A proposito di una biografia del beato John Henry Newman
di Antonio Gaspari
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 20 settembre 2010

Il libro di Lina Callegari “John Henry Newman la ragionevolezza della fede” (Edizioni Ares) è uno dei volumi più completi e documentati circa la figura del gigante britannico beatificato domenica 19 settembre da Benedetto XVI.

La Callegari, laureata in filosofia, dottore di ricerca in Antropologia filosofica con una tesi dal titolo “Newman e l’universo romantico: il ruolo dell’immaginazione nella costruzione della certezza di fede”, insegnate e autrice di diversi libri, offre un ritratto vivo, completo e coinvolgente di John Henry Newman (1801-1890) e del modo in cui sono maturate le sue idee.

Nel libro pubblicato dalla Ares l’autrice dà spesso la parola allo stesso protagonista attraverso ampie citazioni sia dei suoi trattati sia del suo epistolario.

Nella prefazione al volume padre Fidel González Fernández, Consultore nel processo per la beatificazione e canonizzazione, parla del beato inglese come “uno dei maggiori e più significativi teologi cristiani moderni dal tempo della Riforma e dal Concilio di Trento”.

Ma mentre è abbastanza nota la grandezza intellettuale e morale di Newman, meno conosciuta è la sofferenza, le privazioni, la passione che il beato inglese ha sopportato nel suo cammino verso la ricerca della verità.

Padre Gonzales Fernández Fernández ha scritto che “Newman è stato un cercatore appassionato della verità nella sua totale esigenza di pienezza, (…) ma se la sua vita cristiana e di ricercatore teologico nel seno della Comunione anglicana non è stata facile, non lo fu di meno una volta diventato cattolico romano”.

La vita di Newman fu segnata da prove e frustrazioni: la perdita di alcuni dei congiunti a lui più cari, la morte dell’amata sorella; l’allontanamento degli amici al tempo della sua conversione; le incomprensioni e le accuse di disonestà mosse dai suoi oppositori di parte anglicana; il processo Achilli di cui fu imputato; i contrasti dovuti alla diversità di vedute con personalità eminenti di parte cattolica – tra cui anche alcuni convertiti alla fede cattolica dalla Chiesa anglicana, come Wiseman, Faber, Manning, Ward, Talbot ecc -.

Nei momenti più duri ebbe a dire “non ho nulla di cui lamentarmi, nulla da rimpiangere, nulla di cui avere timore (…) Dio è sopra di noi e non mi ha mai abbandonato. Non mi abbandonerà nemmeno ora”.

Il male più subdolo che Newman dovette affrontare fu “il nuovo gnosticismo che andava insinuandosi prepotentemente all’interno della cosiddetta teologia liberale protestante e persino tra alcuni teologi anglicani con il liberalismo teologico”.

Una minaccia che oggi è ben presente tra le sfide che le chiese cristiane devono affrontare per rievangelizzare l’Europa.

Secondo padre Fidel, Newman riuscirà a superare tutte le difficoltà, grazie “alla sua appassionata ricerca della verità e la sua fedeltà a essa nella Chiesa cattolica attraverso un’obbedienza sofferta e un amore senza condizioni”.

Il beato inglese era un autorità indiscussa e riconosciuta nella Chiesa anglicana, eppure rinunciò agli agi e agli onori per convertirsi alla Chiesa cattolica.

Racconta padre Fidel: “Gli ci vollero sei anni di controversie e di ostilità – se fosse diventato cattolico, sarebbe stato ostracizzato dalla società a maggioranza protestante e anti-cattolica dell’epoca –, sei anni di persecuzioni e di apprensione – se la sua scelta fosse stata sbagliata, avrebbe indotto molte persone a cadere in errore, perché alcuni l’avrebbero seguito nella Chiesa, mentre altri sarebbero piombati nello scetticismo e nella miscredenza –, sei anni di sofferenza provocata dal dolore inflitto a parenti e amici, sei anni di incessante preghiera e di digiuno, prima di prendere una decisione”.

Non appena si convinse della Chiesa cattolica, e si persuase che era suo dovere entrarvi a far parte, la sera del 9 ottobre 1845, Newman perse i suoi amici e i suoi parenti, mentre molti esponenti della Chiesa inglese lo considerarono un disertore e addirittura un traditore, celato papista finché rimase nella Chiesa anglicana.

Il beato sopportò queste falsità in silenzio, un silenzio rotto solo, in obbedienza, quando fu accusato di non credere nella Chiesa cattolica, così rispose alle accuse con “L’Apologia pro vita sua (1864)”.

Ma anche nella Chiesa cattolica dovette soffrire.

Come racconta padre Fidel nella Prefazione al volume della Callegaro Newman divenne oggetto del sospetto e dell’invidia da parte di un gruppo di vecchi cattolici e teologi che non arrivavano a comprendere il saggio su “Lo sviluppo della dottrina cristiana”. E poi L’apertura dell’Università Cattolica di Dublino e il suo fallimento, la mancata nomina a vescovo già annunciata pubblicamente, i penosi dissidi con l’Oratorio di Londra (1855-1856), la questione legata alla rivista The Rambler (1859) – in cui agì da mediatore, suscitando le aspre critiche di The Tablet –, il trattamento subìto dopo la pubblicazione del suo articolo su “La consultazione dei fedeli in materia di dottrina” denunciato a Roma come eretico e travisato con una sfumatura, appunto eretica, nella traduzione latina: “tutti questi episodi furono per Newman motivo di sofferenza interiore e di penitenza”.

Le lettere di Newamn mostrano che, nell’affrontare queste prove, egli mantenne una completa fiducia nel potere della preghiera, uno spiccato senso di obbedienza alla Chiesa e un cuore misericordioso nei confronti delle persone implicate, anche se, in alcune circostanze, come per la questione delle sue accuse a Roma, non ebbe la possibilità di chiarire i passaggi che gli venivano contestati, diventando oggetto di sospetto per sette anni.

Ma la Santa Sede vedeva e vigilava sulla sua fedeltà. Così nel 1879, il Pontefice Leone XIII lo elevò alla dignità cardinalizia, riscattando la sua ortodossia.

Ha spiegato, padre Fidel “la sua elevazione al cardinalato fu accolta favorevolmente dai cattolici e dai non cattolici, e si può affermare in tutta tranquillità che nessun cattolico, dal sedicesimo secolo, aveva saputo conquistare i cuori della nazione inglese come fece Newman”.

“Alla sua morte – ha aggiunto padre Fidel -, non vi fu un solo giornale (molti dei quali non cattolici), in tutta l’Inghilterra, che non commentò l’accaduto. Si scrisse della sua santità, della sua umiltà, del suo distacco dal mondo e della sua influenza spirituale. Si trattò di una sorta di canonizzazione per acclamazione. E questo rivela l’influenza ecumenica della vita di Newman: il suo servizio alla Chiesa anglicana e alla Chiesa cattolica fu instancabile, ed ebbe importanti effetti nel contribuire alla loro mutua comprensione ecumenica”.