia sarà trasparente e le persone potranno tornare nei loro villaggi senza paura. Non vogliamo nessuna ghettizzazione nel distretto del Kandhamal”.
Sono tre sostanzialmente gli aspetti messi in luce dall’arcivescovo:  la lentezza e la superficialità delle indagini condotte dagli organi giudiziari per individuare e punire i veri colpevoli delle violenze; l’inadeguatezza del supporto delle autorità statali nei piani di ricostruzione delle strutture devastate durante gli attacchi e l’assenza di qualsivoglia progetto, nei settori educativo e lavorativo, per garantire alle persone di continuare a vivere dignitosamente.
Il presule ha aggiunto che la stessa comunità ecclesiale non ha ricevuto il sostegno necessario per ricostruire le chiese e gli altri luoghi di culto profanati dai vandali.
Per quanto concerne l’aspetto della giustizia, si rileva che su oltre 3.000 denunce finora sporte nei confronti di presunti colpevoli di violenze, soltanto 832 sono state registrate dalla polizia. Inoltre, settantuno sono state le vicende giudiziarie approdate in tribunale, mentre altre sessantatrè sono state archiviate. In totale sono finora ottantanove le persone condannate, mentre altre duecentocinquantuno sono state scagionate dalle accuse, pur in presenza di varie testimonianze contro esse. Peraltro, in molti altri casi, i testimoni non si presentano neppure in aula di tribunale perché, è spiegato, “vengono minacciati di morte fin dentro le loro case e perfino i parenti vengono intimoriti, specialmente quando tra i presunti colpevoli ci sono personalità politiche”. Per il presule, dunque, “i testimoni necessitano di un maggiore aiuto legale, affinché si possa affrontare la situazione con vigore e giustizia”.
L’arcivescovo, in tale contesto, ha avanzato una precisa istanza alle autorità statali:  “Il Governo deve mantenere una posizione di neutralità e trasparenza. Chiediamo l’istituzione di uno specifico organismo per investigare ogni caso di assassinio o di incendio e, contemporaneamente, affermiamo la necessità di trasferire fuori dal distretto del Kandhamal i casi giudiziari che riguardano personalità politiche influenti, per impedire le pressioni interne”.
Passando al tema della ricostruzione, si denuncia che 3.000 famiglie sono ancora senza casa. Durante l’ondata di violenze fra l’agosto e il dicembre del 2008, 5.347 abitazioni sono state saccheggiate o bruciate dagli assalitori indù. Il presule critica il fatto che le autorità hanno messo in campo risorse troppo esigue per la ricostruzione:  “La maggior parte delle case sono distrutte e vogliamo che le amministrazioni diano un pieno compenso alle famiglie”. Peraltro, ha aggiunto, “molte famiglie non risultano iscritte nelle liste per l’assegnazione dei compensi:  questa è una pratica iniqua, dovuta alla corruzione e all’indifferenza dei responsabili governativi”.
La Chiesa, sebbene sia anch’essa in attesa di ricevere supporto per la ricostruzione dei luoghi di culto, sta mettendo in campo quante più risorse possibili per aiutare le famiglie. Il presule ha mostrato fermezza su questo specifico punto:  “Siamo desiderosi di coinvolgerci al meglio delle nostre capacità e risorse, ma non esiteremo a rivolgerci fino all’Alta Corte dell’Orissa e alla Corte suprema dell’India se la miseria della gente non verrà lenita”.
La comunità ecclesiale ha collaborato per la ricostruzione di 727 case totalmente o parzialmente distrutte. Una parziale stima parla di circa un terzo di cristiani, su 54.000 rifugiati, che hanno fatto ritorno nei loro villaggi e ora, la maggior parte di essi, attende un alloggio definitivo.
L’arcivescovo, nel concludere il suo intervento, ha comunque osservato che neppure la ricostruzione dei villaggi potrà eliminare le difficoltà della comunità, se a questo non si accompagneranno anche altri piani specifici per garantire il reinserimento sociale delle persone, mediante il lavoro e l’istruzione. Per il presule “questa è una calamità nazionale e richiede un pacchetto speciale per le persone colpite, che comprenda anche  lavoro, educazione e assistenza sanitaria. In particolare, ci dovrebbe essere una giusta ridistribuzione delle terre nel distretto del Kandhamal, anche per coloro che non ne hanno”.
Ma in India non c’è soltanto l’Orissa a preoccupare la Chiesa, anche il Karnataka è al centro dell’attenzione, negli ultimi mesi, per l’aumento degli attacchi ai luoghi di culto cristiani, l’ultimo dei quali avvenuto lo scorso 4 febbraio.

(©L’Osservatore Romano – 10 febbraio 2010)