di Matteo Gualdi
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 13 ottobre 2009

Dalle strade alle aule di tribunale, si è spostata la repressione del regime iraniano nei confronti degli oppositori degli ayatollah, e dove prima picchiavano i famigerati miliziani Basiji oggi picchiano con altrettanta violenza i giudici di Teheran.

E mentre è ancora caldo il corpo di Behnoud Shojai, morto a vent’anni per un presunto omicidio compiuto quando ne aveva soltanto diciassette, sono condannati a salire sul patibolo M. Z., A. P. e N. A (neppure i nomi ci vogliono dire, per evitare di farne dei martiri come Neda), per le manifestazioni che hanno riempito le piazze nei mesi scorsi. Rei confessi, dicono le autorità iraniane, ma tutti sanno che le confessioni fasulle sono state estorte con la violenza e la tortura (sembra di essere tornati ai tempi dei processi alle streghe di medievale memoria).

In Iran contestare il regime è un reato che porta alla massima pena, un monito severo utile a scoraggiare chiunque in futuro pensi di sfidare il potere onnipresente dei mullah. Ma la capacità repressiva di Teheran purtroppo ormai non ci stupisce, quello che invece sorprende, anzi sconcerta, è il silenzio dell’Occidente. E ci riempie di orgoglio il fatto che l’Italia sia in prima fila nella difesa del popolo iraniano, con il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha dichiarato «quello che accade ora in Iran è una pericolosa e minacciosa deriva dei diritti. Colpisce al cuore la libertà di pensiero e isola la dirigenza iraniana dalla necessità di un dialogo», non può non amareggiarci il fatto che non una chiara parola sia venuta dal fresco premio Nobel per la pace, Barack Obama, il quale si è limitato ad un vaghissimo accenno (molto velato in verità) all’interno del proprio discorso di accettazione del premio ricevuto. Davvero poco per il presidente della più grande e potente democrazia del pianeta. Un silenzio assordante che lascia una sensazione di vuoto desolante.

In nome della più estrema realpolitik sembra che Obama abbia rinnegato il suo passato e messo completamente da parte il tema dei diritti civili per non urtare la sensibilità dei regimi autocratici cui ha deciso di tendere la mano alla ricerca di un dialogo tanto ostinato quanto (finora) infruttuoso. Per carità, non è che ci sfuggano le logiche che sottendono ad una visione pragmatica della politica estera, né bisogna farsi accecare da un illusorio idealismo, ma la capacità di perseguire i propri obiettivi con realismo non può, non deve mai far venire meno il richiamo continuo e convinto al rispetto dei diritti umani e delle libertà civili, cioè di quei principi che sono alla base della civiltà moderna. Invece il Presidente Obama sembra aver scelto di dimenticare le fondamenta stesse della democrazia che ha il privilegio di guidare: «Noi riteniamo indubitabili queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dal Creatore dotati di certi diritti inviolabili, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità». Così è scritto nella dichiarazione che il 7 giugno 1776 sancì l’indipendenza delle colonie d’Oltreoceano dalla Corona inglese. Un esempio ancora oggi per tutti i popoli oppressi che lottano e rischiano la vita per chiedere a gran voce il rispetto dei propri, inalienabili diritti. Quei popoli navigano in acque estremamente pericolose, battute dal vento e dalla tempesta, e sanno che in qualunque momento potrebbero fare naufragio ed andare incontro alla morte. Finora la loro speranza è stata tenuta in vita da una luce, da un raggio luminoso emanato da un faro che consentiva a tutti i naviganti in difficoltà di sapere quale fosse la strada verso la salvezza. Ma la luce di quel faro si sta affievolendo, ed i popoli che oggi lottano con tanta audacia si sentono sempre più soli, e,  quindi, più deboli. La loro speranza si sta lentamente spegnendo, insieme alla luce del faro americano.