di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana il 2 maggio 2011

Osama Bin Laden è stato ucciso da un commando americano in Pakistan: il presidente Usa Barack Obama lo ha annunciato in un discorso in diretta alla nazione.

Il terrorista è stato ucciso vicino a Islamabad. Il corpo è stato recuperato ed è in mano alle forze Usa. Osama bin Laden ha opposto resistenza armata quando le forze speciali americane sono entrate nel suo rifugio, hanno riferito fonti del Pentagono. Nella sparatoria è stato ucciso ed il suo corpo è stato prelevato dai militari americani giunti in elicottero sul luogo dell’operazione. Il presidente Barack Obama ha detto che “giustizia è stata fatta”. La popolazione americana ha accolto la notizia riversandosi in strada per festeggiare, una folla si è radunata festosa anche a Ground Zero.

Con la morte di Osama bin Laden (1957-2011) non muore l’organizzazione terroristica da lui fondata, al-Qa’ida, che negli ultimi giorni in Marocco ha dimostrato di sapere ancora colpire, ma molte cose sono destinate a cambiare sul piano simbolico e del carisma. L’uccisione del suo massimo dirigente muta probabilmente poco nell’operatività quotidiana di al-Qa’ida, già da tempo in mano ad altri, ma l’episodio – oltre a dare ragione a quella parte di studiosi che (come il sottoscritto) ha sempre pensato che non fosse morto – assesta un serio colpo al carisma dell’organizzazione, che ora comincerà a costruire una sua fase postcarismatica diffondendo rapidamente l’immagine e la leggenda del «martire» bin Laden.

Il «carisma» – una nozione già di per sé controversa fin dalla sua descrizione originaria a opera di Max Weber (1864-1920) – dei capi del terrorismo è stato spesso spiegato con la psico-patologia o con una tendenza alla frode e all’inganno tipica delle personalità criminali. Tuttavia queste spiegazioni sono inadeguate, e non rendono ragione del perché alcune forme di «carisma malato» abbiano successo e altre no. In realtà, anche le forme di leadership più estreme emergono dall’incontro fra una domanda di estremismo pre-esistente e una capacità di offerta e di organizzazione che fa rientrare i dirigenti in questione nella categoria di quelli che la sociologia chiama moral entrepreneurs, «imprenditori morali», seppure di un tipo – si scuserà il gioco di parole – «immorale».

La vicenda di Osama bin Laden è, da questo punto di vista, tristemente esemplare.

Durante l’insurrezione contro il governo filo-sovietico in Afghanistan, nel 1982 si trasferisce a Peshawar, la città del Pakistan più vicina alla frontiera afghana, Osama bin Laden, un miliardario saudita venticinquenne figlio del magnate delle costruzioni Muhammad bin Laden (1908-1967), che dal 1980 svolgeva attività di «corriere» trasportando in Pakistan donazioni di ricchi sauditi destinate a diverse fazioni della resistenza anti-sovietica afghana. All’università Re Abdu l-Aziz di Jeddah, in Arabia Saudita, Osama ha incontrato il suo maestro spirituale, lo shaykh palestinese Abdullah Azzam (1941-1989), con cui fonda una rete che riceverà e instraderà in Afghanistan nei dieci anni 1982-1992 trentacinquemila volontari di quarantacinque Paesi. Fra il 1988 e il 1989 da questa rete nasce al-Qa’ida: il nome significa «la Base» e indica sia un’ideale base militare sia una «base» o banca di dati creata da bin Laden per mantenersi in contatto con le migliaia di volontari che avevano combattuto nella «brigata internazionale islamica».

Il carisma di bin Laden si forma dunque nel contesto di una guerra, quella afghana, e nasce dal denaro e dalla religione. Bin Laden è il capo di al-Qa’ida anzitutto perché ne è il finanziatore: ma questo, di per sé, non sarebbe sufficiente. Sul giovane miliardario saudita scende il mantello dello shaykh Azzam, un rispettato dirigente del fondamentalismo islamico internazionale, che lo considera il suo migliore allievo e potenziale successore, non tanto perché gli riconosca speciali doti intellettuali ma perché ne ammira il coraggio e la decisione di rinunciare a una vita di agi e di lussi per rischiare la vita ogni giorno sulle montagne afghane. Come capita anche in altri contesti, l’ascetismo di chi viene dalla ricchezza genera consenso e carisma: nasce qui, insieme alla storia, anche la leggenda di bin Laden.

