di Angela Maria Cosentino

ROMA, mercoledì, 2 settembre 2009 (ZENIT.org).- Lo psicanalista e scrittore  Claudio Risè, con il volume La crisi del dono, La nascita e il no alla vita (San Paolo 2009, pp. 153, euro 12), rivolge lo sguardo alla nascita, essenza dell’uomo, nato per amare e per essere amato. Il libro, presentato al Meeting di Rimini 2009, pone l’attenzione più che sull’aborto, da rifiutare, sul malessere e il disagio che da esso deriva. Un malessere che, secondo lo scrittore, è presente anche in chi non abortisce, quando si oppone alla novità e sceglie di conservare il vecchio.

Nella quarta pagina di copertina, Risè afferma che “queste pagine sono state scritte per aiutare un’apertura al cambiamento, che aiuti ognuno di noi a rifiutare la nostra (spesso inconscia) consuetudine abortiva nei confronti della vita e della sua continua trasformazione”. Cosa c’è dietro al favor mortis dell’aborto? Un no alla vita individuale e collettiva. Risè psicanalizza la mentalità abortista dietro la quale c’è una cultura che esercita una forte resistenza al bisogno di cambiamento, legato al nostro desiderio di felicità. Anche al Meeting – ha osservato lo scrittore – “assistiamo ad una nascita e rinascita di ciascuno, ad un profondo rinnovamento individuale e collettivo”.

Il libro parte dal concetto di nascita nel mito del mondo antico, da Crono a Medea, per poi individuarne il radicale cambiamento nella tradizione ebraico-cristiana che invita a credere alla possibilità del cambiamento. E noi, ci crediamo oppure no?

Più che un libro contro l’aborto, La crisi del dono è un libro sulla nascita e sulla capacità di promuovere quel rinnovamento che Gesù Bambino incarna e richiede, anche accogliendo con affetto i bambini, annunciatori di novità.

Le cinque testimonianze, in appendice, di uomini venuti in contatto diretto o indiretto con l’aborto sono una drammatica documentazione della tragedia del rifiuto della vita, frutto di quel modello culturale (che, nuovo “Erode” ha legalizzato l’aborto – dono rifiutato e la fecondazione artificiale – figlio preteso, due facce della stessa medaglia) fondato sul “possesso” delle cose e delle persone, che guarda, perciò, con diffidenza l’affidamento e l’accoglienza, cioè il dono.

Per l’autore, “l’aborto non nasce solo dalla malvagità o distrazione individuale, o dall’opportunismo di gruppi politici inconsapevoli o irresponsabili. Esso affonda le sue radici in un terreno psicologico, cognitivo e affettivo molto più vasto, ed è alimentato dalla maggiore tentazione regressiva da sempre presente nella psiche umana: quella di uccidere il nuovo, lo sviluppo, il cambiamento, appena comincia a prendere forma. Prima che nasca, e ti costringa a cambiare con lui”.

Spesso si rinuncia al bambino per avere, “divorare, incorporare, altro: denaro, comodità, carriera, status, divertimenti”, ma poi, spinti dall’infelicità e dalla solitudine, si spera che l’uomo si riapra all’accoglienza e quindi alla speranza. Anche con il contributo di una forte riflessione sul valore della paternità e di nuovo femminismo, orientati a collaborare per rimarginare vecchie ferite e per riscoprire il benefico favor vitae.