di Antonello Iapicca

Un celebre radiocronista sportivo, Mario Ferretti, descrivendo in modo impareggiabile le gesta di Fausto Coppi coniò la celebre frase che rimase poi scolpita nella memoria di tanti appassionati: “Un uomo solo è al comando. Ha la maglia biancoceleste della Bianchi. Il suo nome è Fausto Coppi”. Mi è venuta alla mente in questi giorni nei quali ricordiamo il nostro amato Papa Giovanni Paolo II, mentre il suo successore porta su di sé il peso di molti, troppi, scandali che stanno infangando la Chiesa, ed il peso di un attacco violentissimo. Anche ora appare evidente la linea di successione che accumuna i Pontefici: incarnare nelle generazioni il Servo di Yahwè.

In un’intervista di qualche anno fa, il fido segretario di Giovanni Paolo II, don Stanislao, così riassumeva l’intimità del Papa: “La sua santità traeva forza dalla preghiera. La preghiera e l’unione con Dio erano il suo segreto. Cominciando dalla giovinezza, per tutta la vita sacerdotale, episcopale e papale, era immerso in Dio, in Lui cercava le soluzioni e i programmi del pontificato. Ciò gli dava forza e pace. Pregava sempre, anche la notte. Spesso mi alzavo al mattino prestissimo e vedevo che non era in stanza. Così andavo verso la sua cappella privata e lo trovavo che pregava da solo, spesso in ginocchio, altre volte sdraiato faccia a terra, innanzi all’altare”. La preghiera. Il suo luminosissimo esempio per tutti noi. Pregare, e trovare in Dio la pace, la certezza che anche nelle pieghe della storia, anche ora, Dio provvederà alla nostra vita. E, nella preghiera, trovare la luce per il combattimento che ci attende ogni giorno, che non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il demonio. Si, il demonio. “Il Papa è sempre stato cosciente della presenza reale del diavolo e lo ha sempre combattuto”, ci ripete don Stanislao. Ecco il punto, ecco una verità che ci si impone dinnanzi. E’ il demonio ad ergersi, esattamente come due millenni fa proprio di questi giorni, contro il Signore. E’ il combattimento escatologico, sono gli angeli demoniaci precipitati sulla terra a far guerra a Cristo, a coloro che portano la sua testimonianza; ed è guerra dentro e fuori della Chiesa.

In questi giorni ricordiamo con struggimento il Predecessore di Benedetto XVI, amato e venerato, l’uomo immerso in Dio, “l’uomo solo al comando nella corsa verso il Cielo, dove è giunto certamente, da dove si affaccia ogni giorno per svelarcene il mistero e indicarci il cammino. Ha un vestito bianco. Il suo nome è Giovanni Paolo II”. Ma non è solo, con lui, subito a ruota, se ne scorge un altro, anch’egli vestito di bianco. E’ il suo amico, il Cireneo che lo ha aiutato per tanti anni a portare la Croce-timone della Chiesa, che ora è passato nelle sue mani. Due gocce d’acqua, diversi ma uniti dallo stesso spirito. Due uomini soli al comando, distanti anni luce dal chiasso della politica d’accatto che ci vogliono far trangugiare, dalla cultura acre di sinistri presagi che si spaccia per civile e moderna. Sono lontani dal plotone che arranca inseguendo la vita e semina morte. Lontani, come Gesù dai farisei, che guarda alla donna adultera, la fissa con amore, la perdona. Due uomini al comando, per svelare il volto di Dio, la sua misericordia che guarda le ferite che si nascondono in ogni peccato. L’amore, la carità infinita del cuore di Dio. Due papi diversi eppure uguali nell’incarnare lo Spirito di Colui del quali sono Vicari.

E’ Lui infatti il vero ed unico Uomo al comando, il primo ad entrare nella morte e ad uscirne vittorioso. Due Papi, pastori della Chiesa sposa di Cristo, che nel crogiuolo del martirio d’ogni giorno, rivela anche in questo secolo la luce di Cristo viva nei suoi figli. Le parole di Benedetto XVI incarnano l’eredità di Giovanni Paolo II, che è l’eredità di duemila anni di storia. Le sue parole sono oggi le uniche a cui aggrapparci, per non perderci, per sperare, per camminare verso il Cielo. Giovanni Paolo II vi è entrato condotto per mano dalla Divina Misericordia. Noi tutti ci abbandoniamo al suo sguardo, ai suoi occhi colmi di tenerezza. Li contempla ora Karol il Grande, intimo dell’Amato per il quale ha vissuto. Che anche le nostre povere vite possano innamorarsi di Gesù, e tagliare, quando il Padre vorrà, il traguardo del Cielo.