Alla competitività richiesta da genitori e insegnanti, alcuni ragazzi reagiscono con il terrore dell’insuccesso, vissuto come una tragedia
di Stefano Zecchi
Tratto da Il Giornale

Uccidersi perché si è stati bocciati. Un ragazzino di sedici anni, di Sassari, si è tol­to la vita impiccandosi. Una ragazza di di­­ciotto, di Frosinone, non ammessa agli esami di maturità ha mandato giù una manciata di pillole ed è stata salvata per miracolo. Il ragazzino, trovato appeso dal­la nonna, aveva lasciato un biglietto in cui spiegava il motivo che lo ha spinto a quel gesto di­sperato. La scuola, appunto.

Noi ci interessiamo dei gio­vani in casi estremi, perché, inutile nasconderlo, siamo condizionati dal principio ele­me­ntare del commento di cro­naca: la normalità non interes­sa. Enunciamo, quindi, casi in cui dei ragazzi ci scandalizza­no per essere totalmente privi di valori, ma poi ci accorgia­mo drammaticamente che proprio un eccesso di respon­sabilità porta a una tragedia. Nessun genitore intransi­gente, nessun insegnante se­vero, nessun compagno di classe sfrontato e provocatore potrebbero mai minimamen­te immaginare che un esito scolastico negativo abbia co­me conseguenza la morte. Ciò significa che si può essere dei colossali somari, ma nulla- un brutto voto, l’essere rimanda­to o bocciato – deve portare a un gesto estremo come il suici­dio.

Eppure il pensiero del ra­gazzo che si è tolto la vita e del­l­a ragazza che ha tentato il sui­cidio, ha avuto la sua elabora­zione in famiglia, a scuola, tra i compagni di classe. Appunto: giovani menefre­ghisti che si fanno un vanto di essere ignoranti secondo lo stupido e ipocrita modo di di­re per il quale chi è primo a scuola è ultimo nella vita; e gio­vani sovraccaricati di una re­sponsabilità che oltrepassa il più elementare buonsenso: giovani che non reggono l’umiliazione della sconfitta. Oggi, drammaticamente, ci si accorge che questi ultimi an­davano protetti, che la loro fra­gile sensibilità doveva essere rispettata. Da chi? Si ritorna sempre all’interno di quel triangolo in cui si costruisce la formazione di un giovane: fa­miglia, insegnanti, compagni. Tutti responsabili, sempre, nel bene e nel male. Ci sono famiglie benestanti, in cui padre e madre (soprat­tutto il padre) vivono in una re­altà competitiva, sanno per esperienza che il lavoro pre­tende una buona dose di ag­gressività per non lasciarsi so­praffare.

E chiedono ai figli la loro stessa determinazione e forza nell’affrontare la vita che, per un ragazzo, è la scuo­la. Oppure ci sono genitori di origini umili, che hanno inve­stito sui figli i propri desideri di riscatto e di emancipazione da situazioni economiche pre­carie, e vogliono i loro ragazzi bravi a scuola, preparati per ot­tenere ottime possibilità pro­fessionali. Talvolta gli insegnanti, in as­soluta buonafede, sollecitano gli allievi a studiare sempre con il massimo impegno, so­prattutto in vista degli esami e dello scrutinio finale, come se fossero mete decisive nella vi­ta di un giovane. Non vogliono che nessuno rimanga indietro e i più deboli nel profitto ven­gono spronati a rendere di più, anche oltre le loro umane possibilità. E poi ci sono i compagni di classe, competitivi e spregiudi­cati, offensivi e irridenti verso chi è fragile, verso chi non ha un carattere forte.

Non sareb­be un caso se si mettessero a prendere in giro il somaro di turno ed, eventualmente, an­che ad emarginarlo dal loro gruppo. All’interno di questo triango­lo – famiglia, insegnanti, com­pagni – può entrare in crisi l’equilibrio di un giovane fino a fargli perdere il lume della ra­gione e a non lasciargli com­prendere il giusto valore delle situazioni. Ecco, allora, che una bocciatura diventa una tragedia, a cui si replica con un gesto tragico. Tutti responsabi­li i componenti di quel triango­lo, ma è indiscutibile che la fa­miglia, più degli altri, deve sa­per ascoltare i propri figli e aiu­tarli quando non ce la fanno più.