Cardinale Severino Poletto, quanto accaduto a Torino fa riapparire lo spettro eutanasia?
«Non esistono ancora elementi certi sui quali fondare un giudizio, la cautela è d’obbligo. Spetta a chi sta conducendo le indagini accertare come siano andate le cose al San Giovanni Bosco. Non si possono fare processi mediatici e addossare con leggerezza una colpa terribile all’infermiera accusata di aver aiutato a morire un uomo in coma  irreversibile. Non è ancora chiaro se l’iniezione praticata contenesse una dose letale, perciò il rapporto causa-effetto deve essere provato senza possibilità di errore. È troppo presto per parlare di eutanasia o per fare accostamenti con il caso di Eluana Englaro. Fatta questa doverosa premessa, va ribadito che la vita è sacra dal concepimento al suo termine naturale».
C’è il rischio di introdurre di fatto il suicidio assistito?
«La posizione della Chiesa è limpida: l’intangibilità della vita è un principio non negoziabile. Le valutazioni etiche del magistero cattolico sono univoche nel rifiutare l’eutanasia come un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procuri la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. Perciò è opportuno riaffermare con forza che l’eutanasia si situa al livello delle intenzioni e dei metodi usati. Un’azione o un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione. Quindi è gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto di Dio suo creatore. L’errore di giudizio, in cui si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di un atto che è sempre da condannare e da escludere».

Non può trattarsi di un modo per evitare l’accanimento terapeutico?
«Sono questioni nettamente distinte. Da una parte ci sono l’eutanasia diretta e il suicidio assistito, dall’altra interruzione dell’accanimento terapeutico, lesivo della dignità umana. Mai si può dare o accelerare la morte. Mentre nell’immediatezza di una morte ormai inevitabile ed imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita. Il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa».

Non può sembrare una mancanza di misericordia?
«Tutt’altro. Il catechismo della Chiesa cattolica richiama il rispetto particolare che è dovuto a coloro la cui vita è minorata o indebolita. Perciò è moralmente inaccettabile mettere fine alla vita delle persone, qualunque siano i motivi e i mezzi. Non c’entra nulla la rinuncia all’accanimento terapeutico, attraverso cui non si vuole procurare la morte, bensì si accetta di non poterla impedire. A Les Combes, vicino a Benedetto XVI, durante l’Angelus, ho visto una 17enne disabile di Asti la cui madre descriveva la sua “terapia dell’amore”. Questa è la vera misericordia».

È preoccupato?
«Attendo che venga fatta piena luce sull’accaduto. Al momento non si può affermare con certezza che si tratta di un caso di eutanasia. Però sia chiaro che, se i timori si rivelassero fondati, sarebbe una tremenda ferita al senso di umanità e un gravissimo passo indietro per la nostra civiltà. La Chiesa è contraria all’eutanasia come a ogni forma di negazione della vita. Ora più che mai occorre prendere coscienza di quanto valga la vita di ogni essere umano, dal primo istante al naturale tramonto. Il Papa ha riaffermato di recente come l’eutanasia sia una falsa soluzione al dramma della sofferenza. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano perché nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio. Migliaia di persone si dedicano ogni giorno al sostegno di chi soffre, servendo la vita in ogni sua fase: genitori, operatori sanitari, sacerdoti, religiosi, ricercatori, volontari».

intervista di Giacomo Galeazzi – © La Stampa 19 agosto 2009