Deluso dalle lotte intestine fra i mujaheddin afghani, nel 1990 bin Laden ritorna in Arabia Saudita per occuparsi degli affari di famiglia, grazie ai quali sistema fra la Mecca e Medina quattromila veterani della brigata internazionale. Questo ambiente si lega a un fondamentalismo incline al terrorismo, che guarda come a un maestro allo shayk Omar Abdel-Rahman (1938-), lo «sceicco cieco» leader dell’organizzazione più radicale del fondamentalismo egiziano, al-Jama’a al-Islamiya («Gruppo Islamico»), uno scisma estremista dei Fratelli Musulmani, dal 1990 residente negli Stati Uniti. La svolta, per bin Laden, si verifica con la Guerra del Golfo del 1990. Osama – le cui relazioni con il dittatore dell’Iraq miglioreranno considerevolmente in seguito – disprezza Saddam Hussein che considera un nazionalista laicizzatore, e offre al governo saudita la mobilitazione dei reduci della brigata internazionale islamica per combattere le truppe irakene in Kuwait.

Non è preso sul serio: il governo preferisce affidarsi agli americani, e oltre cinquemila soldati occidentali sbarcano sul sacro suolo dell’Arabia Saudita. Per Osama si tratta insieme di uno smacco personale e di una profanazione religiosa. Reagisce violentemente, e la reazione si fa ancora più dura quando ventimila soldati americani rimangono in Arabia Saudita anche dopo la fine della guerra. La presenza di «crociati», come li chiama, nella «terra dei due Luoghi Santi» – la Mecca e Medina: l’Arabia Saudita – è un motivo ricorrente in tutta la produzione letteraria di bin Laden.

Le critiche al governo e al re escludono Osama dalle relazioni privilegiate di cui godeva con la dinastia regnante, e lo mettono in contrasto con la sua stessa famiglia. Così, nel 1991, bin Laden si trasferisce in Sudan dove è accolto dall’ideologo dei fondamentalisti musulmani locali, Hasan al-Turabi, oggi in disgrazia ma all’epoca impegnato a far trionfare nel paese gli ideali del fondamentalismo. Bin Laden fissa la sua residenza nel quartiere Riyadh di Khartoum, e i suoi contatti con il governo ispirato da al-Turabi lo trasformano nel più grande costruttore del paese, cui vanno fra l’altro gli appalti della superstrada Khartoum-Port Sudan e dell’aeroporto di Port Sudan. La sua fortuna personale – valutata in trecento milioni di dollari prima del trasferimento in Sudan – uscirà dall’avventura sudanese più che raddoppiata. Militanti formati e sostenuti da bin Laden hanno un ruolo anche nelle campagne terroristiche dell’islam radicale in Algeria.

Il 29 dicembre 1992 si verifica il primo attentato attribuito ad al-Qa’ida: bombe esplodono ad Aden, dove sono passate truppe americane dirette in Somalia, peraltro senza fare vittime. Il 3 e 4 ottobre 1993 diciotto militari americani sono uccisi a Mogadiscio: l’inchiesta rivela che alcuni dei terroristi sono stati addestrati in campi di al-Qa’ida in Sudan e in Afghanistan. Gli Stati Uniti cominciano a interessarsi più da vicino a bin Laden, soprattutto dopo l’attentato del 23 febbraio 1993 a New York, quando una bomba al World Trade Center uccide sei persone e ne ferisce più di mille. Per gli attentati sono incriminati discepoli dello shaykh Omar Abdel-Rahman e lo stesso «sceicco cieco», i cui legami con bin Laden iniziano a emergere.

Nel 1994 – di fronte alla crescente pressione americana – l’Arabia Saudita revoca la cittadinanza a Osama bin Laden; il più anziano fra i suoi numerosi fratelli, Bakr bin Laden, dichiara che la famiglia e il Gruppo bin Laden «denunciano e condannano» Osama. Questi reagisce con due attentati in Arabia Saudita, dove muoiono ventiquattro americani e due indiani. La pressione saudita, che si aggiunge a quella americana, è eccessiva anche per il Sudan, che nel 1996 espelle bin Laden.

