di Piergiorgio Liverani

Sul Corriere della sera (mercoledì 24) il prof. Veronesi spiega la sua «pre­venzione » dell’aborto: «La via da in­traprendere è quella educativa spe­cialmente nelle scuole: educazione sessuale, pillola anticoncezionale, preservativo». E sostiene: «Il vietare non ha alcun valore educativo». Am­messo che sia così, davvero crede che il consenso a una sessualità ba­nalizzata lo abbia? Dopo trentadue anni di ‘informazione’ sessuale gli aborti legali sono tuttora molti più di quelli che le stime più serie de­nunciavano prima della legge 194 (molto meno di centomila) e più fre­quenti là dove gli anticoncezionali sono più diffusi. Inoltre: «Secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sa­nità, sono circa 20.000 le italiane an­cora schiave dell’aborto clandestino. Una cifra spaventosa, che però non comprende il numero di tutte le straniere costrette alla stessa prati­ca » (Il Fatto, giovedì 25). Ma per Ve­ronesi «questo è il senso del soste­gno che [noi laici] abbiamo dato alla pillola RU 486». Che, comprata su Internet, riporterà la pratica dell’a­borto al suo inizio fai-da-te.
«Avvenire» del 28 marzo 2010

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Come si combatte l’aborto
La strada obbligata della prevenzione
di Umberto Veronesi *

Caro Direttore, noi laici condividiamo il pensiero dei vescovi sull’ aborto e abbiamo in comune con loro l’obiettivo di evitare l’interruzione di gravidanza. Ciò su cui non siamo d’accordo sono i metodi e gli strumenti per farlo. Noi pensiamo che la via da intraprendere sia quella educativo-preventiva. Intendiamo sviluppare la diffusione, soprattutto nelle scuole, dell’educazione sessuale e della conoscenza dei metodi anticoncezionali, nel rispetto della multi-confessionalità e multietnicità della nostra attuale comunità. Intendiamo informare meglio le donne sull’uso della pillola anticoncezionale, che non deve essere demonizzata dal punto di vista medico, ma semmai favorita perché, tra l’altro, previene il carcinoma ovarico. Pensiamo che siano necessarie campagne di informazione affinché il preservativo, che previene molte malattie veneree e infettive (come l’ Aids), sia considerato un elemento integrante del rituale del rapporto sessuale e un segno di rispetto e di amore nella coppia, anche, e soprattutto, occasionale. Non abbiamo dubbi: se si vuole evitare l’aborto bisogna mettere in atto delle misure preventive, che stanno nell’uso corretto delle pratiche anticoncezionali e bisogna creare più conoscenza e più responsabilità, anche da parte dei maschi. In linea, del resto, con la legge 194 che ha fra i suoi obiettivi la tutela della maternità. I vescovi invece, come risulta dalle dichiarazioni della Cei che definiscono l’aborto un crimine, sono a favore del proibizionismo. Sicuramente rendere illegale l’aborto è una strategia per limitarne il numero, ma il problema è che non è efficace. Si è confermato in passato in Italia il modello che si applica ad ogni forma di proibizionismo: il vietare non ha alcun valore educativo, non riduce il fenomeno che si proibisce e rafforza il potere criminale. In molti casi l’ignoranza è il male peggiore perché genera paura, e la paura ci fa facilmente cadere in balìa di chiunque facilmente ci prometta di liberarci dai nostri spettri. Rinunciare alla maternità fa paura e dovremmo ricordare sempre che la finalità della legge 194 era quella di ridurre gli aborti clandestini e non di promuovere il principio che interrompere una gravidanza è «giusto e buono». La scelta di rinunciare ad un figlio non è influenzata dal fatto che sia vietata o no, è sempre frutto di un dramma e succedeva che le donne meno informate e meno abbienti finivano nelle mani sbagliate e quelle con più mezzi culturali e finanziari si rivolgevano alle cliniche di lusso, spesso all’estero. Con la legalizzazione il numero di aborti è drasticamente diminuito e il «mercato nero», tradizionalmente legato alla criminalità, è scomparso. Il contrario del proibizionismo non è infatti la permissività, ma la legalità, che rappresenta la scelta del male minore ed è una posizione che offre il massimo di libertà e di tutela alla donna. Quando si parla di interruzione di gravidanza, troppo spesso si dimentica che se, come ho detto all’ inizio, nessuno, laico o credente, vuole l’aborto, le prime a non volerlo sono le donne, per le quali è un atto che va contro l’imperativo del loro Dna alla riproduzione. Nella mia professione di oncologo ho combattuto anch’io la mia battaglia per la maternità. Mi sono impegnato per trovare il modo di non interrompere la gravidanza quando si manifesta un tumore al seno e neppure quando la gravidanza occorre in una donna già operata. Fino a pochi anni fa, l’aborto era un dogma intoccabile nel caso di tumore mammario, e io mi sono battuto per dimostrare scientificamente che una gravidanza a termine non fa male, né durante né dopo la malattia; anzi, in qualche caso, potrebbe avere un valore protettivo. Questa conoscenza ha fatto nascere centinaia di bambini e reso felici altrettante donne, che inutilmente avrebbero sofferto un doppio dramma, quello della malattia e quello della mancata maternità. Oggi all’istituto europeo di oncologia esiste un team dedicato specificamente ai problemi di fertilità e oncologia sia per la donna che per l’uomo a cui possono fare riferimento tutti i centri italiani per la riproduzione. Oggi l’obiettivo di noi laici è non solo evitare l’ aborto ogni volta che è possibile, ma anche, se questa è la scelta della donna, renderla meno traumatica. Questo è il senso del sostegno che abbiamo dato all’ introduzione della Pillola RU486 in Italia, che è semplicemente una modalità farmacologica, in alternativa a quella chirurgica, in linea con l’ evoluzione della medicina mondiale.

* Direttore scientifico Ieo

«Corriere della Sera» del 24 marzo 2010