di Anna Bono da SviPop

“La nostra società migliora nel suo senso di umanità non quando sopprime i deboli ma quando li accoglie”. È con queste parole che Sophie Chevillard Lutz, madre di una bambina affetta dalla nascita da un gravissimo e incurabile polihandicap di origine cerebrale, risponde a chi sostiene l’inutilità dell’esistenza in condizioni del genere o considera egoista una madre che accetta un figlio menomato, invece di abortire ed evitargli una vita difficile e limitata.

“La forza di una vita fragile” è il titolo del libro, edito da Lindau, che Sophie ha scritto per raccontare la propria esperienza e che le ha meritato la vittoria del Premio letterario Donna & Vita, quest’anno alla sua prima edizione.
Istituito dall’associazione Scienza & Vita Pontremoli-Lunigiana con il patrocinio del Dipartimento delle Pari Opportunità-Presidenza del Consiglio, il premio si propone di promuovere testi che sottolineino l’alleanza della donna con la vita e la naturale capacità femminile di donare e difendere la vita: non vi è esempio più alto di quello di Sophie Chevillard Lutz che, insieme al marito, mossa da un rispetto assoluto per la vita di ogni persona e dalla salda convinzione che non si debba giudicare quali esistenze valgono la pena di essere vissute e quali no, ha accolto una figlia, la sua secondogenita, pur avendo appreso dalle ecografie alle quali si era sottoposta durante la gravidanza che le sue lesioni cerebrali l’avrebbero resa permanentemente quasi incapace di comunicare e del tutto priva di autonomia.

Philippine – questo è il nome della piccola – non parla, non sa camminare né stare seduta senza sostegno, non sa masticare, vede a mala pena e forse solo del senso del tatto si serve appieno per percepire gli ambienti e le persone attorno a sé.

“Nel mondo animale è la legge del più forte che prevale: il debole è eliminato o abbandonato. Che cosa impedisce allora all’uomo di adottare questa stessa legge? – si domanda Sophie difendendo il valore della persona di sua figlia e il proprio impegno ad aiutarla a vivere – non è forse proprio dell’uomo di accogliere la debolezza e persino di proteggerla? Non costituisce questo la sua dignità? Non è questo che rende la vita sopportabile?”

Sarebbero domande retoriche se la nostra società non fosse sottoposta alle pressioni insistenti di movimenti d’opinione che invece ritengono l’eugenetica una conquista sociale e civile e giudicano fanatiche le posizioni di chi difende la vita umana, dal concepimento alla sua fine naturale, anche quando si realizza nella maniera più incompleta e all’apparenza inconcludente, priva di prospettive e di traguardi.

Nega poi alla persona il valore supremo che le attribuisce la civiltà cristiana occidentale la componente più radicale del movimento ecologista che vede addirittura nell’uomo una sorta di cancro del pianeta. Anche senza giungere a simili estremi ideologici, la preoccupazione che ogni nuovo nato rappresenti un fardello troppo pesante per un pianeta ormai esausto, tanto più se sano e quindi capace di vivere intensamente e a lungo, si sta facendo strada e conquista consensi persino negli ambienti accademici che dovrebbero saper valutare con maggiore rigore teorie quali l’impronta ecologica e la ricorrente previsione, finora mai realizzatasi, di un imminente esaurimento delle risorse naturali.
Allargando l’obiettivo, è noto inoltre che altre culture prescrivono l’infanticidio come rimedio ad atti trasgressivi, per ripristinare l’ordine sociale, ritrovare l’armonia con gli antenati o come metodo di controllo demografico.

È dunque vero che la tutela della persona umana, soprattutto quando è debole e dipendente, come nel caso dei bambini, degli handicappati, degli ammalati e degli anziani, è un’evoluzione frutto di una rivoluzione antropologica che ha assegnato all’uomo un valore e dei diritti, inerenti alla condizione umana e perciò universali e inalienabili, che rappresentano una conquista di civiltà e che vanno difesi dall’influenza di altre culture e contro le teorie di segno opposto che pongono l’ambiente naturale al di sopra del genere umano.

Sophie Chevillard Lutz, La forza di una vita fragile. Storia di una bambina che non doveva nascere, Lindau, Torino, 2008, pp.120