di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire

Si stanno creando molte aspettative nei confronti della nuova amministrazione di Milano, che molti considerano un “laboratorio” politico e culturale, un luogo cioè in cui si anticipano orientamenti e tendenze destinati a diffondersi poi nel Paese.

È per questo che fa riflettere l’intervista rilasciata martedì a Repubblica da Umberto Veronesi il quale ha dichiarato che la vittoria di Pisapia a Milano «ha riportato la città al suo ruolo di capitale etica del Paese». Secondo il famoso oncologo, Milano è cresciuta in questi anni e «la crescita nel mondo – è innegabile – passa attraverso una rivoluzione di valori. I pilastri su cui si fondava la società patriarcale dello scorso secolo – Dio, patria, famiglia – sono al tramonto, a favore di una comunità moderna multietnica e multiconfessionale, basata su altri tre pilastri: libertà, tolleranza, solidarietà. In questo senso si è mosso il programma di Pisapia, e la città l’ha seguito».

Un vero e proprio manifesto valoriale, quasi una bandiera del nuovo governo cittadino, con cui Veronesi candida Milano addirittura a «capitale morale» del Paese, in virtù di un presunto sovvertimento dei valori tradizionali della società milanese che sarebbe stato il vero motivo della vittoria di Pisapia. Non sono certo parole come solidarietà o libertà a fare problema, ma i segnali di come queste “nuove” sensibilità potrebbero concretizzarsi.

Nel programma di Pisapia, per esempio – come in quello di de Magistris a Napoli – c’è tra l’altro l’istituzione del Registro delle coppie di fatto. Il neo sindaco di Milano ha parlato di «famiglie plurali», così come ha mostrato una particolare attenzione ai “diritti” dei minori, senza specificare quali fossero; d’altra parte insieme a lui in Consiglio comunale entrano esponenti di spicco di battaglie per i cosiddetti “diritti civili”, dall’eutanasia ai registri per il testamento biologico, dall’abolizione del divieto di fecondazione eterologa alle nozze tra persone dello stesso sesso.

Nella sua rubrica su Radio Radicale, Massimo Bordin si chiedeva: «Ma se c’è un registro delle unioni di fatto, cosa cambia nella vita dei cittadini?». Già: che cambia per la tua vita, se un tuo vicino di casa anziché sposarsi convive con la sua compagna, e in Comune questo sta scritto da qualche parte? E che differenza fa per te, se nella strada parallela a quella dove vivi abitano due maschi sposati fra loro? Non cambia niente per tutti gli altri, risponde Bordin: il registro delle coppie di fatto o i matrimoni omosessuali non tolgono a nessuno la libertà di pensiero, non impediscono di pregare il proprio Dio, e via dicendo. E lo stesso si potrebbe pensare di eventuali registri del testamento biologico. Probabilmente tanti fra gli elettori di Pisapia e de Magistris la pensano allo stesso modo, e per questo li hanno votati, valutando altri aspetti del loro programma.

Eppure qualche anno fa una grande piazza romana si è riempita di oltre un milione di persone: tantissime famiglie, festose, miti e gentili – gli aggettivi vincenti di questa campagna elettorale – che la pensavano esattamente all’opposto. Il Family Day c’è stato perché, secondo tanti italiani, riconoscere diritti alle coppie di fatto e omosessuali è qualcosa che in breve tempo cambia la vita di tutti, e non in meglio. Riconoscere e sostenere la centralità della famiglia basata sul matrimonio fra un uomo e una donna significa contribuire alla costruzione di una società solida, dove i figli tendenzialmente nascono all’interno di rapporti parentali certi e duraturi.

E se la precarietà del lavoro è un grande problema, la precarietà degli affetti familiari è qualcosa che mina molto più in profondo la vita di tutti, mutando radicalmente la faccia della società ed i suoi valori, a partire dalla concezione della vita e della morte.

Vedremo quanto le nuove amministrazioni asseconderanno le idee di Veronesi. Per ora, l’idea di “capitali etiche” a guida morale del Paese non ci entusiasma.