di Elio Guerriero
Tratto da Avvenire

Vi è continuità tra l’anno di san Paolo che è appena giunto a conclusione e l’anno del sacerdote, che inizia.

Ma bisogna compiere un passo ulteriore. All’origine vi è quella cristologia spirituale per la quale Benedetto XVI si batte ormai da decenni. Sulla scia di san Bonaventura egli è alla ricerca del modo in cui i singoli fedeli possano vedere, contemplare e toccare il Verbo della vita. Paolo è il primo cristiano che non ha conosciuto Gesù nella sua vita terrena. La sua vicinanza al Maestro, tuttavia, è tale che egli non teme di identificarsi in Lui. E san Bonaventura al centro del Medioevo può proporre san Francesco come un «alter Christus». Non nel senso degli eretici che pensavano ad una sorta di nuova incarnazione di Dio nella persona del poverello d’Assisi, ma come adeguazione perfetta a Cristo. Segno di questa assimilazione avvenuta per fede, meraviglia e contemplazione sono le stimmate, fiamme di carità che l’eccesso d’amore di Gesù imprime nel discepolo.

Infiammato dall’amore, questi è come un cero caldo su cui si stampano le ferite della passione. Nella visione di Francesco, Caterina e di tutti gli stigmatizzati e le stigmatizzate i segni della passione non sono un riconoscimento alla virtù dei santi, ma sono un dono d’amore di Gesù ad ogni cristiano il quale, secondo una celebre iconografia di Caterina, può solo presentare a Gesù il suo cuore e lasciarglielo plasmare a suo piacimento. La santità rende dunque presente Cristo, il quale inabita in ogni cristiano che rende la sua esistenza trasparente ai segni dell’amore. Per il sacerdote bisogna compiere un passo ulteriore. Egli è legato a Gesù Cristo, il sommo sacerdote che è per sempre alla presenza di Dio e a Lui offre il suo sacrificio per salvare quelli che il Padre gli ha affidato.

Come dice la Lettera agli Ebrei, noi non abbiamo un sommo sacerdote che non conosce le debolezze degli uomini. Così è il sacerdote cristiano. Egli non può limitarsi agli impegni pubblici del suo ministero, l’amministrazione dei sacramenti, che pure sono il fondamento della vita della Chiesa. La sua esistenza, più ancora di quella di ogni cristiano, è chiamata a conformarsi a Cristo, a divenire specchio del volto misericordioso di Gesù, di modo da poter ripetere con Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Vi è come un rimando continuo dalla vita personale del sacerdote a quella pubblica, alla celebrazione dell’Eucarestia e nuovamente un rimando dalla comunione con Cristo e con i fedeli alla sua esistenza. Nel secolo ventesimo più ancora della teologia è stata la letteratura a dare espressione a questa esigenza. Un nome emerge sugli altri: quello di Georges Bernanos, per il quale il sacerdote non può condurre una tranquilla vita di studio, una esistenza serena e operosa, ma deve confrontarsi con il male, la debolezza e la sofferenza degli uomini. Egli aveva davanti a sé il modello del santo curato d’Ars, mentre il pensiero di noi italiani corre a san Pio da Pietrelcina, il primo sacerdote stigmatizzato della storia. Proprio la lotta contro il male e una vita interamente centrata su Cristo donarono fecondità al loro ministero. Essi acquistarono così la perspicacia dei semplici, la capacità di leggere nei cuori e di indirizzarli a Cristo È questo il sacerdote di cui la Chiesa ha bisogno, il prete di cui tanti uomini sono oggi alla ricerca.