Il terrorista torna in Afghanistan, dove è accolto dai talebani, puritani tradizionalisti poco interessati alla politica internazionale, che tuttavia rimangono affascinati dall’ultra-fondamentalismo e dalla leadership globale di bin Laden. Il nome di bin Laden rimane poco noto al grande pubblico internazionale fino agli attentati di al-Qa’ida del 7 agosto 1998 contro le ambasciate americane in Kenya e in Tanzania, condotti tramite autobomba, che lasciano sul terreno 234 morti, fra cui 12 americani. La reazione militare americana del 20 agosto 1998 contro basi situate in Afghanistan e contro uno stabilimento chimico in Sudan sospettato – probabilmente a torto – di fornire armi chimiche a bin Laden dà inizio a una stagione in cui la lotta contro il terrorista diventa una priorità della politica estera statunitense.

Il 7 luglio 1999 questa politica si traduce in un embargo economico contro il regime dei talebani. Ma il nome di bin Laden è associato regolarmente a nuovi attentati, in particolare a quello realizzato il 5 ottobre 2000 da un battello-bomba contro la nave statunitense Cole, all’ancora nel porto di Aden, che fa 17 morti e 39 feriti fra i marinai americani.

Si arriva così alla lunga preparazione e agli attentati dell’11 settembre 2001. Se ancora nell’inverno del 1998 i talebani avevano tentato di scambiare con gli Stati Uniti l’espulsione del terrorista dal paese con il riconoscimento del loro regime da parte del governo di Washington, nel 2001 è ormai troppo tardi per tutti: i giochi sono fatti e Osama e i talebani sono diventati, secondo un’espressione riportata in un documento del governo britannico, «due facce di una stessa medaglia». La prima conseguenza dell’11 settembre è così la guerra all’Afghanistan e la caduta del regime dei talebani.

Tuttavia, il modo di esercizio della leadership di bin Laden gli permette di continuare a funzionare anche dopo la distruzione della base afghana. L’obiettivo di bin Laden non era infatti quello di creare un movimento, ma un network capace di collegare fra loro – originariamente, sulla base di un’esperienza comune durante la resistenza anti-sovietica in Afghanistan – gruppi di storia e origine diversa.

Che cosa ricevevano, però, questi gruppi da al-Qa’ida? Com’è tipico dei network, non tanto una «tessera», una «iscrizione» o un «battesimo», ma un coordinamento rispetto all’attività di altri gruppi, e aiuti concreti. Il più piccolo gruppo islamico radicale nel Sud-Est asiatico o in qualche paese africano poteva rivolgersi ad al-Qa’ida perdendo, certo, una frazione della sua indipendenza, ma ricevendo in cambio addestramento militare nelle basi afghane, armi, denaro e suggerimenti. Sembra che non si trattasse sempre – e neppure nella maggioranza dei casi – di eseguire piani concepiti dalla «cupola» di al-Qa’ida. L’organizzazione al centro del network creato da Osama bin Laden operava piuttosto come un editore. Questi può certamente avere le sue idee su quali libri potrebbero avere successo, e commissionare specifici manoscritti. Ma, nella maggior parte dei casi, riceverà proposte da potenziali autori, le valuterà e le incoraggerà e finanzierà nel caso gli sembrino promettenti.

Così al-Qa’ida era normalmente avvicinata da gruppi radicali che avevano già un loro progetto di azione terroristica. Nella posizione dell’«editore» bin Laden ascoltava, accettava o rifiutava il progetto, e in caso affermativo dava suggerimenti, invitava i terroristi ad addestrarsi nei suoi campi, li riforniva di armi e di fondi. Per lo stesso 11 settembre 2001 circola fra gli studiosi una «tesi tedesca» secondo cui il principale esecutore materiale dell’attentato, Mohammed Atta (1968-2001), e i suoi amici – tutti frequentatori della stessa moschea radicale di Amburgo – avrebbero elaborato autonomamente un piano che avrebbero portato a bin Laden. Questi lo avrebbe incoraggiato, perfezionato e finanziato, ma non originariamente concepito. A questa «tesi tedesca» si contrappone una «tesi americana», secondo la quale bin Laden e la sua cerchia immediata avrebbero ideato il progetto dell’11 settembre 2001 e ne avrebbero poi cercato gli esecutori. Sembra certo che, in alcuni casi, al-Qa’ida operasse con le modalità della «tesi americana»: ma non si trattava del suo modus operandi tipico. Il modello della «tesi tedesca» corrisponde probabilmente di più agli attentati del 2004 a Madrid (191 morti) e del 2005 a Londra (52 morti).

