di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 20 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Se è vero che c’è un surriscaldamento globale, a guardare fuori della finestra il manto innevato che in autunno copre l’Europa non si direbbe proprio. E’ solo una battuta, perché la realtà scientifica si fa con le osservazioni e le misure serie e non con le impressioni, ma ci fa riprendere il tema “inquinamento” per considerare una facciata poco discussa: se è vero che il mondo soffoca per i danni dovuti al consumo delle risorse, la risposta non può essere solo: “consumate di meno”, perché è legata ad un’istintiva paura di una catastrofe e non ad un giudizio di un valore che evidentemente sfugge: se le risorse fossero dieci volte di più, non per questo sarebbe etico sprecarle, sperperarle, non rispettarle, non amarle.

Spero che sia chiara la differenza, perché ormai si gioca con l’istinto, proprio come quando ho detto prima che il surriscaldamento non c’è perché oggi nevica. Leggiamo ieri che il 20% delle sostanze commestibili, del cibo che una famiglia compra, finisce nella spazzatura, cosa orrenda, perché è uno spreco economico, un accumulo di materiale di scarto, e una razzia insensata di risorse alimentari. Il cibo “avanzato” produce il 10% dei gas serra. Quasi 250.000 tonnellate di cibo sprecato all’anno, per un valore di oltre 900 milioni di euro, che potrebbero sfamare ben oltre mezzo milione di persone ed evitare di immettere nell’atmosfera circa 300.000 tonnellate di CO2 prodotte dal loro smaltimento.

Ma è tutto qui? Assolutamente no, dato che il problema non si risolve con la paura, se non si lascia intravedere da dove sorge il problema. E il problema nasce dal concetto stesso di “rifiuto” che permea la società: quello che non serve è “rifiuto”, e il rifiuto per principio (e per fobia) non si tocca, non ci si “sporca” col rifiuto. La società è piena di “rifiuti” che non tocchiamo, cioè siamo ormai educati a toccare e volere solo il “perfetto”. Tutto il resto non si ripara più, abbiamo addirittura l’idea che “faccia male” quando invece spesso è sanissimo e utilizzabile. Ne sapeva qualcosa Verga quando scriveva “La Roba”, racconto in cui il contadino arricchito Mazzarò, quando vede che non può usare più i suoi possessi (“la roba”) perché sta per morire, uccide le bestie e dà fuoco a tutto: semplicemente la roba era diventata non usabile (lui stava per morire e non poteva portarla con sé), duque era diventata inutile, e dunque, infine, era diventata un “rifiuto”, e doveva sparire.

“Riciclare” si basa sul concetto di rifiuto, concetto postmoderno, che non esisteva fino a 50 anni fa; riciclare vuol dire destinare ad un altro uso il rifiuto, e l’idea di rifiuto (e di riciclare) nasce esclusivamente dal fatto che già in partenza si sa che si produce mercanzia che si sa che non si userà mai o si userà per poco per poi disfarcene (supplementi ai giornali, imballaggi, apparecchi elettronici presto soppiantati da nuova tecnologia magari ancora funzionanti ma passati di moda). Consumare di meno (o riciclare) istillando solo la paura della fine delle risorse? E non parlano del punto-chiave: il rispetto che si deve a tutto quello che la nostra mano può afferrare, e lo stupore che ne nasce, quasi il tremore che ne viene se riflettiamo sul miracolo di ciò che abbiamo.

La risposta è non considerare tutto come cosa da consumare. Ma cosa da consumare è diventato anche il rapporto tra noi, che finisce (anche quello consacrato da un giuramento matrimoniale) quando ormai si è consumato abbastanza. Diventa da consumare il rapporto coi genitori e dei genitori verso i figli, che si tramutano in giocattoli o in elisir di eterna giovinezza per non sentirsi mai vecchi. E’ una fobia che viene stuzzicata: la fobia verso ciò che non possiamo controllare. Il nostro ruolo non è di riciclatori timorosi dell’apocalisse, ma di esseri pieni di stupore di fronte a ciò che ci passa tra le mani. Un ecologismo basato solo sulla paura non fa il gioco dell’umanità.

* Il dottor Bellieni è Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.