I sacerdoti, ha detto, rimarrano con la popolazione “fino alla fine”

KÖNIGSTEIN, lunedì, 1° giugno 2009 (ZENIT.org).- Il Vescovo Thomas Savundaranayagam di Jaffna, nello Sri Lanka, ha denunciato la tragedia in atto nel Paese a causa degli scontri tra le forze governative e i ribelli delle Tigri tamil, la cui resa incondizionata è avvenuta il 18 maggio scorso.

Il presule ne ha parlato con l’associazione caritativa cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), ricordando che un sacerdote, padre Mariampillai Sarathjeevan, è morto l’ultimo giorno degli scontri sfinito dalle tribolazioni che aveva dovuto patire per non aver voluto abbandonare i fedeli intrappolati nella zona dei combattimenti (cfr. ZENIT, 28 maggio 2009).

Il Vescovo Savundaranayagam, che a gennaio si è recato sotto copertura a portare aiuto nelle aree del conflitto, ha rivelato che la battaglia finale ha provocato 20.000 morti e il ferimento di 40.000 persone, bersagliate dai colpi dell’artiglieria pesante e dei bombardamenti.

Il presule ha criticato il Presidente dello Sri Lanka Mahinde Rajapakse per aver dato inizio a un assalto finale che ha “portato tanta sofferenza”.

A marzo aveva scritto al Capo di Stato rivelando di aver chiesto alle Tigri tamil di permettere alla gente intrappolata vicino alla zona degli scontri di poter raggiungere, attraverso un corridoio di sicurezza, un santuario situato in un territorio posto sotto il controllo governativo.

Tuttavia, ogni tentativo di dialogo si è rivelato inutile.

“La cosa più drammatica è che le Tigri tamil hanno usato la gente – i civili – come scudi umani”, ha denunciato. “Li ho pregati di permettere ai civili di andare in un posto sicuro nella zona controllata dal Governo, ma non mi hanno ascoltato”.

Attualmente ci sono più di 200.000 rifugiati, e 18 parrocchie a Kilinochy e Mullaitivu sono “totalmente distrutte”, ha dichiarato il Vescovo.

“Ho visto le parrocchie cadere una dopo l’altra – ha detto il presule –. Non ho accesso a quei luoghi ora”. “Alcuni dei miei sacerdoti sono rimasti fino alla fine con la gente e sono stati salvati dall’Esercito. Sono ancora nei campi di rifugiati”.

I presbiteri, ha sottolineato, organizzano la Messa la domenica nei campi, visitano le famiglie e forniscono cibo alla popolazione stremata dagli scontri.