di Michael Novak
Tratto da cronache di Liberal del 26 ottobre 2010

Non è un segreto che, all’incirca nell’ultimo ventennio, il Cattolicesimo statunitense sia stato segnato da una spaccatura sempre più aspra tra due grandi fazioni sui temi dell’economia politica.

Alcuni propendono a sinistra, altri a destra. Alcuni preferiscono un approccio stile Reaganomics all’economia politica e si rallegrano del boom durato circa trent’anni. Altri prediligono un approccio stile Clintonomics (che in pratica somigliava molto alla Reaganomics), mentre altri si rivelano fautori di un’impostazione più significativamente guidata da ed incentrata sullo stato, sulla scorta della Obamanomics. Nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate, Benedetto XVI sottolinea che la Chiesa non dovrebbe essere intesa né come detentrice di una particolare ideologia circa l’economia politica né come desiderosa di imporre soluzioni pratiche specifiche per singoli paesi o regioni. Egli non intende pronunciarsi sul disaccordo in economia politica tra cattolici o esponenti di altro credo. Al contrario, il suo obiettivo è porre gli interrogativi sull’economia politica in un contesto più ampio, teologico e filosofico, affrontando questioni quali il ruolo della caritas nella teologia, e profondi concetti quali il bene comune, la persona e la comunità umana nella filosofia. Inoltre, nelle sue concrete discussioni riguardanti gli attuali scenari, quasi sempre Benedetto sembra accordare un punto alla sinistra, solitamente radicata nella Populorum Progressio (1967); egli la riprende o la qualifica descrivendo gli insegnamenti appresi tra il 1967 ed il 1991, come avvenuto in Centesimus Annus. La sua pratica segue le intenzioni. Egli consente ad entrambi i cavalli di correre, senza scegliere con quale dei due schierarsi. In un certo senso, tale apertura mentale sembra lasciare perplessi molti lettori, e fa apparire questo particolare scritto di Benedetto XVI come insolitamente blaterante ed opaco. Spesso esso sembra dirigersi in due direzioni contemporaneamente. Alcune frasi sono praticamente impossibili da analizzare in termini pratici: cosa mai significa ciò in pratica? Tale rifiuto di concentrarsi sull’ideologia racchiude una grande forza che compensa la sopraccitata debolezza. La sua forza sta nell’elevare la mente ad altre dimensioni della verità, ed evitare battibecchi che appartengono più alla Città dell’Uomo che alla Città di Dio. Ad esempio, tale più alta prospettiva consente al Papa di collegare il vangelo di vita a quello sociale, per così dire. Ciò è assolutamente sensato dal punto di vista pratico. Ad esempio, negli Stati Uniti circa 50 milioni di interruzioni di gravidanza sono state effettuate dal 1973. Se a quelle bambine e bambini fosse stato consentito di vivere, milioni di loro farebbero ora parte della forza lavoro, aiutando con i propri contributi previdenziali a sanare il deficit nei nostri programmi di previdenza sociale. Le politiche concernenti l’inizio della vita condizionano profondamente lo stato sociale man mano che la popolazione invecchia. L’Europa, con il suo fallimento nel mantenere la popolazione ad un adeguato livello di crescita, o persino di semplice ricambio generazionale, sta condannando il proprio stato sociale ad una morte accelerata.

Vi propongo qui di seguito uno dei miei passaggi pratici preferiti di questa enciclica. Le frasi ricordano più il lessico burocratico che il linguaggio pastorale profondo e caldo con cui Benedetto è solito esporre le questioni. Tuttavia, esse rafforzano alcune delle più importanti conquiste del pensiero sociale cattolico degli ultimi 115 anni: «Considerando la reciprocità come il fulcro di ciò che sarà un essere umano, la sussidiarietà rappresenta il più efficace antidoto contro ogni forma di stato sociale omnicomprensivo. È in grado di tenere in considerazione sia della molteplice articolazione dei piani – e pertanto della pluralità dei soggetti – così come del coordinamento di tali piani. Di qui il principio di sussidiarietà si adatta in special modo a gestire la globalizzazione e a dirigerla in direzione di un autentico sviluppo umano. Al fine di non generare un pericoloso potere universale di natura tirannica, la governance della globalizzazione deve essere informata dalla sussidiarietà, articolata su piani diversi e com- prendenti livelli differenti che possano operare insieme. La globalizzazione richiede certamente autorità, nella misura in cui essa pone il problema del bene comune globale che necessita di essere perseguito. Tale autorità, comunque, deve essere organizzata in modo sussidiario e stratificato, se si vuole che non infranga la libertà e che assicuri risultati efficaci in termini pratici». (57) All’interno di questa sezione, ed in molte altre parti dell’enciclica, inizia ad emergere uno schema in virtù del quale Benedetto XVI solleva un punto importante per la sinistra politico-economica, per poi qualificarlo in termini altrettanto importanti per le politiche economiche del centro e centro-destra. Ad esempio, riguardo il suo interesse ad aiutare lo stato sociale, il Santo Padre avverte in primis che «le nazioni più sviluppate economicamente dovrebbero fare tutto ciò in loro potere per allocare più grandi porzioni del proprio prodotto interno lordo agli aiuti per lo sviluppo, rispettando così gli obblighi che in tal senso la comunità internazionale si è assunta».