Se però l’organizzazione – per molti versi unica e straordinaria – messa in piedi da bin Laden funzionava come un network e non come un movimento, ci si può chiedere come sia cambiata dopo la distruzione delle sue basi in Afghanistan. Per esistere nella realtà empirica, e non solo nella mente degli studiosi che lo descrivono, un network ha bisogno di una certa base fisica. In Sudan prima, in Afghanistan poi, gruppi radicali di tutto il mondo trovavano un vero e proprio supermercato del terrorismo gestito da bin Laden, dove potevano rifornirsi di addestramento, armi e denaro. Con la guerra in Afghanistan e la caduta del regime dei talebani il supermercato è stato chiuso. Ne sono rimaste filiali più piccole in zone impenetrabili del Pakistan – dove si era rifugiato lo stesso bin Laden – e di altri Paesi. Ma si tratta di micro-realtà, senza paragoni possibili con quello che un tempo è esistito su vasta scala in Afghanistan e che i bombardieri americani – dopo l’11 settembre 2001 – si incaricherebbero rapidamente di cancellare ove al-Qa’ida tentasse di ricostruirlo altrove. Dei numerosi «reparti» del supermarket di bin Laden è rimasto in piedi quello bancario, il meno legato a una presenza territoriale specifica. Ma anche questo ha subito qualche colpo, e altri ne subirà con la morte del superterrorista.

E tuttavia il network di bin Laden ha continuato a funzionare e funziona ancora, anche attraverso alleanze con ambienti iraniani per certi versi «contro natura», dal momento che al-Qa’ida è composta da sunniti ed è alleata dei talebani, molti dei cui dirigenti considerano gli sciiti eretici usciti dall’islam, nonché – e qui il connubio è ancora più sorprendente – con ambienti della malavita organizzata internazionale e con un terrorismo politico «anti-globalista», ma non islamico né religioso, anzi spesso marxista.

Non è escluso che il principale dirigente di al-Qa’ida in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi (1966-2006), sia stato «tradito» proprio da bin Laden – il quale avrebbe fatto arrivare agli americani informazioni su dove trovarlo e ucciderlo – in quanto, fanaticamente anti-sciita, si opponeva alla collaborazione fra il terrorista saudita e gli sciiti iraniani. È certo, comunque, che la capacità del «centro» del network di comunicare con la sua periferia ha subito colpi molto duri, e altri potrebbe subirne dopo la morte del suo leader carismatico.

La teoria dei network insegna, tuttavia, che anche l’eventuale sparizione del centro del network non implica la sparizione delle sue componenti, che – proprio perché il network non è, tecnicamente, un movimento – devono aver sempre mantenuto un grado di autonomia sufficiente a farle funzionare, ove la necessità lo richieda, da sole. Molti movimenti terroristici che si sono collegati alla rete di al-Qa’ida esistevano prima di bin Laden, e verosimilmente continueranno a esistere dopo di lui.

Il colpo portato con l’uccisione di bin Laden alla capacità della «testa» di al-Qa’ida di comunicare con le sue gambe rappresenta un’importante vittoria nella lotta contro il terrorismo, e rende più difficili – non impossibili – attentati in grande stile, particolarmente negli Stati Uniti, come quello dell’11 settembre 2001. Per altri versi, «gambe» separate dalla «testa» possono continuare a scalciare, secondo la meccanica tipica di questo terrorismo, su scala più modesta, ma in modo assai più difficile da prevedere, rendendo ancora più arduo il compito di prevenzione.

Bin Laden, da questo punto di vista, resterà pericoloso da morto come lo era stato da vivo.