Una donna single di 63 anni aggira la legge olandese e ricorre alla IVF
di Paul De Maeyer
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie l’1 aprile 2011

In perfetto tempismo con l’inizio della primavera, la signora Tineke Geessink, della cittadina frisona di Harlingen, ha dato alla luce con parto cesareo lunedì 21 marzo la piccola Meagan. Fin qui, nulla di straordinario, se non fosse per il fatto che la donna ha 63 anni ed è attualmente la neo-mamma più anziana dei Paesi Bassi.

Come rivela l’emittente pubblica NOS (Nederlandse Omroep Stichting, 21 marzo), per aggirare i rigidi paletti imposti dal legislatore olandese, che ha stabilito un limite massimo d’età (fissato a 45 anni) per l’accesso all’IVF (in vitro fertilizzazione), la donna si è rivolta per un trattamento con ovuli e seme donati al noto ma discusso ginecologo italiano Severino Antinori. Secondo la giornalista francese Gaëlle Rolin, Antinori, esperto in gravidanze molto tardive in donne cinquantenni e sessantenni, è “conosciuto per il suo vizio di giocare all’apprendista stregone e infischiarsene delle questioni bioetiche” (Madame Figaro, 28 marzo).

Parlando sempre con la NOS, la Geessink, che è anche “single”, ha detto di volersi assumere tutte le conseguenze della sua scelta. “Ma il mio desiderio di un figlio è così profondo che sono disposta a tutto questo. Nessuno sa in anticipo quanto vivrà. Spero che mia figlia ed io possiamo ancora a lungo godere reciprocamente della presenza dell’altra”, così ha dichiarato la donna. “Ad un certo momento, mi sono detta ‘adesso o mai più’ e ho deciso di fare tutto quello che potevo per vedere se era ancora possibile”, aveva raccontato due settimane prima del parto.

La notizia della gravidanza e poi del parto della Geessink hanno sollevato un polverone in Olanda. La maternità tardiva pone infatti tutta una serie di interrogativi, sia dal punto di vista medico che etico. “Da un lato c’è l’interesse della madre”, ha detto Guido de Wert, docente di Etica biomedica all’Università di Maastricht. “Ma i medici hanno anche una responsabilità verso il bambino. Trovo che i medici non debbano collaborare qualora esista il rischio che il bambino venga seriamente svantaggiato” (NOS, 21 marzo).

Il professor Antinori ha dichiarato di non capire il clamore suscitato dall’accaduto. Anzi, il ginecologo romano ha definito “irrazionale” e “medievale” la legge olandese che fissa un’età limite. “Ci sono alcuni (medici) talebani, anche nei Paesi Bassi, che sono meschini e di vedute ristrette. Non me lo aspetterei nei Paesi Bassi, ma in Italia e nei Paesi arabi”, ha detto sempre alla NOS.

In un colloquio con la stessa emittente, la nota ginecologa olandese Didi Braat ha respinto categoricamente le accuse di “paternalismo” rivolte alle autorità olandesi. Come ha spiegato la Braat, docente di Tecniche riproduttive al Centro Medico Universitario Sint Radboud, a Nimega, i rischi legati a questo tipo di gravidanza non vanno assolutamente sottovalutati. Il ricorso all’IVF fa aumentare la possibilità di andare incontro a complicazioni, sia nella futura madre che nel nascituro. “Penso – ha ribadito la ginecologa – che alcune donne non se ne rendano conto. Pensano che il limite di età di 45 anni per l’IVF sia puro e semplice paternalismo”. La Braat, che è anche vice presidente del Consiglio olandese per la Salute pubblica e l’Assistenza sanitaria (RVZ), non ha dubbi: a 63 anni si è “troppo vecchi”.

Anche Marli Huijer, medico e filosofa, è convinta che debba rimanere l’attuale limite dì età. “Questa bambina è stata concepita da un padre biologico e una madre che non conosce. La sua madre portatrice single, che si prenderà cura di lei, morirà quando la ragazza avrà vent’anni – se almeno viene rispettata la media statistica”, così ha detto in un confronto sui pro e i contro del caso, pubblicato sul quotidiano di ispirazione cristiana Trouw (30 marzo). Per la Huijer, professore straordinario presso la Erasmus Universiteit di Rotterdam, “questa bambina parte già svantaggiata”.

