di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

Napolitano, Boldrini, Grasso

Presidenzialismo gay. Quando il presidente della Corte Costituzionale, il presidente della Camera, il presidente del Senato e il presidente della Repubblica parlano a favore dell’omosessualità quasi contemporaneamente e con gli stessi toni siamo nel bel mezzo di un presidenzialismo gay. Il 17 maggio scorso si è celebrata la Giornata contro la cosiddetta “omofobia e transfobia”, istituita per volontà dell’Unione Europea nel 2007. In tale occasione i presidenti delle Camere e Giorgio Napolitano non solo hanno parlato di omofobia, ma si sono spinti più in là. Nei loro interventi possiamo individuare tre obiettivi che l’ideologia gay vuole far propri il prima possibile.

Il primo: il reato di omofobia o la previsione di un’aggravante specifica. A tal proposito Napolitano ha rivolto un “pensiero particolare a quei giovani che per questo hanno subìto odiosi atti di bullismo che, oltre ad aggravare le manifestazioni di discriminazione, alimentano pregiudizi e dannosi stereotipi”. Pietro Grasso, presidente del Senato, invece ricorda che sul tavolo del Parlamento già ci sono proposte di legge ad hoc ed aggiunge che “obiettivo fondamentale di tali proposte è quello di intervenire sulle norme esistenti per prevenire e reprimere in modo specifico anche chi commette o chi istiga a commettere atti di discriminazione per motivi fondati sull’omofobia e sulla transfobia”. Gli fa eco il presidente della Camera, Laura Boldrini, la quale afferma: “Auspico che il Parlamento riprenda questo lavoro [relativo alla decisione di punire l’omofobia n.d.a] e lo porti finalmente a compimento”.

Il reato di omofobia o l’aggravante specifica in realtà non servono perché già il nostro codice penale prevede il reato di ingiuria che sanziona chi lede l’onore e il decoro di una persona (art 594), la diffamazione (art 595), la diffamazione per mezzo stampa (art. 596 bis) e l’aggravante comune per aver agito per motivi abietti o futili (art. 61). Volendo c’è anche la Legge Mancino del ‘93 che offre strumenti sanzionatori per i cosiddetti crimini d’odio. Inoltre non si comprende il perché l’offesa rivolta ai danni dell’omosessuale deve giuridicamente valere di più dell’offesa ad un eterosessuale, dato che si istituirà un illecito ad hoc. E poi così si aprirà la strada ad un’infinità di altri reati per altrettante classi di minoranze sociali particolarmente deboli: da qui l’anziano-fobia, l’handiccapato-fobia, la catto-fobia e via delirando. Ovviamente l’intento è quello che nessuno più, dai sacerdoti ai giornalisti, possa parlare male non tanto degli omosessuali – cosa ovviamente non condivisibile – bensì dell’omosessualità in quanto tale. Insomma il reato di omofobia inciderà non poco sul diritto costituzionalmente riconosciuto di libertà di parola ed espressione.

Inoltre tutti gridano al fuoco ma l’incendio non c’è. Ammesso e non concesso che atti di discriminazione ce ne siano, questi sono davvero rari. Primo perché le persone con tendenze omosessuali sono in numero risicato: poco superiore all’1% (cfr. R. Marchesini, Omosessualità, in T. Scandroglio, Questioni di vita & di morte, Ares, p. 154). E di certo non tutto questo 1% subirà discriminazioni. Secondo perché lo stesso documento del Dipartimento delle Pari Opportunità denominato “Verso una Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, che qui più volte abbiamo commentato, riconosce che gli atti discriminatori sono assai sporadici. In questo documento si legge che dal 2010 presso l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) c’è un numero verde per la segnalazione (delazione?) di casi di “omofobia”. Le chiamate ammontano ad un numero ridicolo: 135 nel 2012. Tanto che gli estensori del documento ammettono che le “istruttorie” (sic) vengono aperte direttamente dall’Ufficio altrimenti nessuno denuncerebbe alcunché (forse proprio perché non c’è nulla da denunciare). Si aggiunge: “Non risultano, al momento, casi accertati di discriminazione per l’accesso all’alloggio e nel lavoro pubblico o privato [e in ambito sanitario aggiungono poi]. Questa assenza di dati mostra la difficoltà nel far emergere ancor oggi il fenomeno in Italia”: siamo alla caccia alle streghe. Non ci sono discriminazioni, ma nonostante ciò le si vuole trovare a tutti i costi e si fomenta la delazione.

