di Pietro Vernizzi
Tratto da Il Sussidiario.net il 14 luglio 2011

Quattordici donne stroncate dalla RU486 nei soli Stati Uniti. Sono i dati del nuovo rapporto della Food and Drugs Administration (Fda), l’organismo del governo Usa che vigila sul corretto utilizzo dei farmaci, di cui Ilsussidiario. net è in grado di pubblicare i contenuti in anteprima esclusiva per l’Italia.

In pratica cinque morti in più rispetto a quelli registrati dalla ricerca finora più autorevole, uscita sul New England Journal of Medicine, in cui si parlava di nove decessi. Un dato che indica il fatto che almeno un caso di morte su tre era stato tenuto segreto (ed è probabile che ve ne siano molti altri). Per non parlare dei 58 casi di gravidanze ectopiche collegate alla RU486, in cui cioè l’ovulo fecondato si impianta al di fuori dell’utero, con effetti gravissimi sulla salute della donna. Ma anche 336 emorragie, 256 infezioni di cui 48 gravi, 612 ricoveri d’urgenza in ospedale e più in generale 2. 207 donne che hanno riportato effetti nocivi per colpa della RU486. I dati, aggiornati al 30 aprile 2011, parlano in totale di 1 milione e 520mila donne americane che hanno fatto uso finora del mifepristone, il principio attivo della RU486. Per comprendere se si tratti o meno di un’incidenza significativa dal punto di vista medico, Ilsussidiario. net ha intervistato il ginecologo Leo Aletti.

Professor Aletti, può spiegare che cosa sono le gravidanze ectopiche e qual è la loro relazione con la RU486?
Come è noto, ciò che distingue la RU486 dall’aborto chirurgico è il fatto che la sua prescrizione avviene in modo automatico. E questo spesso avviene senza controlli adeguati, anche perché una semplice ecografia non è sufficiente a stabilire se esistano rischi di complicazioni. Il problema è che in alcuni casi l’ovulo fecondato, invece che nell’utero, si impianta nelle tube. La paziente assume la RU486, è convinta di avere abortito e non si sottopone a nessun ulteriore controllo. In realtà è ancora incinta e, quando la tuba si rompe, ha un’emorragia e muore senza alcuna assistenza medica. In tutti questi casi quindi prescrivere la RU486 non corregge certo il problema, ma aggrava il quadro clinico.

Per quale motivo?
Perché la RU486 è prescritta tra la sesta e la settima settimana, quando l’ovulo fecondato è ancora troppo piccolo per essere individuato dalle analisi mediche e quindi è scientificamente impossibile capire dove si è impiantato, se nell’utero o nelle tube. Inoltre il mifepristone agisce provocando il distacco dell’ovulo fecondato attraverso delle contrazioni uterine. Se l’utero è vuoto e l’ovulo è nelle tube, è chiaro che il mifepristone non produce alcun effetto e che dunque da questo punto di vista la RU486 è mistificante.

Ma lei ritiene che 14 decessi su 1 milione e 520mila donne siano statisticamente significativi?
La questione è semplice, quando un farmaco provoca la morte non deve essere mai somministrato. Il codice deontologico medico del resto lo afferma in modo esplicito. Inoltre da un punto di vista statistico il confronto da compiere è tra l’aborto farmacologico e quello chirurgico. In Italia dal 1978 a oggi sono stati praticati sei milioni di aborti in ospedale, e la mortalità tra le donne è stata vicina o pari a zero. Fatte le debite proporzioni, questo significa quindi che la RU486 è micidiale. In passato altri farmaci che hanno provocato alterazioni sono stati eliminati dal prontuario farmaceutico.

A che cosa si riferisce?
Per esempio alla talidomide, che è molto efficace per togliere la nausea nel primo trimestre di gravidanza, ma provoca malformazioni fetali come la focomelia. Questo farmaco è stato quindi abbandonato. Per un certo periodo inoltre sono state sospese le flebo di ferro per endovena, perché avevano provocato uno o due morti. In questo caso siamo già a quattordici decessi solo negli Usa, cui si aggiunge una ragazzina di 16 anni morta la scorsa primavera in Portogallo.

Anche l’insulina per il diabete ha causato dei decessi, eppure nessuno l’ha mai messa fuori legge …
L’insulina però è sempre prescritta in seguito al controllo della glicemia da parte del medico. Effettivamente, l’insulina può provocare la morte immediata: basta utilizzarne più del necessario perché il paziente vada in coma ipoglicemico. Ma nel caso dell’insulina non è il farmaco in sé a essere pericoloso, bensì l’utilizzo che se ne fa. Dipende tutto dalle scelte del medico, a differenza della RU486 dove il medico non c’entra nulla perché non è neanche chiamato in causa.

I dati dell’Fda possono cambiare la nostra concezione della RU486?
Sì, il rapporto dell’Fda smentisce che la RU486 sia una modalità tranquilla per applicare l’aborto, per cui bastano con due o tre compresse anche a casa propria. E rimette in discussione la sicurezza dell’aborto farmacologico. Dal dibattito in corso, la donna è portata a convincersi che può assumere da sola la RU486 a casa propria e portare a termine l’aborto senza nessuna assistenza. Nell’aborto farmacologico mancano quindi del tutto la solidarietà e l’aiuto alle donne, che sono abbandonate a loro stesse. Dove è applicato l’aborto farmacologico c’è l’abbandono clinico dell’utente di questa terapia, e quello che viene a mancare è il punto di riferimento clinico per il paziente. Del resto è proprio per questo motivo che alcuni medici appoggiano la RU486…

In che senso?
Perché vogliono liberare gli ospedali dall’incombenza degli aborti chirurgici: e se poi ci sono complicazioni legate alla RU486, se ne occuperà qualcun altro.

E’ l’unico motivo del sostegno all’aborto farmacologico?
L’RU486, tanto negli Usa quanto in Italia, può essere consentita solo per una precisa volontà politica, oscurando invece l’aspetto medico e scientifico. Ed è chiaro che le case farmaceutiche hanno tutto l’interesse che ciò avvenga. Tanto è vero che quando sono pubblicati dati come quelli dell’Fda, nessuno ha il coraggio di prenderli in considerazione. Del resto, se lei prescrive un farmaco che addirittura ha portato alla morte di 14 donne, dopo che in passato abbiamo abbandonato dei medicinali per molto meno, è chiaro che si tratta di una scelta politica. Come evidenziato anche dal fatto che, nell’Agenzia italiana del farmaco, Romano Colozzi ha votato contro la RU486, per gli stessi motivi sottolineati dalla Fda.