In termini positivi si è espresso invece Bas Haring, docente all’Università di Leida, il quale ha definito la nascita di Meagan un evento “straordinariamente bello”. Per il filosofo, il progresso della scienza medica ha permesso un notevole aumento della speranza di vita, soprattutto per le donne, e allora alzare anche “un pochino” l’età riproduttiva è più che logico. Haring ammette, comunque, l’esistenza di “indesiderabili derive”, come i prezzi esorbitanti pagati per gli ovuli di studentesse di prestigiose università statunitensi.

Dubbiosa anche la Aleid Truijens, columnist della Volkskrant, che teme ad esempio “l’amore soffocante” da parte della madre per la bambina (30 marzo). Per l’opinionista, la piccola Meagan è come un pulcino di cuculo. “Biologicamente Meagan è di nessuno”, sostiene. “Non c’è differenza biologica fra il bambino di due donatori e un bambino adottato. Perché allora questo immenso desiderio di portare nel proprio grembo questo bambino estraneo?”, si è chiesta la Truijens.

Dal canto suo la psicanalista francese Sophie Marinopoulos parla di “un desiderio di un figlio che suona come un capriccio”. “Sono delle persone che vogliono l’oggetto ‘bambino’. Li chiamo ‘bambini-riparazione’, che devono rispondere in tutto alle aspettative della madre”, così ribadisce la Marinopoulos. “E molte, per diventare madri, evitano accuratamente la relazione sessuale ed affettiva e vanno direttamente al bambino comprando i gameti” (Madame Figaro, 28 marzo).

“Più che scettico” si è dichiarato il ginecologo Jesper Smeenk, responsabile del centro IVF dell’Ospedale Sint Elisabeth di Tilburg. “Il fatto che Meagan sia nata sana non toglie nulla ai rischi”, così scrive in un articolo pubblicato sul Nederlands Dagblad (29 marzo). “Inoltre – continua – crescere in una famiglia monoparentale con una madre di 63 anni presenta delle evidenti ombre”. L’autore mette in guardia in particolare sulle “aspettative irrealistiche” create dai progressi nel campo della medicina riproduttiva, che fanno erroneamente pensare che la scienza medica possa cancellare gli effetti dell’invecchiamento.

Infatti, non è così, come dimostrano purtroppo le vicende di alcune cosiddette “mamme-nonne”. Un primo drammatico caso che invita ad una seria riflessione è quello della spagnola Maria del Carmen Bousada. All’età di quasi 67 anni, la donna aveva partorito a Barcellona il 29 dicembre 2006 due gemellini. La Bousada, che era single e per poter pagare il costoso trattamento IVF in una clinica californiana ha venduto la sua casa a Cadice, morì nemmeno tre anni dopo il parto in seguito ad un tumore, scoperto solo dopo la nascita dei piccolini. In un articolo pubblicato su ABC, Juan Zumalde, parlò il 16 luglio 2009 di un “orrore medico”. “Viviamo in una società complessa. Sempre di più. Una società che è implacabile con l’errore e molto tollerante con l’orrore”, scrisse l’autore.

Un secondo caso drammatico è quello della donna indiana Rajo Devi Lohan, che all’età di 70 anni aveva dato alla luce una bambina – la piccola Naveen – il 28 novembre del 2008. Per evitare la stigmatizzazione sociale che pesa sulle donne infertili in India, la Rajo e suo marito avevano persino chiesto ed ottenuto un prestito per finanziare il trattamento IVF. E in seguito non solo non riuscirono a pagare il loro debito, ma la gravidanza e una serie di complicazioni – emorragie interne, la rottura uterina e una ciste ovarica – indebolirono a tal punto la donna, da temere che potesse morire nel giugno scorso (Daily Mail, 15 giugno 2010).

Per la Chiesa, si tratta di sviluppi moralmente inaccettabili, per vari motivi. Già nel febbraio del 1987, la Congregazione per la Dottrina della Fede si pronunciò nell’istruzione “Donum Vitae” contro le derive delle tecniche di fertilizzazione in vitro, ribadendo fra l’altro “il diritto di ogni persona di essere concepita e di nascere nel matrimonio e dal matrimonio”. Il testo ricorda inoltre che “la medicina che voglia essere ordinata al bene integrale della persona deve rispettare i valori specificamente umani della sessualità. Il medico è al servizio delle persone e della procreazione umana: non ha facoltà di disporre né di decidere di esse”. In maniera molto eloquente, il dottor Smeenk conclude il suo commento sul Nederlands Dagblad con l’osservazione che “ci sono dei limiti”.