Un secondo fronte d’attacco è il “matrimonio gay”. A tal proposito la Boldrini tiene a precisare: «Gli omosessuali devono veder riconosciute giuridicamente le loro unioni anche in Italia». Anche Franco Gallo, presidente della Corte Costituzionale, non più di un mese fa chiese al Parlamento – ricordando una pronuncia della sua Consulta del 2010 – “una regolamentazione della materia nei modi e nei limiti più opportuni”.

Il terzo obiettivo delle forze omosessualiste – che è meno reclamizzato dei precedenti ma che avrà più peso degli altri – lo potremmo definire così: dalla non discriminazione alla predilezione. Si tratta di superare l’obiettivo di porre sullo stesso piano l’omosessualità e l’eterosessualità in tutti gli ambiti del vivere, e di confezionare per gli omosessuali uno status giuridico-amministrativo privilegiato. Grasso a tal proposito auspica che “lo Stato si attivi non solo per il riconoscimento, ma anche per la concreta protezione dei diritti degli omosessuali. Come rilevato dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, il dilagare della discriminazione sessuale o legata all’identità di genere è inversamente proporzionale al livello di tutela giuridica riconosciuto alle coppie omosessuali”.

Avete inteso bene: con la scusa che gli omosessuali sono discriminati – fatto inesistente come abbiamo provato citando un documento non sospetto di partigianeria – occorre tutelarli in modo preventivo, cioè assegnando a loro benefit che il povero ed eterosessuale sig. Rossi mai potrà nemmeno sognare di avere. Una sorta di scudo preventivo anti-discriminazione. Favole? Per nulla a leggere il Disegno di Legge n. 141 del gennaio di quest’anno denominato “Norme contro la discriminazione determinata dall’orientamento sessuale o dell’identità di genere”, presentato presso la Regione Sicilia, in cui si promettono agli omosessuali i primi posti in graduatoria per alloggi e nella ricerca del posto di lavoro: una corsia preferenziale gay. Ovviamente le aziende che non si inchineranno a tal politica “gay friendly” potranno subire “azioni correttive”, cioè sanzioni (art. 4, comma 3).

La predilezione ingiustificata della condizione omosessuale porta con sé inevitabilmente la ghettizzazione dei normali. Ecco infatti cosa ha detto sempre Pietro Grasso un paio di giorni fa: “Io sono veramente e umanamente preoccupato per gli omofobi. Una corretta educazione su questi temi la dobbiamo fare soprattutto per chi soffre di questa ‘malattia’, per chi vive male, sopraffatto da un’irrazionale paura, dal terrore di uscire di casa, dall’ansia di avere tra i suoi compagni di scuola, di lavoro, tra i suoi amici, i suoi familiari, una persona omosessuale. Diciamocelo, sono cittadini meno uguali degli altri, sono chiusi nel loro guscio, si frequentano solo tra loro, non allargano i loro orizzonti nè il loro cerchio di amicizie. Temono i viaggi all’estero, le feste, gli studentati all’università, gli spogliatoi delle palestre. E’ un problema sociale che dobbiamo affrontare davvero, da subito, a partire dai più giovani. Liberiamo gli omofobi dalle loro paure. Vivranno meglio loro, vivremo meglio tutti”.

Nel folto dei tanti pensieri che sputano a leggere queste parole, cogliamo due riflessioni. La prima sotto forma di domanda: ma il presidente del Senato a quale fantasiosa realtà si sta riferendo? Dove stanno questi eterosessuali omofobi “sopraffatti da un’irrazionale paura, dal terrore di uscire di casa, dall’ansia di avere tra i [propri] compagni di scuola, di lavoro, tra i suoi amici, i suoi familiari, una persona omosessuale”? Seconda riflessione: caro presidente, sono gli eterosessuali ad essere in minoranza “chiusi nel loro guscio”, ad essere “malati”, ad essere “cittadini meno uguali degli altri”. Siamo noi etero i discriminati, gli emarginati, i rifiutati, gli incompresi. E’ lei stesso ad ammetterlo. Chiediamo quindi una legge contro l’etero-fobia e in genere contro la normo-fobia perché i nuovi paria siamo noi.