La tv italiana si dimentica dei bambini, mentre loro vi rimangono incollati per ore già dalla prima infanzia. E quando crescono si dividono tra piccolo schermo ed internet, dove i pericoli sono ancora maggiori. I media nazionali, in più, propinano programmi nocivi e pubblicità fuorvianti a tutte le ore del giorno, forti anche di una legislazione a maglie larghe, tanto che l’Italia ora rischia una procedura d’infrazione da parte dell’Europa, che ha dato tempo fino al 29 marzo per correggere il tiro.

A mettere ancora il nostro Paese nel mirino dell’Ue un decreto del precedente esecutivo (n. 44 del 16 marzo 2010) che consente la trasmissione televisiva di servizi gravemente pericolosi per la salute dei minori (pornografia e violenza gratuita) nella fascia diurna di programmazione. Tutto questo in contrasto con la direttiva europea sui servizi di media audiovisivi.

L’allarme lanciato dal presidente del comitato media e minori, Franco Mugerli, in occasione della giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza fa eco alle conclusioni cui è giunta l’indagine conoscitiva sulla tutela dei minori nei mezzi di comunicazione della Commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza.

Oltre ad aver sottolineato «con rammarico l’aperto contrasto con le direttive Ue», la Commissione infatti ha aggiunto che nel nostro Paese «si sta realizzando un allarmante progressivo smantellamento» del sistema della protezione dei minori in tv. In più a preoccupare è anche le delibera del luglio scorso con cui l’Agcom «ha legittimato la trasmissione di film vietati ai minori di 14 anni in orario di televisione per tutti», non consentita dal decreto Romani, purché con l’utilizzo del parental control. Occorrono leggi, ma da sole non bastano; serve infatti arrivare ad una «razionalizzazione delle norme e a un codice di tutela dei minori nei media», ha proposto Mugerli, insieme ad un’educazione all’utilizzo dei media.

Internet e le nuove tecnologie non vanno demonizzate, ma regolamentate ad un livello che supera i confini nazionali. In casa nostra, intanto, il cambiamento da attuare è culturale e si potrebbe iniziare, spiega la Commissione, «introducendo nei programmi delle scuole corsi di educazione ai media per sviluppare nei giovani un’informazione critica», anche sui rischi connessi al web. In più si potrebbe vietare gli spot nei programmi dedicati ai più piccoli. I nativi digitali italiani, difatti, utilizzano più precocemente e più a lungo in Europa i nuovi media, ma non sanno difendersi dai loro rischi. Nel nostro Paese poi sono in aumento il cyberbullismo e il grooming, cioè l’adescamento online, perciò tra le proposte c’è anche l’introduzione di questi reati. I giovani infatti hanno accesso ad internet o alla telefonia mobile già prima dei 7 anni e, inoltre, il 62% dei minori italiani va nel mondo 2.0 senza il controllo di un adulto, contro una media europea del 49%. In una situazione del genere, ha infine precisato il neo sottosegretario alla Politiche sociali Cecilia Guerra, bisogna innanzitutto mettere «nero su bianco i livelli essenziali di tutela dei minori, ma anche in altri campi», primo passo per uscire fuori dall’attuale stallo.

Alessia Guerrieri da Avvenire