“La più importante fonte culturale e istituzionale dei principi etici”

di padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 22 novembre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica è una delle grandi forze del male nel mondo, secondo l’ateo Richard Dawkins. Ma questa è solo l’ultima tra le tante raffiche sparate contro la religione e contro Dio.

Le sue parole sono state pubblicate il 23 ottobre nella sezione dedicata alle religioni del sito Internet del Washington Post, nell’ambito di alcune domande che gli sono state rivolte in relazione all’iniziativa della Chiesa cattolica di favorire l’ingresso degli anglicani.

Le polemiche sulla religione sollevate dall’ondata di libri e articoli usciti negli ultimi anni continuano a scorrere liberamente. Un recente dibattito a Londra sull’affermazione che “la Chiesa cattolica è una forza positiva nel mondo” ha attirato più di 2.000 persone, secondo quanto riportato dal Catholic Herald il 23 ottobre.

Stephen Fry e Christopher Hitchens, che hanno argomentato in senso contrario, hanno riscosso una sostanziale vittoria sui loro avversari Ann Widdecombe, parlamentare di un partito conservatore, e l’Arcivescovo Onaiyekan di Abuja in Nigeria, ottenendo 1.876 voti a favore e 268 contro.

Un altro esempio recente viene dall’Australia, dove Catherine Deveny ha posto Dio sul lettino dello psichiatra, proclamando che “Dio è affetto da narcisismo”.

In un suo articolo pubblicato il 2 settembre sul quotidiano Age, Deveny ha asserito che Dio soffre di “manie di grandezza” e di una “ossessione da fantasie di successo”, oltre ad essere “privo di empatia” e a “comportarsi in modo arrogante”.

L’offensiva degli atei ha a sua volta sollevato un’ondata di libri a difesa di Dio e della religione organizzata. Una svolta interessante del dibattito è rappresentata da un libro pubblicato da poco da una persona che non crede in Dio, ma che nonostante questo difende la religione.

Si sta meglio

Nel suo libro “An Atheist Defends Religion: Why Humanity is Better Off with Religion Than Without It” (Alpha Books), Bruce Sheiman offre una nuova prospettiva alla disputa tra credenti e atei.

La “questione di Dio” non consente di essere risolta a favore di una delle due parti, secondo Sheiman, ma ciò che invece è possibile è considerare il valore della religione in quanto tale. Egli non tenta di dimostrare l’esistenza di Dio, ma difende la religione intesa come istituzione culturale.

Riguardo alla sua visione personale, Sheiman spiega di non essere una persona di fede, ma allo stesso tempo di non “rifiutare Dio”. Egli si descrive come un “aspirante teista” poiché “la religione conferisce una serie di benefici psicologici, emotivi, di morale sociale, esistenziali e persino psico-fisici, che nessun’altra istituzione è in grado di replicare”.

Il modo migliore per risolvere in maniera convincente il problema dell’ateismo, spiega l’autore nella sua introduzione, non è con argomentazioni che tentano di dimostrare l’esistenza di Dio, ma dimostrando lo stabile contributo dato dalla religione.

“La malefatte storiche della religione possono apparire negative, ma le opere buone di miliardi di persone sono la vera storia della religione, una storia che si affianca a quella della crescita e della prosperità dell’umanità”, afferma Sheiman.

Un modo in cui la religione esplica i suoi effetti benefici è nel dare senso alla nostra vita, osserva. Noi siamo consapevoli di vivere in un mondo di grande forza e potenzialità, ma diversamente dagli animali che vivono in un rapporto solo utilitaristico con il mondo siamo consapevoli che questo mondo esiste a prescindere da noi stessi.

Sheiman riporta quindi alcuni esempi di come le società primitive cercavano di dare senso alla vita, nel più ampio contesto del mondo, attraverso la religione. I loro miti e i lori rituali aiutavano le persone a collegare le realtà mortali alla dimensione eterna e spirituale.

Nel mondo moderno la scienza si è in gran parte sostituita alla religioni, nel tentativo di spiegare il mondo e l’universo. Secondo Sheiman, però, mentre possiamo accettare ciò che la scienza ci dice sul funzionamento dell’universo, questa non ci spiega cosa significhi per la nostra vita.

In altre parole, sapere come il mondo funzioni non è equivalente a sapere perché funziona. Nella nostro desiderio di scoprire ciò che Sheiman definisce come le verità minori – ovvero i fatti e la conoscenza -, abbiamo sacrificato le verità maggiori: il senso e lo scopo.

