di Domenico Bonvegna

Sono nato nel 1942 in un paesino del messinese. I miei ricordi più precisi partono dal 1948, ultimo anno di asilo: mia mamma cantava con tono lirico 

“Udimmo una voce, corremmo all’appello, avanti la Croce del Re d’Israello […] O bianco fiore, simbolo d’amore…”;

era l’inno di marcia della Democrazia Cristiana che sentivamo anche dall’altoparlante a tromba piazzato sul balcone della casa canonica nelle storiche elezioni del “18 Aprile”, quando l’Italia (ma questo lo capii dopo), con una sorta di “insorgenza” popolare, si liberò (si parlerà, infatti, di “Liberazione”) dalla minaccia del Comunismo: le esortazioni del grande papa Pio XII e il lavoro dei “Comitati Civici” di Luigi Gedda avevano fatto il miracolo in appena quattro mesi! Poi qualcuno volle ironizzare su quegli avvenimenti e sulla vittoria cattolica, ma era ironia impotente di chi aveva perso la partita: “Si mobilitarono anche le Madonne!” scriverà, ad esempio, la giornalista comunista Miriam Mafai nel suo libro autobiografico, pubblicato postumo (“Il Giornale”, 28-XI-2012). Frequentavo la IV ginnasio, novembre 1956, quando giunsero per radio le notizie della insurrezione del popolo ungherese, studenti e operai, e della repressione sovietica; avevo 14 anni, giusti per rimanerne impressionato tutta la vita; dopo seppi che, pure in quella occasione, un politico-giornalista italiano (c’è ancora, novantenne) sull’“Unità”, allora organo del PCI ora del PD, aveva scritto che il torto era degli insorti e la ragione, invece, dei carri armati del Patto di Varsavia: solo a Budapest migliaia di vittime! Medie, ginnasio e prima liceo, fino al 1959, li ho passati in seminario dove allora si parlava “latino”, così di quell’epoca mi è rimasta una severa formazione umana e religiosa che, ancora adesso, mi spinge a recitare e cantare preghiere, bellissime, nella lingua di Cicerone. Iscritto all’Azione Cattolica (ne portai per anni il rotondo distintivo con la Croce all’occhiello), ho vissuto con gioia e trepidazione il ConcilioVaticano Secondo.

Nel 1963, come moltissimi meridionali, con la classica valigia di cartone, sono approdato a Milano dove, facendo diversi umili mestieri, ho frequentato l’Università Cattolica e ho preso parte da protagonista alla famosa/famigerata Rivoluzione delSessantotto, spesso correndo le piazze e le vie della città. Subito dopo, anni 70/80, con le “leggi” di divorzio e aborto e i due referendum, mi sono reso conto che i cattolici, veramente tali, in Italia eravamo diventati minoranza. Ho visto cadere il Muro“della vergogna” di Berlino (1989) e, naturalmente, ho gioito come tutti gli uomini liberi dell’Europa e del mondo; qualche anno dopo, ho assistito all’“autodemolizione”della DC e mi sono ricordato della “profezia” di Gramsci del 1919: “I popolari rappresentano una fase necessaria del processo di sviluppo del proletariato italiano verso il comunismo […] Il cattolicismo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida” (A. GRAMSCI, “I popolari”, in “L’Ordine Nuovo, anno I, n. 24, 1-11-1919). Sennonché al “suicidio” della Dc, erede diretta del PPI di Sturzo, non seguì, secondo il pronostico gramsciano, la presa del governo da parte dei “trasformati” post-comunisti che, con Occhetto, avevano già pronta e lubrificata la “gioiosa macchina da guerra”: gli fu impedito da un’altra “insorgenza” (così alcuni la chiamarono) popolare o populista promossa dal parvenu di Arcore, che raccolse – anche lui in pochi mesi – le simpatie e i voti di oltre la metà del popolo italiano. Enorme fu lo scorno degli intellettuali borghesi post e neo comunisti trasformati che avevano pronosticato e già pregustato una facile conquista della stanza dei bottoni; e, infatti, da quel momento e per tale motivo lo odiarono a morte!

Con questa velocissima carrellata storico-autobiografica ho voluto concludere che, sebbene io non “faccia politica” perché non ne ho la vocazione, né le “capacità” indispensabili per quel gravoso e difficile mestiere, tuttavia mi sento di essere almeno un “curioso” e magari un “informato dei fatti”: alcuni li ho visti coi miei occhi e, anzi, ne sono stato protagonista in prima persona, altri – come accade il più delle volte – me li hanno raccontati o li ho letti sui giornali e studiati sui libri; e, poi, non foss’altro che per ragioni di anagrafe (sono nato “nella prima metà” del secolo scorso!), credo di avere il diritto di manifestare, come Renzo in piazza del Duomo, “il mio debol parere”, a fronte di tante bocche-parlanti che in tv e sulla carta stampata esprimono il loro.

