20 anni nel freezer, poi l’impianto in una madre non sua. E la nascita
di Roberto Colombo
Tratto da Avvenire del 12 ottobre 2010

La nascita di bambini dopo il trasferimento nell’utero della mamma di embrioni ottenuti in vitro e crioconservati non è certo cosa nuova. Era tuttavia inevitabile che facesse parlare la notizia diffusa ieri del bambino inglese venuto al mondo dopo l’impianto – nell’utero di una donna diversa dalla madre biologica – di un embrione rimasto nel congelatore per 20 anni.

La prima a venire al mondo ‘dal freddo’ fu Zoe, una neonata australiana data alla luce nel 1984, sei anni dopo Louise Brown, la bambina inglese che inaugurò la tecnologia ideata dal recente premio Nobel per la Medicina Robert Edwards. Si stima che circa 400mila bambini nati da fecondazione artificiale abbiano subito un periodo di crioconservazione quand’erano allo stadio embrionale di sviluppo. Ma il tempo intercorso dal congelamento in azoto liquido (196° sotto lo zero) all’impianto – 19 anni e sei mesi, per la precisione – questa volta è ben oltre il limite di sopravvivenza medio sinora attribuito agli embrioni crioconservati.

Negli ultimi due decenni si è assistito a un progressivo innalzamento della soglia. La letteratura scientifica internazionale riporta nascite da embrioni congelati per 8-12 anni (ma sono stai registrati anche casi di 13 anni). In un’altra vicenda documentata da una rivista scientifica (Fertility & Sterility l’embrione era stato raffreddato in azoto liquido, nel gennaio 1990, 17 ore dopo la fertilizzazione in vitro. Vent’anni dopo, al momento dello scongelamento, l’embrione ha ripreso il suo sviluppo regolare ed è stato trasferito il giorno successivo nell’utero della donna, che si trovava al 17° giorno del suo ciclo ovarico farmacologicamente controllato.

Al contrario di quanto originalmente ipotizzato da Jacques Testart nel 1987, la crioconservazione non porta necessariamente alla morte di tutti o della maggior parte degli embrioni congelati già dopo i primi anni. Studi più recenti hanno mostrato che, nonostante le estreme condizioni fisiche possano danneggiare le cellule embrionali, un certo numero di embrioni si presenta vitale anche dopo tempi assai più lunghi. In un recente studio retrospettivo sui risultati ottenuti con quasi 14mila embrioni umani crioconservati, scongelati e trasferiti in utero viene osservata una ripresa dello sviluppo in vitro per molti di essi, anche oltre i 10 anni.

Sin qui i dati dell’osservazione scientifica, che non si possono però sottrarre a un giudizio morale (e non solo). La pratica della crioconservazione dei concepiti in vitro è infatti contraria al rispetto dovuto a ogni essere umano all’inizio della sua vita e alla dignità della procreazione e della gestazione, ed espone l’embrione umano a gravi rischi per la vita, l’integrità e lo sviluppo, che rendono questa pratica moralmente inammissibile e giuridicamente illecita. Per questo la legge in vigore nel nostro Paese consente il congelamento degli embrioni solo «qualora il trasferimento nell’utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna» ed è consentita esclusivamente «fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile» (legge 40, articolo 14). Gli embrioni che, per varie ragioni, si trovano crioconservati in Italia (oltre 24mila) vanno comunque rispettati come esseri umani, il cui regolare processo di sviluppo è stato bloccato artificialmente, senza per questo poter dedurre speculativamente che ciascuno di essi sia morto dopo un numero di anni arbitrariamente definito. Una simile conclusione sarebbe contraria alle più recenti evidenze prodotte dalla stessa medicina della riproduzione. La vicenda del neonato inglese è lì a ricordarlo a tutti.