Europa, Stati Uniti, mondo arabo: differenti prospettive sull’eventualità di una Turchia europea, a seconda dell’angolazione. Con qualche sorpresa

di Alexandre Del Valle (Geopolitco)*

Abbiamo parlato delle recenti tensioni tra Turchia e America riguardo il riconoscimento del genocidio armeno dal parlamento americano, e delle recenti numerosi crisi o scandali che hanno opposto Turchia e Israele. L’attitudine di Ankara, che sempre minaccia rappresaglie e ricatti diplomatico-economici i vicini e i partner quando vogliono affrancarsi dal dogma negazionista ufficiale di Ankara, ci da l’occasione di analizzare la strategia di comunicazione della Turchia moderna reislamizzata e gestita dal partito AKP riguarda la sua volontà di entrare nell’Unione europea.

La grande forza, ma anche la notevole povertà intellettuale dell’attuale dibattito sulla Turchia sta nella cosiddetta ‘retorica del senso di colpa’ (occidentale) e nella ‘demonizzazione’ degli oppositori all’ingresso di Ankara nell’UE. In effetti, chi oserebbe apparire de facto come fautore di un’esclusione’ dal sapore razzista? In un saggio mia pubblicato in Francia (Guerre contre l’Europe, les Syrtes, 2000) dedicato alle strategie sovversive fondamentaliste islamiste, avevo analizzato come la tecnica della reductio ad hitlerum, o la propensione a squalificare ex ante ogni idea altrui riducendo questa ad una professione di “razzismo” anti musulmano o “fascismo”, costituisce una delle principali armi del terrorismo intellettuale moderno, la cui maggiore funzione è quella di impedire qualsiasi ragionato dibattito. Esasperato dalla “permanente deviazione della memoria”, il filosofo tedesco ebreo Leo Strauss utilizzò per la prima volta, nella sua opera Diritto naturale e Storia, pubblicata nel 1953, l’espressione reductio ad hitlerum. “Che Hitler abbia condiviso un’opinione non è sufficiente per rifiutarla”, spiegava il pensatore teutonico. Il paradigma della reductio ad hitlerum intende caratterizzare un sillogismo del tipo: “Hitler amava i cani. Ora, anche ‘x’ama i cani; dunque ‘x’ è un discepolo di Hitler”. La vulgata filo-islamica contemporanea applica all’oggetto del suo odio – l’Occidente giudaico-cristiano – la reductio ad hitlerum, riducendolo ad un inquietante attore di intolleranza e barbarie “fascista”. Ora, bisogna ricordare che il tentativo – compiuto con successo dai ‘nemici’ della cultura occidentale – di ‘colpevolizzare’ l’Europa, impedisce di fatto un’analisi obiettiva dei comportamenti. Roger Mucchielli, uno dei grandi specialisti di psicologia sociale e di scienza della disinformazione, sottolinea che “l’uomo che si sente colpevole perde sia la sua capacità critica che il senso o la ragione della sua giusta lotta”.

Strumentalizzando e utilizzando  abilmente i valori morali che animano lo spirito democratico europeo post totalitario, valori che la Turchia sbeffeggia perseguitando a piacimento minoranze etnico religiose e politiche, i leader dell’AKP argomentano con disinvoltura l’assoluta laicità dello Stato turco, aggiungendo che l’Europa ideale altro non è (e dovrebbe essere) che una “coabitazione armoniosa di culture e religioni differenti”. All’epoca del dibattito su una possibile iscrizione delle radici giudeo-cristiane dell’Europa nel preambolo della Costituzione continentale, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan si proclamò addirittura cantore del laicismo europeo: “La libertà di coscienza e il divieto di ogni discriminazione sono i principi fondatori dell’Europa moderna. Se la nozione di religione fosse inclusa nella Costituzione, sarebbe in contraddizione con i principi e il progresso compiuto in molti secoli da questo continente”. Dichiarazione, questa, abbastanza risibile se pronunciata da un leader che ha reintrodotto i valori dell’islam e il chador, andando contro i principi del sacro laicismo kemalista. Dal canto suo, la Commissione di Bruxelles ha sempre precisato in un linguaggio ‘politicamente corretto’ (e ipocrita) che il fatto di “operare una discriminazione tra cultura turca e cultura europea contrasta con la filosofia di fondo dell’Unione europea, che promuove un modello di integrazione basato su valori comuni, come la democrazia e il primato del diritto, in tutti i sensi. Attualmente, l’islam è la seconda religione europea dopo il cristianesimo. E l’adesione della Turchia contribuirebbe ad attenuare le differenze religiose e culturali, favorendo la complementarità di queste due identità”. Da canto suo, il presidente turco Abdullah Gül, non ha esitato a dichiarare che “integrando la Turchia, l’Unione potrà fare valere la credibilità dei valori che costituiscono il suo fondamento, come la tolleranza etnica, il rispetto delle religioni e delle culture”. Esamineremo nel proseguio di questo saggio quali sono i “valori” ai quali Gül fa riferimento e, soprattutto, in quale modo questi vengono osservati in Turchia.