Egli quindi inserisce immediatamente tale suggerimento all’interno dei limiti della sussidiarietà e della responsabilità personale: «Un modo per fare ciò è rivedere i programmi di assistenza sociale interna e le politiche di welfare, applicando il principio di sussidiarietà e creando migliori sistemi di welfare integrato, con la partecipazione attiva di individui privati e della società civile». (60) Come per il governo globale, vediamo Benedetto XVI invocare ancora una vera autorità politica mondiale: «Per gestire l’economia globale; per ravvivare le economia colpite dalla crisi; per evitare qualsiasi deterioramento dell’attuale crisi ed il più grande squilibrio che ciò comporterebbe; per portare avanti un disarmo integrale e tempestivo, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la tutela dell’ambiente e per regolare le migrazioni: per tutto questo, vi è urgente bisogno di una vera autorità politica mondiale, come il mio predecessore Beato Giovanni XXIII indicò alcuni anni or sono».

Ma egli è rapido nel definire tale autorità in termini di moderazione e di aderenza al nucleo dei principi del pensiero sociale cattolico: «Tale autorità dovrebbe essere regolata per legge, per osservare coerentemente i principi di sussidiarietà e solidarietà, per cercare di generare il bene comune, e per sancire un impegno al fine di assicurare un autentico ed integrale sviluppo umano ispirato dai valori della carità nella verità». (67) Per quanto mi riguarda, tuttavia, preferisco la parte iniziale della Caritas. Quand’ero giovane, desideravo scrivere un libro sulla centralità della peculiare forma di amore di Dio, chiamata caritas in luogo del più comune e concreto amor, nell’architettura della teologia di Tommaso d’Aquino. Adoravo il suo breve trattato sulla carità (la purtroppo scadente traduzione inglese di caritas) e spesso ho organizzato seminari al riguardo. Negli ultimi anni, spinto in parte dalle sfide del mio amico ed a volte sparring partner David Schindler del John Paul II Institute di Washington, ho sviluppato a partire dal concetto di caritas le fondamenta della mia idea di democrazia, capitalismo (o, meglio detto, l’economia creativa o inventiva), e della Repubblica delle Virtù. Poiché per lungo tempo ho tentato di indirizzare l’insegnamento sociale cattolico in tale direzione, il vedere Benedetto XVI scrivere della caritas in maniera così bella mi riempie di immensa soddisfazione. Vi è però da dire con tutta sincerità che se sottoponessimo ogni frase di Caritas in Veritate ad analisi alla luce della verità empirica circa gli eventi nel campo dell’economia politica dal 1967, scopriremmo quanto essa non sia così colma di veritas quanto di caritas. Ad esempio, ai benefici per i poveri raggiunti attraverso la diffusione dell’impresa economica e dei mercati (capitalismo è per alcuni un termine troppo spiacevole da utilizzare) dovrebbe essere dedicata un’attenzione decisamente maggiore. Nel 1970, ad esempio, l’aspettativa di vita media per uomini e donne in Bangladesh era di 44, 6 anni, ma dal 2005 era cresciuta a 63. Pensate a quale gioia e quale vigore una tale accresciuta longevità comporta per i singoli nuclei famigliari. Similmente, il tasso di mortalità infantile (numero di decessi per ogni 1. 000 nascite) in Bangladesh nel 1970 era 152, o il 15, 2%. Dal 2005 tale media era stata ridotta a solo 57, 2, o a poco meno del 6%. Di nuovo, quale dolore viene evitato a madri e padri, e cosa ciò determina. Vi è sicuramente molto altro da fare al fine di innalzare gli standard sanitari dei cittadini bengalesi. Ma i progressi compiuti solo negli ultimi trent’anni risultano senza precedenti nella storia mondiale. Vi sono molte altre omissioni di fatti, insinuazioni discutibili, ed errori non intenzionali sparsi per questa enciclica. Il lavoro di redazione si è rivelato alquanto impreciso. Ogni deficienza di veritas nuoce alla caritas. Questo è il meraviglioso e potente collegamento dell’enciclica.

