di Carlo Panella
Tratto da Libero del 9 ottobre 2010
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Il Premio Nobel al dissidente cinese Liu Xiaobo, in galera, per scontare una pena di 8 anni per avere osato criticare la mancanza di libertà in Cina, è il più coraggioso dal 1975, quando il Nobel per la Pace, fu assegnato allo scienziato nucleare dissidente (e padre della bomba atomica sovietica) Andrej Sacharov, in evidente, forte, utile, polemica frontale con il dittatoriale regime del Cremlino. Un gesto che ebbe enorme impatto positivo sulla dissidenza dentro l’Urss (che da allora dilagò), e mise in estremo imbarazzo il regime sovietico che infatti lo mise al confino. In seguito, sono stati assegnati –e giustamente- molti Nobel a dissidenti di regimi dittatoriali: al sudafricano Desmond Tutu, combattente contro l’apartheid, all’iraniana Shirin Ebadi, alla birmana San Suu Kyi e ad altri. Ma quello a Liu Xiaobo suona oggi, con netta chiarezza, come uno schiaffo in faccia non ad una dittatura qualsiasi, ma alla potente Cina Popolare e al suo governo comunista, autocratico e dittatoriale. La rabbiosa reazione del governo di Pechino è la prova della eccezionalità dell’evento: il ministero degli esteri l’ha giudicato addirittura “un’oscenità, perché Liu Xiaobio è un criminale ed è stato condannato dalla giustizia cinese” e ha convocato l’ambasciatore di Norvegia per protestare. Ovviamente è anche subito scattata la prevista –e voluta- richiesta di una immediata liberazione di Liu Xiaobo, solo colpevole di avere pubblicato nel 2008 un “manifesto per la libertà in Cina”. Barack Obama ha chiesto la sua liberazione, e così ha fatto il governo francese e faranno tutti i governi democratici del mondo. Mai, dopo la feroce repressione di piazza Tien An Men del 1989 il regime cinese si era trovato così isolato e con l’immagine internazionale a pezzi come oggi. Fare fi Liu Xiaobo un’icona del mondo libero, da premiare con la più alta onorificenza del pianeta, significa mettere sotto gli occhi di tutti quello che si sa, ma che non si dice: i cinesi vivono sotto il tacco di una feroce dittatura che calpesta i Diritti Umani, come si legge –sia pure tra le righe- nelle motivazioni che accompagnano il premio. L’immagine moderna, efficiente e idilliaca che il regime comunista cinese era riuscito a diffondere nel mondo con le Olimpiadi dell’anno scorso, è incrinata da un gesto che mostra che –a volte, non sempre, anzi raramente- in occidente c’è chi mette in secondo piano i potenti interessi economici di mercato e di commercio, per mettere in primo piano la difesa dei diritti dell’uomo.

Una scelta eccellente, dunque, che può avere un effetto di traino più che positivo sulla dissidenza cinese, anche perché oggi il regime comunista cinese deve fare fronte a quel formidabile strumento di diffusione delle notizie, delle idee – e delle ribellioni- che è Internet. Una scelta che ha probabili motivazioni nelle polemiche che squassarono l’anno scorso l’Accademia di Oslo per la sua imbarazzante scelta di assegnare il Nobel a Barack Obama, appena eletto, che molto aveva parlato di pace, ma che assolutamente nulla aveva fatto per difenderla. Ora, si è verificato che Obama più che un “costruttore di pace” ne è un distruttore: ha inviato 30. 000 soldati in più in Afghanistan, ha allargato la guerra al Pakistan, ha ordinato una novantina di azioni dei Predator che hanno ucciso decine di civili innocenti e peggiorato le crisi con l’Iran, la Corea del Sud e tra Israele e Palestina e ha lasciato che la crisi sudanese ridiventasse purulenta. Insomma, quello a Liu Xiaobo è un poco anche un Nobel riparatorio.