Nuove frontiere per la fecondazione artificiale
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 22 gennaio 2011

Dal vaso di Pandora della fecondazione artificiale è uscita l’ennesima novità: regolare la ‘riproduzione collaborativa’, cioè la fecondazione in vitro che coinvolge più di due persone – come per l’eterologa o la maternità surrogata – quando è in famiglia. Una coppia sterile, insomma, anziché comprare ovociti o liquido seminale o affittare uteri di estranee, scelte su cataloghi di agenzie specializzate, potrebbe farseli dare dai parenti, a cominciare da quelli più prossimi (genitori, fratelli e figli) fino ai cugini, passando per zie e nipoti. La nuova sigla è Imar, che sta per ‘riproduzione medicalmente assistita intrafamiliare’, e l’idea è in un documento ufficiale dell’Eshre (European Society of Human Reproduction and Embryology), la più importante società scientifica europea degli operatori del settore.

La proposta dovrebbe allarmare molto più delle chiacchiere di questi giorni. Secondo gli ‘esperti’, a certe condizioni è possibile che un bambino sia concepito con gameti provenienti dai fratelli già nati, o da quelli dei nonni (età permettendo), o sia portato nell’utero della sorella o della cugina di quella che sarà sua madre ‘sociale’ e che forse non è neppure quella genetica: insomma, una combinazione pazzesca di gameti e uteri di terze e quarte persone parenti fra loro, con intrecci familiari complicati e per i quali non esiste neppure un lessico adatto. Al di là dell’orrore che tutto questo suscita, è interessante leggere il documento proposto dall’Eshre, dove tanti nodi vengono al pettine.

Innanzitutto le motivazioni di questa nuova offerta del suk procreativo: gli autori ammettono che così si riducono i costi dei gameti e degli uteri in affitto. È oramai evidente a chi ha un minimo di onestà intellettuale che la ‘donazione’ dei gameti non esiste: si comprano su catalogo, con preferenze inconfessabili e costi più elevati per donne belle, istruite e bianche, o per maschi dalla tipologia vichinga. Insieme all’utero in affitto, la compravendita degli ovociti rappresenta una delle nuove forme di commercio del corpo umano, che potrà essere più facilmente mascherata da ‘altruismo’ se lo scambio avviene fra le mura domestiche.

Gli autori stessi si interrogano sulla possibilità di pressioni morali nei confronti di familiari che non cedano i propri gameti o non mettano a disposizione l’utero. E d’altra parte, aggiungiamo noi, qualsiasi forma di pagamento diventerebbe totalmente incontrollabile. Ma nel testo c’è molto altro: ci si interroga per esempio sul fatto che uno scambio di gameti e di uteri fra sorelle e fratelli o fra genitori e figli possa essere considerato simile a un incesto. La verità è che in questo caso la separazione fra sesso e procreazione, da decenni teorizzata e tecnicamente possibile, diventa difficile da elaborare: se una donna porta in grembo i figli di suo fratello o ne usa il seme, o una figlia cede i propri ovociti a sua madre, la ‘genitorialità biologica’ fra il bambino e gli zii o addirittura la nonna è innegabile. In tanti paesi l’incesto è reato: non lo è più se si separa il sesso dalla procreazione? E poi, siamo sicuri che il povero nascituro riuscirà ad accettare tutto questo? Non a caso il testo discute a lungo sulla confusione che si può ingenerare nel bambino di fronte a certi intrecci di rapporti familiari, e si conclude che non sempre può essere opportuno dirgli la verità.

Ma non avevano detto che l’importante è solo l’amore di chi quel figlio lo vuole a tutti i costi? E ancora, ci si chiede quando si debbano rendere obbligatori i test genetici e la diagnosi preimpianto se i gameti sono di parenti stretti, visto il maggiore rischio di nati malformati.

Insomma: l’autodeterminazione vacilla. Il ‘posso quindi voglio’ ha dei limiti. Ma allora, non è forse arrivato il momento di fermarsi e chiedersi, tutti quanti, dove ci sta portando tutto questo?