Molti all’interno del Vaticano hanno attribuito la recente turbolenza economica all'”avidità”. Che prove possono essere addotte a giustificazione di ciò? I più astuti analisti riconoscono senza dubbio come l’attuale “crisi”abbia avuto inizio nel settore finanziario, ed all’interno di tale settore più precisamente nel mercato immobiliare, ed all’interno di questo campo nei due istituti di credito appartenenti a e garantiti dal governo, conosciuti universalmente come Fannie Mae e Freddy Mac. Queste due entità quasi-governative, guidate dal Congresso statunitense, sono da sole responsabili di aver concesso più della metà di tutti i mutui sulla casa negli Stati Uniti, e tutti virtualmente sottocosto. Hanno avuto un ammirevole obiettivo per vent’anni: garantire la proprietà della casa a quanta più povera gente possibile. In realtà, un partito al Congresso spinse le banche ed altri investitori a modificare le proprie politiche e procedure bancarie: concedere prestiti senza garantire la capacità dei proprietari di case di pagare le rate mensili del mutuo, ed offrire loro prestiti al più basso tasso d’interesse possibile, quasi vicino allo 0%. Ciò equivaleva a gettare benzina sul fuoco delle pratiche bancarie, e molti dei miei colleghi presso l’American Enterprise Institute iniziarono a prevedere una catastrofe finanziarie per tale settore del sistema finanziario almeno quindici anni or sono, in un flusso costante di pubblicazioni. Il colpevole partito al Congresso rifiutò di dare retta a tali avvertimenti, e fece ostinatamente resistenza all’adozione di misure di controllo su Fannie Mae e Freddy Mac che li avrebbero ricondotti sulla strada delle buone pratiche bancarie. È seguito il disastro, come previsto. Ammettiamo che le motivazioni del partito colpevole fossero pure, persino nobili – aiutare gli indigenti. (Naturalmente, essi avevano anche più veniali ragioni di potere politico). Ma i modi e gli strumenti scelti si sono rivelati estremamente distruttivi. Si generò una smania di redistribuzione, di nuovi benefici per i più poveri, di intervento governativo nella lunga, sobria tradizione di pratiche bancarie inculcateci tempo addietro dai nostri progenitori puritani che minava il sistema degli investitori detentori di pacchetti azionari sui mutui immobiliari; solitamente una delle forme più sicure di investimento, fonte di ritorni economici costanti mese dopo mese. Un “pacchetto” dopo l’altro che includeva cattivi mutui è crollato, e nessuno sapeva più di quali pacchetti ci si potesse fidare. Emerge quindi la vecchia tendenza a vedere l’economia contemporanea come particolarmente soggetta all'”avidità”. Due o tre dei primi papi medievali sono spesso stati accusati di essere tra gli uomini più avidi della storia dell’umanità. L’avidità è universale, e presente in ogni epoca, spesso in forma virulenta. Max Weber, il grande sociologo dell’economia, presentò argomentazioni atte a dimostrare che il capitalismo è tra tutti i sistemi economici umani quello che meno genera avidità, non il contrario. Una ragione è data dal fatto che esso offre ai ricchi uomini di successo la possibilità di mettere a rischio una volta ancora tutto il proprio capitale, al fine di investire in nuove imprese. I capitalisti non accumulano la propria ricchezza. La investono. E questi investimenti creano nuove industrie, nuove tecnologie, nuovo lavoro e nuova ricchezza. Nei fatti, i sistemi capitalisti producono più nuova ricchezza in virtù del proprio metodo di “redistribuzione” di qualsiasi altro sistema. Essi risollevano i poveri in quantità ampia – più di mezzo miliardo di esseri umani in Cina ed India solo nel corso degli ultimi trent’anni. In effetti, gli Stati Uniti erano un paese “sottosviluppato” meno di due secoli fa, fino a che la scelta di creare una repubblica commerciale (invece di una repubblica aristocratica) fu portata avanti con coerenza.

Ovunque è sorto il capitalismo, la carestie tra le genti sono scomparse, mentre un tempo erano endemiche ogni vent’anni o giù di lì in molte delle maggiori città del mondo. Similmente, piaghe ed epidemie diffuse sono state in alcuni casi eliminate, in altri contenute, e virtualmente in ogni caso sono state le fonti dei nuovi vaccini e di altri metodi preventivi che presto le avrebbero arginate. Ciò che rende il capitalismo vero capitalismo è la sua inventiva, la sua creatività, il suo know-how (come esplicitato dalla Centesimus Annus #32). Non molti anni fa, una signora in età avanzata fu ritrovata morta nella propria casa in Lousiana. Negli armadi attorno a lei, nella credenza e nel suo cassettone, furono rinvenute decine di certificati di possesso di titoli ed obbligazioni. Venne fuori che sulla carta la signora era estremamente ricca. Tuttavia ritrovando i certificati, i testimoni non pensarono alla donna come ad un Re Mida, un’avara, bramosa e cupida. Al contrario, pensavano fosse un po’”matta” poiché non aveva reinvestito i titoli ma ne aveva fatto dei materiali creativi. Il capitalismo ha reso l’avara obsoleta. Blaise Pascal ebbe a scrivere che il primo obbligo dell’azione morale è pensare chiaramente. Più veritas, per favore!