Argomenti di significativa levatura geopolitica

E difficile negare che altri argomenti più pertinenti e ragionati a sostegno di questa eventualità debbono comunque essere presi in considerazione. Sotto il profilo dell’”alta geopolitica”, molti sostenitori di una Turchia “europea” sembrano persuasi del fatto che un’entrata di questo Paese nell’Unione conferirebbe a quest’ultima un notevole potenziale geostrategico. Politicamente parlando, attualmente la penisola anatolica appartiene infatti a cinque sotto-sistemi regionali: il Mediterraneo orientale, il Medio Oriente, i Balcani, il Caucaso e l’Asia centrale. La Turchia è poi l’anello di congiunzione primario tra Vecchio Continente e Asia, e quello marittimo tra Mediterraneo e Russia. Non solo. La Turchia irriga buona parte del Medio Oriente grazie al possesso delle fonti di due grandi fiumi: il Tigri e l’Eufrate. L’integrazione della Turchia garantirebbe anche il controllo dei Paesi del Golfo e dei suoi giacimenti petroliferi. Senza considerare che, grazie ad una comunione con Ankara, l’Unione potrebbe di controllare le ricchezze di petrolio e di gas del Caspio e dell’Asia centrale. Oltre a ciò, l’Europa potrebbe dominare completamente il Mediterraneo e il Mar Nero, ed ottenere un notevole quantitativo di mano d’opera a buon mercato ed un incremento demografico globale utile a combattere il problema dell’invecchiamento progressivo della sua popolazione. Alcuni sono poi sinceramente convinti della necessità di fare entrare la Turchia in Europa per incrementarne la potenza militare per bilanciare la superpotenza americana. In effetti, nella misura in cui l’Unione europea fosse in grado di concepire una politica estera comune (eventualità a tutt’oggi ancora remota) l’apporto della Turchia potrebbe rivelarsi effettivamente considerevole. L’Europa potrebbe diventare, almeno in teoria, la grande potenza euro asiatica tanto temuta da tutti gli strateghi anglosassoni, da Mackinder a Zbigniew Brzezinski, sfuggendo così al controllo della potenza marittima americana.

Detto questo, il prezzo che l’Europa dovrebbe obbligatoriamente pagare sarebbe quello di dovere gestire le aree geografiche più caotiche e pericolose del mondo ed avere come vicini di casa l’Iran, la Georgia, la Siria e l’Iraq. Senza considerare che, a tal riguardo, ben difficilmente un Paese ultra nazionalista e militarizzato come la Turchia accetterebbe di rinunciare alla sua attuale sovranità (derin devlet) per consentire all’occidente europeo di diventare una potenza globale. Anche se un ingresso turco nella UE potrebbe – secondo il parere degli analisti europei più ottimisti – trasformare Ankara in una sorta di “sentinella armata” del vicino mondo arabo: eventualità in realtà assai improbabile. Nel corso di un talk-show trasmesso da Al Jazira nell’ottobre 2005, dedicato alla Turchia, si è potuto notare quanto un’eventuale entrata della Turchia in Europa venga vissuta dal mondo arabo come un’autentica iattura. La Turchia viene ancora oggi considerata dagli arabi come una potenza colonizzatrice (l’Impero Ottomano dominò per secoli le terre arabe) e le visioni religiose e nazionali hanno, come è noto, vita assai lunga, specialmente nel mondo musulmano nel quale la “memoria identitaria” risulta assai più forte di quella dei Paesi occidentali ormai largamente secolarizzati ed immersi nell’istantaneità della società dei consumi. Infine, per rispondere a quelli che spiegano che la Turchia e la turcofonia (paesi turcofoni d’Asia centrale) rappresentano un vantaggio geopolitico strategico per l’UE nell’ambito di una politica di autosufficienza energetica, basta ricordare che il governo di Ankara condiziona il sostegno al gasdotto Nabucco, al fatto che Bruxelles accelleri l’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Il progetto di gasdotto Nabucco, lungo da 3.300 chilometri, se nascerà permetterà di alimentare gli Europei in gas del mar Caspio che dovrebbe transitare dalla Turchia ed evitare cosi la Russia. L’ironia della storia è totale quando si rammenta che la costruzione del gasdotto Nabucco che avrebbe condotto il gas naturale dai punti d’estrazione in Azerbaijan alle porte di Vienna, transitando attraverso la Turchia, i Balcani, evitando la Russia e l’Ucraina (che già chiusero nel passato recente i rubinetti dei gasdotti tra la Russia e l’UE), era destinato a proteggere l’Unione contro i rischi di chiusure e di ricatti dei paesi dove si producono o dove transitano le energie a destinazione dell’Europa… In risposta alla strategia dei ricatti di Ankara, il Ministro tedesco per l’energia, Michael Glos, durante un convegno sull’energia, ha lanciato un appello agli Europei a « mettere fine  al ricatto turco », sviluppando  le tecniche del gaz naturale lichefatto, trasportato per navi, cio’ che permetterebbe di evitare le complicazioni geopolitiche legate all’utilisazione dei gazoduchi.

* Autore di “Perchè la Turchia non puo’ entrare nell’Europa”, Guerini associati, 2009.