Premetto di aver fatto parte di quella “maggioranza” di Italiani che ha votato “per il Cavaliere” e non mi sono mai accorto di aver sostenuto “i ricchi”, “i ladri” e “i mafiosi” come alcune brave persone continuano ancora a rimproverarmi! Ciò non perché non mi sia reso conto dei limiti dottrinali e culturali (questi, sì, veri, purtroppo!) e delle intemperanze e dei difetti personali (verissimi anche questi), dell’“arrivato-telegenico” di Arcore e, soprattutto, dei tanti improvvisati che saltarono sul suo carro di vincitore, ma perché egli, nonostante tutto, era parso a molti l’homo novus della situazione, dopo l’impero cinquantennale dei due amici-nemici e compari-concorrenti, DC e PCI che, secondo uno schema di piccoli passi preparati da gran tempo, nel finale avevano tentato perfino di accordarsi col cosiddetto “compromesso storico”. Il personaggio, poi, presentandosi come “corpo estraneo” alla politica e, dato il suo passato di “fortunato” e, per tanti versi, spregiudicato imprenditore/arrampicatore, sembrava possedere anche, e a suo modo, più inventiva e possibilità di altri per aiutare l’Italia “povera” e “malata” al cui capezzale si erano avvicendati tanti medici chiacchieroni e incapaci; correva, infatti, nei suoi confronti la frase: ha saputo fare brillantemente i suoi interessi, saprà fare anche quelli della nazione! Rappresentava pure – cosa da non sottovalutare nella contingenza del momento storico – una legittima rivalsa nei confronti dei comunisti, tanto è vero che quel suo modo di chiamarli ancora per nome – “comunisti” – provocava una reazione stizzita e scomposta in moltissimi di loro che, rimasti tali in pectore, non sopportavano tuttavia che glielo si dicesse in faccia come un rimprovero; grande, per contro, era la soddisfazione di chi anticomunista era sempre stato! Per capire quest’ultimo passaggio (rivalsa, stizza, soddisfazione, etc.), è giusto riflettere sul fatto che gli ex del PCI – qui, ovviamente, parlo soprattutto della classe dirigente del partito – nel 1994, si presentavano, candidi e smemorati, ad assumere la titolarità del governo in Italia come se nulla fosse accaduto, senza neanche aver chiesto almeno scusa dell’essere stati complici fino al giorno prima, non solo morali, dell’ideologia marxista e del regime totalitario di Mosca che organizzava i gulag e distribuiva ai “nostri” rubli e ordini insieme! A ciò si aggiunga il fatto che la sua discesa in politica coincideva con la dissoluzione della DC sotto l’usbergo di magistrati sempre più onnipotenti; così al popolo non comunista (in Italia, nonostante tutto, pur sempre stragrande maggioranza!) che – a torto o a ragione – aveva ritenuto il partito sempre più “cosiddetto cattolico” una “diga” contro il Comunismo, non restò che affidarsi al“primo arrivato”; questi, abile affabulatore e promettitore, capace coagulatore di molti consensi, apparve subito “unico” e “grande” tanto che non si videro o non si vollero vedere le sue “debolezze” tipiche, del resto, di un uomo che aveva respirato pienamente tutto il “relativismo” del mondo attuale, e di questo non poteva non portare anche tutti i difetti. Il personaggio, tuttavia, mostrava di rispettare molti principi cari alla maggioranza degli Italiani che altri, a dire il meno, non rispettava e, anzi, combatteva apertamente: si vedano – fra tantissimi esempi – le sue prese di posizione in difesa delle “radici cristiane dell’Europa” osteggiate e irrise dal collega francese Chirac, giacobino in ritardo, che addirittura lo chiamò per dileggio “padre Silvio” (v. Libero, 27-VI-2004) o la sua azione per salvare in extremis la vita ad Eluana Englaro di cui tutti ricordiamo la dolorosa e struggente vicenda. Occorre tenere a mente molte cose se si vogliono emettere giudizi equilibrati, e spiegare in qualche modo la larghissima adesione della gente comune – in maggioranza cattolici – a “Forza Italia” in un quindicennio; in caso contrario ci si ostina, come fanno ancora gli intelligenti boriosi, non solo a disprezzare quelli che – a torto o a ragione, certo legittimamente – scelsero di votare Centro-Destra, ma ci si condanna a non capire nulla, a gridare slogan o a dare dei calci al vento.

Ne nacque – ovviamente – una lotta sproporzionata contro di lui e un’altra, egualmente sproporzionata, in sua difesa; tutti vi abbiamo assistito e in certo modo preso parte; infatti: più lo sberleffo salace, l’ironia e il sarcasmo ciarlatani, l’insulto pubblico, l’aggressione plateale erano organizzati a tanti livelli ed evidenti a tutti, nei suoi confronti, e più i seguaci gli facevano compatto quadrato in difesa, anzi, pativano e reagivano come se quelle “aggressioni” fossero rivolte alle loro stesse persone! Una “guerra” senza quartiere, fatta di cose vere ma frammiste a tante menzogne, che è durata tre lustri e che si rinfocolava ad ogni starnuto quasi che tutto il bene o tutto il male della nazione dipendesse da una sola persona. Inutilmente qualcuno più avveduto nella stessa Sinistra raccomandava di moderare i toni perché, esasperando gli animi, si ingigantiva vieppiù il personaggio e si perdevano di vista i veri torti e le vere ragioni e, quindi, la stessa realtà, provocando alla fine danno e squilibrio all’Italia intera. Insomma, un gran baccano! Così, quando, l’anno scorso, “il cavaliere” si ritirò dalle scene, calò improvviso un gran silenzio e molti si chiesero: e adesso i suoi nemici, orfani e frastornati, come faranno a sopravvivere e a campare senza di lui?

Confesso di aver messo in conto, fin dall’inizio, anche la “fine” della fazione a cui io ho dato il voto dal 1994; del resto ho l’età per intuire che anch’essa prima o poi si sarebbe consumata, più o meno come tutte le cose di questo povero mondo: “Sancte Pater, sic transit gloria mundi!” (Santo Padre, così passa la gloria del mondo!) salmodiava qualcuno davanti al Sommo Pontefice appena eletto e seduto sulla sedia gestatoria, affinché non si inorgoglisse troppo, mentre verso di lui un diacono alzava una fiammella di candela; e poi, con somma sapienza, “guai all’uomo che confida nell’uomo”, c’è scritto nella Bibbia!

continua, a domani