Natura morale

Un altro aspetto della religione è la morale. È chiaro che la persona non può essere morale senza la religione – afferma Sheiman -, ed è anche evidente che la religione rende le persone migliori. Infatti, asserisce, gli uomini dimostrano un comportamento etico che va ben al di là della spiegazione data dalla forza di coesione sociale.

Sheiman cita studi che dimostrano come l’attività religiosa sia associata ad una maggiore interazione sociale. Come la religione edifica la comunità, così essa promuove il comportamento morale, aggiunge l’autore.

Questo avviene grazie alla convinzione che l’azione morale costituisca il cammino verso Dio e che noi abbiamo una sorta di contratto morale in base al quale fare del bene significa partecipare al bene più elevato.

Ogni religione ha in sé la fede nel bene, sia nel bene divino che in quello umano, spiega Sheiman. Gli atei, sostiene, spesso non comprendono la morale religiosa. Non è un mero sistema di premio/punizione. “I più cinici vedono nella religione una cieca obbedienza all’autorità morale e un sistema oppressivo di controllo comportamentale”, osserva.

Tuttavia, se è vero che alcuni esponenti religiosi mostrano un orientamento autoritario, questo può essere vero anche per molte persone non religiose, sostiene Sheiman. Per gran parte della gente, Dio è un padre amorevole, il fondamento di un elevato senso morale a cui gli uomini aspirano, asserisce.

Uno dei contributi della religione alla società evidenziato dall’autore è la nozione cristiana dell’uomo fatto a immagine di Dio. E poiché gli uomini sono fatti per condividere la natura divina, devono anche essere rispettati come figli di Dio.

Questa visione porta a un’infinita gamma di azioni di sacrificio e di compassione di tutti i giorni, osserva. Da alcuni studi sociologici risulta che le persone religiose dimostrano maggiore cura e compassione rispetto ai loro pari non religiosi, e sono più propensi a fare la carità. Questa realtà peraltro non si limita a una particolare religione, sottolinea Sheiman.

La religione, inoltre, costituisce una solida base per il comportamento morale, grazie all’adesione ai valori assoluti. Per contro, osserva l’autore, senza la religione le persone possono avere un senso morale, ma se i precetti morali sono fatti dall’uomo diventano fallibili e inconsistenti, e funzionali a opinioni o persino a interessi personali.

Queste riflessioni portano l’autore a osservare che le nostre menti sono fatte per aspirare a più che una verità relativa. Come esseri umani aspiriamo alla causa primaria, tanto che quando un imperativo morale non è fondato su Dio allora non è assoluto e rimane relativo.

La scienza di per sé non può portare ad una cultura morale, prosegue. “Giusto e sbagliato non provengono dalla fisica o dalla biologia”, afferma.

“La religione quindi diventa la più importante fonte culturale e istituzionale dei principi etici, proprio perché è sentita essere al di sopra della mutevolezza umana”, aggiunge.

Progressi

In un altro capitolo del libro, Sheiman ricorda come la religione si trovi alla base dei progressi del mondo occidentale in ambiti come la democrazia e la libertà, nonché la scienza e la tecnologia.

Nel corso della storia, se siamo cresciuti come civiltà, ciò è stato almeno parzialmente grazie alla religione, sostiene. Se questo non assolve gli esponenti religiosi che si sono resi responsabili di azioni contrarie all’uomo, ci porta però a concludere che la religione ha avuto nel complesso un impatto positivo.

La conclusione alternativa è che senza la religione ci troveremmo oggi in una situazione più avanzata. Ma questo non è plausibile, secondo Sheiman, in quanto gli storici non sono in grado di identificare altra forza culturale di civilizzazione altrettanto potente.

L’autore critica inoltre la lettura selettiva della storia di alcuni atei che troppo facilmente attribuiscono gli aspetti più negativi della storia alla religione, mentre ammettono raramente quanto la civiltà deve alla religione.

Un credente potrebbe ben replicare a Sheiman che la sua fede in Dio non dipende da questa sorta di contabilità dei pro e contro della religione nella storia o nella sua vita personale. Ciò nonostante, in un periodo in cui molti atei denigrano le Chiese e la fede come totalmente irrazionali e negative, il libro di Sheiman rappresenta un utile antidoto contro gli attacchi superficiali e irrazionali alla fede.